DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 13 marzo 2026
Terrore a Detroit, in Michigan, dove solo l’intervento degli agenti di sicurezza ha impedito una strage alla sinagoga Temple of Israel. L’uomo che ha attaccato la sinagoga, neutralizzato dalle forze dell’ordine, si chiamava Ayman Ghazaleh «e prima di lanciarsi con la sua auto contro il Temple of Israel aveva pubblicato sui social le foto della sua famiglia, tra cui dei bambini, scrivendo che erano stati uccisi in un recente attacco israeliano a Mashghara, in Libano», riferisce il Corriere. «In un’America da 13 giorni in guerra, l’assalto contro la comunità ebraica in Michigan ha cambiato drasticamente la programmazione delle tv via cavo dal Medio Oriente», racconta La Stampa. «Telecamere puntate sulla piccola scuola accerchiata da decine di mezzi della polizia e ambulanze. Solo dopo un’ora, appurato che l’uomo era morto e che non c’erano complici in fuga, si è tirato un sospiro di sollievo». In un episodio non collegato, sempre ieri, «un uomo ha aperto il fuoco all’interno dell’Università Old Dominion di Norfolk, in Virginia, uccidendo una persona prima di essere ucciso» (Repubblica). L’attentatore, secondo gli inquirenti, «sarebbe un ex militare della Guardia nazionale che nel 2016 si era dichiarato colpevole di aver fornito sostegno materiale allo Stato Islamico». L’antisemitismo «è trasversale, opportunista, parassita. Si nutre di ogni crisi e guerra», attesta il Foglio. «E come per la strage di Buenos Aires nel 1994, l’Iran degli ayatollah ha dichiarato guerra agli ebrei nel mondo».
Vari giornali analizzano il primo intervento della nuova Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. «Il tono è severo, quasi più duro di quello del padre. Niente spiragli di moderazione, nessuna parola che lasci intravedere una possibile de-escalation», osserva il Corriere. «Il messaggio recapitato all’emittente di regime è solamente una nota scritta», chiosa il Giornale. «Troppo poco per spegnere le indiscrezioni che, dopo un silenzio assordante fino a ieri, nel quarto giorno successivo alla travagliata elezione del nuovo dittatore e a due settimane dall’inizio del conflitto raccontano Mojtaba ferito, amputato o persino in stato comatoso».
Dopo l’attacco a Erbil, i militari italiani hanno lasciato l’Iraq. «I nostri militari sanno sempre di correre rischi quando sono in missione. Sono militari. Lo erano anche prima e lo sono sempre. Ce ne accorgiamo solo quando accade qualcosa», sottolinea al Corriere il ministro della Difesa Guido Crosetto. «Per quanto riguarda Erbil, dove è stata attaccata una base della coalizione dell’Operazione Inherent Resolve, avevamo già iniziato una riduzione del personale civile e militare». Al ministro viene chiesto anche del futuro del contingente italiano in Libano, nel quadro della missione Unifil. «È in atto una valutazione costante per monitorare con l’autorità libanese, le Nazioni Unite e la controparte israeliana se esistono le condizioni per continuare la missione o no», risponde. «Dovremmo saperne di più a ore perché il segretario generale dell’Onu ora è a Beirut e perché è chiaro che una cosa è una missione di pace, altra la presenza in un territorio dove la guerra è in corso».
Allarme sicurezza anche in Italia. «Più di dieci Stati in tutto il Medio Oriente e nel Golfo sono oggi coinvolti, sottoposti agli attacchi dell’Iran. Anche una base italiana è stata colpita, a Erbil. Ai nostri soldati va la solidarietà e l’affetto di tutti gli ebrei di Roma. Eppure, immancabilmente il livello di allerta si alza qui da noi», dice all’edizione romana del Corriere il presidente degli ebrei della capitale Victor Fadlun. Questa dinamica, per Fadlun, «è la dimostrazione che persiste un pregiudizio antisemita, confermato dopo il 7 ottobre dal moltiplicarsi di episodi di violenza concreta nei confronti degli ebrei in tutto il mondo e anche in Italia».
Da Simone Veil a Samuel Pisar, da Elie Wiesel a Claude Lanzmann. Sulla Stampa, Marek Halter ricorda alcuni amici con cui ha condiviso battaglie di memoria e civiltà nella società occidentale, tutti morti da tempo e per questo «scampati al destino di essere tacciati come genocidiari da giovani alla ricerca di un sogno collettivo e manipolati dall’odio verso gli ebrei». Una gioventù che, prosegue Halter, «non sembra turbata dalla carta di Hamas, branca dei Fratelli Musulmani che, nel suo testo di fondazione del 18 aprile 1988, parla di “cancellazione dello Stato di Israele” e di una sua sostituzione con uno “Stato islamico di Palestina”».
«Quando oggi la politica spagnola assume posizioni particolarmente dure verso Israele, la memoria storica inevitabilmente riemerge. Non perché la storia si ripeta meccanicamente, ma perché i rapporti tra la Spagna e il popolo ebraico portano con sé un’eredità di secoli che non può essere ignorata», scrive Sandro Di Castro sul Riformista, ricordando la lunga storia dell’antisemitismo locale con l’apice nel 1492 dell’editto di espulsione firmato dai cattolicissimi sovrani dell’epoca.
Facebook ha rimosso il profilo di Davide Romano, il direttore del Museo della Brigata Ebraica. La piattaforma ha agito «dopo la condivisione di un contenuto che riportava un fatto storico documentato: un telegramma inviato da Heinrich Himmler al Gran Mufti di Gerusalemme durante la Seconda guerra mondiale» (Il Tempo). Secondo Facebook, come spiega Libero, il post non rispetterebbe «le regole della community». Romano ha presentato ricorso, finora senza esito.
Al teatro Parenti di Milano si è svolto giovedì sera un evento per il sì al referendum del 22-23 marzo al quale è intervenuta la premier Giorgia Meloni. Le cronache segnalano la presenza tra il pubblico del presidente della Comunità ebraica Walker Meghnagi e all’esterno di alcuni contestatori ostili alla premier e alla direttrice artistica del teatro, Andrée Ruth Shammah, per aver concesso la sala. «L’hanno contestata perché c’è il referendum o forse perché è di religione ebraica?», si è chiesto il presidente del Senato, Ignazio La Russa. Dal suo canto Shammah «ha colto l’occasione per chiedere alla Meloni aiuto e sostegno per spingere una causa alla quale tiene parecchio: creare e diffondere Giardini dei Giusti anche nelle sedi di organizzazioni ed enti internazionali» (Il Giorno).