DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 18 marzo 2026

Le cronache delle ultime ore registrano la morte di due settantenni nella città israeliana di Ramat Gan, uccisi da una delle bombe a grappolo lanciate nella notte dall’Iran. Proseguono intanto le operazioni su Teheran e nel sud del Libano contro Hezbollah. Il tema principale di approfondimento sui quotidiani in edicola è la sopravvivenza del regime dopo gli ultimi colpi inflitti da Usa e Israele, in particolare dopo l’uccisione del leader “de facto” Ali Larijani. «È probabile che i vertici iraniani non credano più nel pauperismo khomeinista delle origini, nella trovata di sottoporre il potere politico ed economico ad una casta di pii ayatollah, ma non credono di avere alternative», scrive il Corriere. «Un esempio perfetto è Ahmed Vahidi, il nuovo comandante delle Guardie della Rivoluzione dopo la uccisione del predecessore nei raid del primo giorno di guerra. Se scappa all’estero viene arrestato come mandante dell’attentato di Buenos Aires nel 1994 contro un’Associazione ebraica. Ottantacinque morti. Se resta in Iran senza potere gli chiederanno conto delle repressioni contro i suoi stessi cittadini».

La Stampa cita i media israeliani, secondo i quali l’eliminazione di Larijani sarebbe stata pianificata per la notte tra domenica e lunedì, per poi essere rinviata all’ultimo momento. Lunedì a mezzogiorno sarebbe quindi arrivata la dritta decisiva: Larijani «avrebbe dovuto recarsi in uno dei suoi appartamenti sicuri, tutto il resto è stata una sequenza di eventi in rapida successione, se non addirittura in tempo reale: la decisione a livello politico, l’ordine impartito dal ramatkal di far decollare i jet e avviare l’operazione, il volo lungo 1.500 chilometri verso l’Iran e l’esecuzione». Un regime change è ora più vicino? Per Fiamma Nirenstein (Il Giornale), «l’eliminazione di Ali Larijani, insieme a quella di Gholamreza Soleimani, capo dei Basiji, è una svolta strategica, un invito, un’apertura della fase della guerra in cui la gente possa avanzare verso il tentativo di prendere il potere attraverso la rivoluzione nelle strade e, finalmente, effettuare un cambio di regime». Critica la lettura di Sina Toossi, esperto di Iran e analista del Center for international policy. «Israele ha pianificato questa guerra per anni e ora che ce l’ha non vuole una via d’uscita. Vuole la caduta o il collasso del regime», dice Toossi a Repubblica. A suo dire però ciò «non sta succedendo e molto probabilmente non succederà».

Sul Foglio, Giuliano Ferrara si chiede se abbia un senso la neutralità europea e italiana di fronte alla possibilità di costruire un nuovo Medio Oriente «senza i terroristi di Hezbollah, senza Hamas, senza Assad, senza i loro mandanti iraniani» e di fronte alla prospettiva di «chiudere un largo accordo di pace e sviluppo multiculturale, intitolato ad Abramo nientemeno, per la grande riconciliazione dal Libano all’Iran, passando per la Siria, arrivando al Golfo e all’Arabia Saudita, fino all’Iraq e a Israele, compresa la Giordania e l’Egitto e quel che resta della Palestina dopo gli orrori della sua classe dirigente inetta e corrotta e complice».

«L’azione bellica dovrebbe essere accompagnata da un’enorme azione diplomatica che isolasse l’Iran, ma qui si pone una domanda: chi si impegna per garantire la sicurezza di Israele?», scrive Davide Assael su Domani, riscontrando come sia a Gaza che in Libano che ora in Iran «nessuno ha mosso mezzo dito, arrivati al dunque». Assael pone un altro interrogativo: «Si pensa che queste milizie criminali, che trattano i propri popoli come carne da cannone, si disarmino da sole? Finché non si risponde a questa domanda ci sarà solo la guerra, perché Israele giustamente non si immola come vittima sacrificale sull’altare delle titubanze altrui».

«Donald Trump è stato trascinato in guerra da Israele?», chiede il Corriere all’analista politico Fareed Zakaria. «Respingo l’argomento della lobby israeliana in azione. Penso piuttosto che Trump sia stato persuaso da Netanyahu, che ha capito quali argomenti usare per convincerlo, facendo leva anche sulla sua vanità, manipolandolo perfino. Il premier israeliano è brillante in quello», risponde Zakaria, che ritiene «assurdo» l’intervento Usa in Iran accanto a Gerusalemme.

Dopo oltre 43 anni, sono stati identificati cinque membri del commando responsabile dell’attentato palestinese al Tempio Maggiore di Roma del 9 ottobre 1982. I giornali riportano l’apprezzamento di Comunità ebraica e Ucei. «La svolta nell’inchiesta romana è arrivata grazie ai magistrati parigini, con i quali la Procura di Roma ha creato una squadra investigativa comune», sottolinea il Messaggero. Cinque gli indagati a rischio processo. Per la Procura della capitale c’è una convergenza tra l’attentato romano e quello di agosto a Parigi contro il ristorante ebraico Jo Goldenberg. «Quando sono uscito dall’ospedale sono voluto tornare subito in sinagoga, sul luogo dell’attentato», racconta Sandro Di Castro, uno dei 40 feriti del 9 ottobre, alla Stampa. «Una volta a casa ho pensato di conservare i vestiti che portavo quel giorno e le schegge che mi hanno colpito. Ho deciso di regalarli ai miei nipoti, perché siano loro testimoni in futuro di questo evento che fa parte della nostra storia».

Su Repubblica, Miguel Gotor parla del libro L’Italia e il lodo Moro. Diplomazia segreta negli anni della guerra fredda(ed. Einaudi) del ricercatore e saggista Giacomo Pacini e lo proietta nel presente. Secondo Gotor, «nell’odierno quadro di crisi internazionale in Medio Oriente, tra il conflitto israelo-palestinese e lo scontro con l’Iran sciita, non occorre essere esperti di intelligence per temere una possibile ripresa degli attacchi terroristici nelle principali capitali occidentali». Attorno al libro riflette anche Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere, ricordando le speciali relazioni dell’Italia con il mondo arabo: «Può piacere o non piacere (a me personalmente non piace più di tanto), ma di sicuro le cose stanno così. Da decenni, destreggiarsi tra questa esigenza da un lato, e dall’altro l’imprescindibile difesa d’Israele insieme il vincolo con la Nato, con l’Europa e gli Stati Uniti, costituisce il cuore della nostra politica estera». Di certo, chiosa, «un cuore permanentemente problematico».