SCAFFALE – La parola che separa
La forza del mito, di qualsiasi mito, consiste nell’inesauribile pluralità di significati che da esso si possono fare scaturire. Da quando, circa 70.000 anni fa, gli Homo sapiens hanno inventato il linguaggio, hanno anche inventato la capacità di raccontare storie. La stragrande maggioranza di esse, ovviamente, è andata perduta, e possiamo solo immaginare di cosa esse potessero trattare. Erano forse legate a episodi reali legati alla dura lotta per la sopravvivenza, al confronto con le forze della natura, ai rapporti di collaborazione o conflitto con gli altri uomini. Già da tempo gli uomini (Sapiens, Neanderthal, Cro-Magnon, Danisova…) – unici tra tutti gli animali della terra – avevano imparato a governare il fuoco, e questo li poneva in una condizione peculiare nella natura selvaggia. Intorno al fuoco, al calare delle tenebre, gli uomini raccontavano, inventavano e trasmettevano storie.
Con l’invenzione della scrittura (circa 5.000 anni fa), alcune di queste storie sono state raccolte e tramandate. La stragrande maggioranza di esse, ovviamente, è andata perduta, insieme coi materiali (cortecce, papiri, tavole di argilla, fogli di papiro, pelli di animali) sui quali erano state vergate. Ma alcune sono arrivate fino a noi. Alcune tra queste, per motivi vari, hanno avuto la ventura di entrare in dei particolari testi, a cui si è voluto attribuire un valore speciale, di tipo sacrale o religioso. Si è creduto di potere leggere, in queste parole arcane, dei messaggi provenienti da una sfera diversa da quella meramente umana e naturale. Di poter cogliere dei messaggi destinati a sfidare il tempo, ad andare al di là dei confini di una singola tribù, di uno specifico agglomerato umano.
Alcune storie sono diventate dei miti, e alcuni miti hanno dimostrato una straordinaria capacità di durata, fascinazione, irradiazione, tanto da potere assurgere a una forma di (almeno apparente) “universalità” e “eternità”. Quando ciò è accaduto, è dipeso, certo, dalla forza del contenitore testuale che, come un’imbarcazione, ne ha trasportato il contenuto nel mare dello spazio e del tempo. Ma è vero anche il contrario. Una solida imbarcazione salva i miti che trasporta, ma è anche la forza dei miti a dare buon vento all’imbarcazione. Una grande nave che trasporta merce inutile è inutile anch’essa, ed è destinata al naufragio o all’oblio.
Ma qual è il significato del mito? Perché viene creato e tramandato? È possibile che esso trasmetta, nei millenni, sempre lo stesso significato? Ovviamente no, non è possibile, perché il mito, per definizione, è una inesauribile sorgente di sempre nuove sollecitazioni, emozioni, letture. La continua ri-significazione è consustanziale alla sua natura. Non solo non sapremo mai perché è stato creato, scritto, trasmesso, ma neanche come lo hanno interpretato, lo interpretano e lo interpreteranno gli uomini del passato, del presente e del futuro.
Tra tutti i miti, naturalmente, un posto di particolare rilievo occupa, da sempre, quello narrato nell’undicesimo capitolo del libro del Bereshìt, dedicato al celeberrimo episodio della Torre di Babele e della confusione delle lingue che ne derivò. “L’imbarcazione”, in questo caso, evidentemente, è di particolare rilevanza, trattandosi del primo libro della Torah e della Bibbia, ma non si può negare che sia stato anche questo specifico racconto (accanto a quelli della creazione dell’universo, del frutto proibito, del fratricidio di Caino, del sacrificio di Isacco e tanti altri) a dare al libro della Genesi la sua unica, straordinaria forza evocativa.
A questo specifico episodio Donatella Di Cesare ha dedicato un saggio di grande profondità e interesse, capace di accompagnare il lettore in un affascinante viaggio “dentro, dietro e sotto” le scarne parole della narrazione biblica: Grammatica dei tempi messianici, La Giuntina, Firenze, 2025, pp. 76, euro 12).
«Confusione delle lingue», scrive l’autrice, «punizione che Dio infligge all’umanità: è questo il primo significato, il più ricorrete e diffuso, associato alla torre di Babele, che si staglia nei famosi versetti di Bereshìt 11. 1-9. Ripetuta fino all’ostinazione, nel corso dei secoli, l’interpretazione si è cristallizzata fino a minacciare il mito e il fondo inesauribile del mito. Primo documento di una riflessione sul linguaggio e sulle lingue, la torre ha rischiato di irrigidirsi nell’emblema che sta per la punizione divina mai dimenticata, per la confusione delle lingue».
Ma l’idea della punizione divina non può e non deve chiudere il racconto in una gabbia che lo privi della sua intrinseca polivalenza: «Babele», continua la studiosa, «ha sempre esercitato e continua ad esercitare un fascino singolare anche nell’ultimo secolo – da Kafka a Borges, da Benjamin a Derrida. Il che non sorprende perché, se solo si va al di là dei luoghi comuni, sono tante le domande che si affastellano intorno alla torre, a Babele, al mito di Babele».
Attraverso un’attenta analisi linguistica, la Di Cesare nota come il mito della torre trovi il suo fondamento proprio nel nome “Babele”, inteso come “confusione”, e quindi su un passaggio, o una traduzione, da un nome proprio a un nome comune. Ma questa traduzione nascerebbe da una falsa etimologia, dal momento che il nome accadico bâb-ilu, oppure bab-ilani, che letteralmente vuol dire “porta del dio”, o “porta degli dèi”, sarebbe stato trasformato nella parola ebraica balàl che vuol dire “confondere”, “mescolare”. Ma, sgombrata la lettura del testo da questo errore etimologico, l’interpretazione del passo si apre verso molte altre soluzioni.
Personalmente, nell’episodio biblico mi è sembrato di scorgere soprattutto un ammonimento riguardo alle molteplici potenzialità della parola, che può tanto unire e collegare quanto dividere e contrapporre. E non c’è neanche bisogno che ci siano tante lingue diverse, per vedere gli effetti divisivi della parola.
La narrazione cristiana ha posto come “capovolgimento” della divisione iniziata a Babele l’episodio degli Atti degli Apostoli (2.7-11), quando improvvisamente, durante una riunione, gli apostoli iniziano a parlare rivolgendosi a ciascuno dei presenti nella sua lingua natia. Gli astanti ne restano stupefatti: «Quelli che parlano non sono Giudei? E come va che noi li udiamo parlare nel nostro linguaggio? Noi Parti, Medi, Elamiti; della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia Cirenaica, peregrini romani, sia Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi; noi tutti li udiamo parlare nei nostri linguaggi delle grandezze di Dio!».
Il plurilinguismo, così, si trasformerebbe da maledizione in benedizione, da punizione in dono del Signore. Ma proprio il fatto che tutte le lingue del mondo sarebbero state chiamate a veicolare un solo, identico messaggio avrebbe rappresentato un nuovo fattore di divisione, tra chi avrebbe accettato di entrare in quel nuovo, ampio recinto, e chi avrebbe invece continuato a restarne fuori.
Se l’idea di Babele come “confusione” è errata, è errata anche l’idea che la capacità divisiva e conflittuale della parola possa, un giorno, cessare. Forse una “grammatica dei tempi messianici” può farlo sperare, ma i “tempi umani”, gli unici che conosciamo, negano questa possibilità.
Francesco Lucrezi, storico