DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 19 marzo 2026
L’Iran alza il tiro, continuando a usare missili a testata multipla sulle città israeliane. Repubblica riporta l’impiego di vettori Khorramshahr-4 ed Emad carichi di submunizioni da 5 kg: una «pioggia di ferro» capace di coprire fino a 10 chilometri e costruita «per massimizzare il danno alle case e ai civili». Uno di questi frammenti ha sfondato il tetto di un condominio a Ramat Gan, uccidendo martedì una coppia di anziani. Armi indiscriminate che «non distinguono tra israeliani e palestinesi», scrive il quotidiano, aggiungendo come a Hebron le vittime siano state colpite nel salone di una parrucchiera. «Bombe a grappolo, due morti a Tel Aviv, l’Iran rivendica (ma tutti tacciono)», denuncia il Riformista, evidenziando come l’uso di armi indiscriminate contro i civili non susciti una reale reazione internazionale, segno di un doppio standard nel giudizio sul conflitto.
Israele si prepara a un Pesach nei rifugi, tra allarmi continui per missili a grappolo, vittime e restrizioni che limitano celebrazioni e accessi ai luoghi sacri. Le festività si annunciano «in formato ridotto», spiega La Stampa, con tavole più piccole e la necessità di avere un rifugio a portata di mano. Nonostante tutto, prosegue il quotidiano, prevale la resilienza: «Faremo come ogni anno», raccontano i cittadini, mentre altri si organizzano direttamente nei rifugi. «Possono lanciare tutti i missili che vogliono, noi rimaniamo qui».
Il Giornale intervista il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, che chiarisce: «In guerra si hanno degli obiettivi, non si hanno scadenze» e «la strategia migliore è non rivelarle al nemico», indicando tra le priorità «il programma nucleare», «quello missilistico-balistico», «l’intera industria militare dell’Iran» e «creare le condizioni per un cambio di regime». Duro verso l’Europa, che «fa come gli struzzi, mette la testa sotto la sabbia», Sa’ar avverte che «ignorare la minaccia di oggi su Hormuz significa legittimare altri gruppi a farlo in futuro, anche nel Mediterraneo» e denuncia la contraddizione di chi sostiene l’Ucraina ma non considera questa «la propria guerra». Quanto al futuro, ribadisce che «la fine del regime dipende dal popolo iraniano», ma per arrivarci serve «indebolire drasticamente la dittatura e i suoi bracci repressivi».
«Operazione inevitabile» contro un «regime terrorista», sottolinea al Quotidiano Nazionale l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, secondo cui l’Iran rappresenta una minaccia globale, tra sostegno al terrorismo e ambizioni nucleari. La diplomazia «non ha prodotto i risultati sperati», e l’intervento militare diventa così necessario per «proteggere non solo la regione, ma i valori di libertà e democrazia».
«Può funzionare la strategia israeliana della decapitazione?», si chiede il Corriere della Sera. La risposta degli analisti è cauta: nonostante l’eliminazione sistematica dei vertici, il regime iraniano «sta reggendo» e rischia anzi di diventare «più paranoico e pericoloso». L’esperienza di Hamas, Hezbollah e Isis mostra che «le idee sopravvivono alle persone»: colpire i leader non basta a far crollare un sistema. Per Israele, spiega Sarit Zehavi, tenente colonnello della riserva israeliana, «potevamo sperare, ma non aspettarci di far cadere il regime dal cielo». A Gaza, aggiunge Zehavi, «sono morti i capi, ma Hamas governa ancora oggi». L’obiettivo della campagna militare in Iran resta «togliere le risorse» ai nemici più che rovesciarli.
Dal Golfo passa ormai il fronte decisivo del conflitto: tra raid ai giacimenti e missili sulle rotte energetiche, la guerra tra Iran e Israele colpisce direttamente il cuore del mercato globale, riportano Sole 24 Ore e Repubblica. Il Corriere racconta degli attacchi a South Pars e delle rappresaglie fino al Qatar, mentre prosegue la “decapitazione” del regime con l’uccisione del ministro Khatib e nuove esecuzioni a Teheran. Secondo il Corriere, emergono anche divergenze tra alleati: gli Usa mirano agli arsenali e alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, dove però serve «uno schieramento esteso» e mezzi antimine oggi insufficienti, mentre Israele punta alle infrastrutture energetiche. Il regime resta «indebolito ma al potere» e adotta tattiche simili agli Houthi, segno di un conflitto sempre più ampio e instabile.
Chi è Mohammad Baqer Ghalibaf, possibile successore di Ali Larijani per guidare l’Iran? Se lo chiede Repubblica, che lo descrive come «eterno candidato» e uomo di sistema con forti legami tra politica, pasdaran e affari, capace di muoversi tra i centri di potere senza mai uscirne davvero sconfitto. Pragmatico e vicino alla nuova Guida, potrebbe ora riuscire a conquistare il potere grazie alle sue connessioni nell’apparato, ai rapporti con i militari e al controllo del Parlamento.
Nonostante i missili iraniani e gli attacchi a infrastrutture civili, «gli Emirati restano un Paese sicuro», dice al Corriere l’ambasciatore Abdulla Al Subousi, sottolineando la capacità difensiva e la scelta di non rispondere militarmente. All’Italia, ringraziata per il sostegno, Abu Dhabi chiede sistemi antimissile e antidrone, mantenendo una linea prudente: difendersi senza escalation, anche se «non so per quanto» potrà durare.
Le dimissioni dell’ex capo antiterrorismo Usa Joe Kent, che accusa Washington di aver colpito l’Iran su pressione israeliana, riaccendono le divisioni nel mondo Maga, raccontano Corriere e Repubblica. A criticare Trump, sottolineano i quotidiani, non sono tanto i repubblicani quanto voci influenti dell’estrema destra americana, come Tucker Carlson e Megyn Kelly, «fedeli al presidente ma contrari a una nuova guerra». Trump minimizza («Maga sono io») e la base lo segue: il 90% è con lui, scrive il Corriere. Ma tra caro energia e rischio escalation il consenso resta legato agli sviluppi del conflitto.
«Serve un’iniziativa europea per la de-escalation», afferma al Corriere il presidente cipriota Nikos Christodoulides, sottolineando come la guerra in Iran «influenzi direttamente» l’Ue, soprattutto su energia e competitività. Cipro si propone come mediatore, pronta a ospitare colloqui tra Israele e Libano, mentre ribadisce la necessità di un’Europa più attiva nella regione.
La guerra nel Golfo travolge anche il turismo, segnala La Stampa: oltre 43 mila voli cancellati, carburante alle stelle e milioni di viaggiatori bloccati mettono a rischio la stagione pasquale e i flussi internazionali verso l’Italia. Albergatori e operatori segnalano calo di prenotazioni e prime disdette, soprattutto dai mercati extra-Ue e nel segmento lusso, mentre tutto dipende dalla durata del conflitto: se si prolunga, le perdite saranno «pesanti».
Più di 100 dipendenti dell’Unrwa sono sotto indagine negli Stati Uniti per sospetti legami con Hamas o coinvolgimento negli attacchi del 7 ottobre, riporta Libero, citando fonti americane e israeliane. Alcuni casi sono già emersi, tra cui un preside accusato di aver partecipato al massacro.
«La guerra è cambiata ma continua», afferma al Sole 24 Ore padre Gabriel Romanelli: a Gaza non ci sono più raid a tappeto, ma «ci sono ancora morti, feriti» e distruzione. La situazione resta «drammatica»: manca tutto – acqua, elettricità, medicine – mentre cresce la paura che il nuovo conflitto regionale riaccenda i bombardamenti.
Bene la riapertura dell’inchiesta sull’attentato alla sinagoga di Roma del 1982, scrive il Foglio, ma resta il nodo di «stragi dimenticate» e di un terrorismo palestinese a lungo rimosso. Se «è sempre un bene stabilire la verità», pesa il fatto che quell’attacco fu oggetto di «un’indagine lacunosa o sbrigativa» e poi «espulso per decenni dalla nostra memoria». In Italia, prosegue il quotidiano, il ricordo delle violenze non è uniforme, e «le stragi del terrorismo palestinese» – anche contro ebrei – «sembrano non avere lo stesso valore» nella coscienza pubblica.
Non una protesta ma «una vera guerriglia violenta» contro le forze dell’ordine: così la gip di Milano descrive gli scontri pro-Pal alla stazione Centrale, con sei attivisti colpiti da misure cautelari e 27 denunciati, riporta Libero. Secondo il presidente della Comunità ebraica Walker Meghnagi, dietro le violenze c’è «un’ideologia nutrita di odio contro lo Stato, le minoranze, la democrazia».
La Stampa accende i riflettori su Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e Palantir e figura chiave della destra globale vicina a Trump. In una serie di lezioni a Roma, Thiel ha intrecciato teologia e geopolitica definendo Trump il «katéchon», «l’ultimo baluardo contro l’Anticristo». Nella sua visione, gli Stati Uniti rappresentano la forma definitiva dell’Impero Romano: la loro caduta segnerebbe la fine dell’Occidente, mentre la Cina resta il «nemico esistenziale» capace di imporre un modello autoritario globale.