DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 23 marzo 2026
Questa sera scadrà l’ultimatum di Donald Trump su Hormuz. Se il blocco iraniano persisterà, il presidente dagli Usa ha annunciato l’intenzione di bombardare le centrali elettriche del regime. Dal loro canto gli ayatollah hanno minacciato di colpire le fonti energetiche dei Paesi del Golfo. Il regime pone sei condizioni per allentare la presa, racconta il Corriere della Sera. Tra cui «la chiusura delle basi americane in Medio Oriente, la garanzia di non essere più attaccato, un nuovo sistema per Hormuz (di fatto ottenere pagamenti per il passaggio) e l’estradizione dei giornalisti anti-iraniani». Tutte richieste inaccettabili, viene spiegato, e «non solo per gli Stati Uniti e Israele».
Proseguono gli attacchi iraniani su Israele. «A Tel Aviv la prima sirena è suonata ieri mattina alle otto e gli allarmi sono andati avanti fino al primo pomeriggio, sette in totale: gli iraniani vogliono sfibrare gli abitanti della metropoli sul Mediterraneo, lanciano missili che spargono bombe a grappolo, frammentano con le esplosioni quel poco di normalità quotidiana», spiega il Corriere. «Un ordigno è esploso vicino al teatro Habima, in pieno centro, un altro ha distrutto un palazzotto dalle parti del mercato Carmel, tra i simboli della città e di solito pieno di gente, mentre in questi giorni molte delle bancarelle restano chiuse». Allo stesso tempo, dal Libano, Hezbollah «continua a colpire il nord del Paese». Ieri il premier israeliano Benjamin Netanyahu è stato ad Arad, dove un missile non intercettato ha provocato un centinaio di feriti. «È ora di vedere i leader del resto dei Paesi unirsi a noi», ha esortato il premier di Gerusalemme, ricordando come l’Iran abbia di recente colpito anche un Paese europeo come Cipro. «Di quali altre prove avete bisogno per capire che questo regime, che minaccia il mondo intero, deve essere fermato?».
Tra le città colpite dall’Iran c’è anche Dimona. Per l’islamologo Gilles Kepel, intervistato dalla Stampa, «siamo al parossismo, ci avviciniamo cioè in modo pericoloso all’uso dell’arma nucleare: l’attacco reciproco su Natanz e su Dimona, con la teocrazia sciita sorprendentemente in grado di infliggere danni seri al sito dov’è localizzata la bomba israeliana, apre a un’escalation imprevedibile». Trump finirà per mandare i soldati, boots on the ground? «Sarebbe una catastrofe: l’America non può neppure ipotizzarlo», dice Kepel. «Il tema è il rischio nucleare, il momento Hiroshima: i missili caduti su Dimona che fino a ieri venivano intercettati nei cieli d’Israele». L’esame dei filmati, riferisce Repubblica, «mostra come lo Stato ebraico stia utilizzando sempre meno gli Arrow 3, che disintegrano gli incursori all’esterno dell’atmosfera: sono gli unici a impedire la pioggia di cluster, ma ne hanno pochi». La stima è che per fermare gli attacchi degli ayatollah ne siano stati consumati finora ottanta, «mentre un’altra cinquantina è stata impiegata nel conflitto dello scorso giugno e la produzione è lenta».
«Quanto durerà la guerra in Iran?», domanda il Corriere a Kurt Volker, ex ambasciatore Usa alla Nato. «Non sono in grado di fare previsioni. Posso, però, descrivere come potrebbe finire. Trump deve fare una scelta fondamentale. Può forzare un cambio di regime in Iran; oppure gli potrebbe bastare indebolire gli ayatollah e i pasdaran per poi provare a negoziare. In questo secondo caso, però, servirà un quadro di sicurezza complessivo». Il punto strategico-militare non è tanto se un missile possa raggiungere la Turchia «ma se sia in grado di arrivare più lontano, verso Paesi come Grecia, Italia, Francia o Germania: in quel caso si aprirebbe uno scenario completamente diverso», dice alla Stampa il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare italiana. Per Tricarico, «la domanda cruciale è: come reagirebbero questi Stati? Si attiverebbe l’articolo 5 della Nato? Ci sarebbe quindi un coinvolgimento diretto dell’Alleanza atlantica? Il pericolo in prospettiva è complesso, riguarda la politica oltre agli eserciti».
«Il Rubicone è stato attraversato: l’ultimatum di Washington non è un avvertimento, ma la fine della guerra a distanza», dichiara ai giornali del gruppo QN l’ex alto dirigente del Mossad, Oded Ailam, oggi analista del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs. Per Ailam, «l’escalation non è una possibilità: è l’unica direzione in cui questo treno sta andando».
Anche Gerusalemme è finita nel mirino e i lanci del regime sulla Città Vecchia «mostrano che l’obiettivo non è solo militare ma simbolico: distruggere il centro storico, religioso e identitario che Gerusalemme rappresenta», denuncia l’ex ambasciatore d’Israele in Italia Dror Eydar sul Giornale. «Israele sta rispondendo efficacemente, difendendo la popolazione e contrattaccando per ridurre le capacità del regime iraniano. Ma la posta in gioco supera il confronto bellico».
«I pasdaran hanno scelto una strategia di lunga durata, la più lunga possibile; alcuni analisti sostengono che sei mesi di resistenza attiva sarebbero sufficienti, un tempo troppo lungo per Trump», scrive il Foglio. «Ma un successo pieno in tempi brevi è possibile? Secondo i capi militari israeliani la guerra è a metà strada e durerà almeno fino al prossimo mese».
«Raccontare la guerra è difficile, perché non si vive con le emozioni, ma con i sensi. Con l’udito, per esempio», scrive David Zebuloni da Israele. «Il rumore dei missili intercettati in lontananza. Echi che ricordano tuoni smorzati, distanti. Quasi irreali. Ma ciò che colpisce davvero sono i missili che non vengono intercettati: boati che travolgono tutto».
Repubblica ospita un intervento di Philippe Lazzerini, di cui è al termine il mandato di Commissario Generale dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite bandita da Israele con l’accusa di essere infiltrata da Hamas. Secondo Lazzerini, «è incomprensibile come un’entità delle Nazioni Unite venga smantellata in questo modo, in violazione del diritto internazionale e nella più totale impunità, mentre a pagarne il prezzo sono il personale Onu e le comunità palestinesi».