DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 24 marzo 2026
«Abbiamo raggiunto un accordo sui punti principali con l’Iran», ha annunciato il presidente Usa Donald Trump, cancellando di fatto l’ultimatum che chiedeva la riapertura dello stretto di Hormuz e rinviando di cinque giorni ogni attacco alle infrastrutture energetiche iraniane. Il Corriere della Sera ricostruisce una situazione fluida e contraddittoria: Teheran smentisce, affermando che «non ci sono stati negoziati con la Casa Bianca», mentre i mercati tirano un sospiro di sollievo e il petrolio scende sotto i 100 dollari al barile. Trump, spiega Repubblica, ha parlato di un accordo in 15 punti, di colloqui condotti dai suoi inviati Witkoff e Kushner e di un interlocutore iraniano «al vertice», che fonti israeliane identificano in Mohammed Bagher Ghalibaf, speaker del parlamento ed ex generale dei Pasdaran. Sono sempre fonti israeliane, nota il Corriere, a far trapelare che Trump avrebbe fissato al 9 aprile la data per terminare la guerra: indiscrezioni che sembrano «tattiche per far deragliare i negoziati più che indiscrezioni concordate con la Casa Bianca». Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che conduce contemporaneamente la campagna militare e quella elettorale, ha dichiarato: «Tuteleremo i nostri interessi vitali in qualsiasi situazione».
Diversi quotidiani descrivono l’annuncio di Trump sull’Iran come un tentativo di prendere tempo e cercare una «via d’uscita» dal conflitto, tra esigenze di de-escalation e pressioni sui mercati energetici. I contatti con l’Iran, indiretti e mediati da Paesi come Pakistan e Turchia, restano fragili e pieni di diffidenze, con posizioni ancora lontane, scrive La Stampa. In questo contesto emerge il ruolo del vicepresidente JD Vance, meno favorevole alla guerra, indicato come possibile negoziatore, aggiunge il Corriere.
Il primo obiettivo delle trattative, spiega il Giornale, è la riapertura dello Stretto di Hormuz, che Trump promette «molto presto» sotto «controllo congiunto» tra Usa e Iran. Conferma indiretta arriva dai servizi iraniani, che valuterebbero un nuovo «regime legale» per lo Stretto, prosegue il quotidiano. Nel frattempo la Guida Suprema Mojtaba Khamenei risulta «isolata e non risponde ai messaggi», secondo il Washington Post, ripreso dai quotidiani italiani. «Non l’hanno mai visto, c’è qualcosa che non torna», ha dichiarato Trump. Libero parla di ipotesi sul destino di Mojtaba Khamenei che si moltiplicano: ricoverato in coma a Teheran, trasferito segretamente a Mosca su un aereo del Cremlino, o addirittura già morto e tenuto in vita dalla propaganda dei Pasdaran.
Per l’analista militare statutense Aaron David Miller, intervistato da Repubblica, la svolta negoziale di Trump segnala un cambio di approccio: «L’amministrazione si è resa conto dei limiti del suo potere militare» e deve ora cercare un’uscita. Il problema ora è Hormuz: qual è «il prezzo che Trump dovrà pagare per riaprire lo Stretto». Miller definisce «sogni» le condizioni poste da Washington all’Iran, tra cui l’abbandono della corsa all’atomica e lo stop alla produzione di missili. Su Netanyahu l’analista commenta: «Farà quello che vorrà Trump. Il suo obiettivo più importante non è l’Iran, ma essere rieletto».
Repubblica parla di «disappunto del premier israeliano Netanyahu» dopo l’apertura di Trump ai negoziati con Teheran. Pur definendo il presidente Usa «il nostro amico», Netanyahu ha preso le distanze dalle trattative e ha ribadito la linea militare. «Qualsiasi accordo accettabile per Israele non si avvicinerà alle linee rosse dell’Iran. E, viceversa, qualsiasi accordo di Trump con l’Iran non sarà accettabile per Israele. Questo cerchio non può essere quadrato» avverte Danny Sitrinowicz, ricercatore dell’Inss di Tel Aviv. Per Fiamma Nirenstein (Giornale), se i negoziati con Ghalibaf – «personalità durissima» – dovessero fallire, il quadro militare parla chiaro: la Uss Tripoli con 2.200 marines si sta unendo ad altre navi con altri 4.700 uomini a bordo, dirette verso il Medio Oriente.
«Missili con bombe a grappolo quasi impossibili da fermare, lo scudo israeliano “bucato”», titola il Corriere della Sera, raccontando i danni provocati dai missili iraniani, che rilasciano durante la discesa decine di ordigni minori dispersi fino a otto chilometri e difficili da intercettare per i sistemi di difesa israeliani. Le bombe a grappolo, spiega il quotidiano, «sono state messe al bando nel 2008 con la convenzione di Oslo, sostenuta dalle Nazioni Unite: vieta la produzione, l’uso, la vendita e l’immagazzinamento di questi armamenti. Gli Stati Uniti, Israele e l’Iran (pure la Russia e la Cina) non hanno aderito». In totale, prosegue il Corriere, il 90 per cento degli attacchi iraniani è stato intercettato: «Gli analisti avvertono che lo Stato ebraico rischia di finire i missili difensivi, i comandanti smentiscono, ma funzionari del ministero della Difesa sono volati a Washington per chiedere con urgenza nuove forniture dagli americani».
«Quando la situazione si fa dura, si alza la testa non le mani», recita un detto israeliano che il Foglio usa per descriverer la resilienza del Paese nella quarta settimana di guerra. Dopo i missili iraniani su Dimona e Arad — 115 feriti e venti edifici danneggiati — il sindaco di Arad ha già promesso di ricostruire con nuovi grattacieli. Intanto la vita continua tra lavoro online, lezioni ibride, matrimoni e attività nei rifugi: non per eroismo, ma per necessità. I numeri mostrano una società sotto pressione ma non piegata: Israele è ottavo nel World Happiness Report 2026 e primo in Occidente per natalità (2,9 figli per donna). Il costo però cresce: il 32% degli israeliani dice di aver bisogno di supporto psicologico, contro il 12% prima del 7 ottobre.
A Londra un attacco antisemita ha distrutto quattro ambulanze del servizio di soccorso ebraico Hatzola, nel parcheggio di una sinagoga a Golders Green, quartiere settentrionale ad alta concentrazione ebraica. Le telecamere, riporta il Corriere della Sera, hanno ripreso tre individui incappucciati con taniche che appiccavano il fuoco ai veicoli. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo Ashab al-Yamin, legato all’Iran: fonti dell’ambasciata israeliana a Londra indicano Teheran come mandante, sottolinea il Corriere. Il premier britannico Keir Starmer ha parlato di «attacco antisemita profondamente scioccante», precisando che «non è un incidente isolato». L’episodio si inserisce in un clima di crescente ostilità antiebraica, già culminata nell’ottobre 2025 nell’attentato alla sinagoga di Manchester con due vittime. Secondo l’Institute for Jewish Policy Research, il 35% degli ebrei si sente oggi insicuro nel paese e c’è chi valuta l’emigrazione.
In occasione dell’82esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, il capo dello Stato Sergio Mattarella si recherà questa mattina al Memoriale per commemorare le 335 vittime della strage nazista. Nel pomeriggio, si terranno le commemorazioni in Campidoglio, con la partecipazione di Ucei e Comunità ebraica di Roma, ricorda il Messaggero.
La storia degli ebrei romani perseguitati dai nazifascisti entrerà negli archivi dello Yad Vashem. La Fondazione Museo della Shoah di Roma siglerà oggi, racconta il Messaggero, un accordo con il Memoriale della Shoah di Gerusalemme: ogni documento donato alla Fondazione – lettere, fotografie, diari – sarà digitalizzato e conservato anche negli archivi israeliani. Le famiglie italiane sono invitate a donare materiali. La digitalizzazione e l’accesso ai materiali «su scala mondiale restituiscono alle famiglie donatrici il giusto riconoscimento e una visibilità commisurata all’importanza del loro gesto», commenta Mario Venezia, presidente della Fondazione, che firmerà l’accordo assieme al presidente dello Yad Vashem Dani Dayan.
Il Riformista torna sul rapporto britannico sul 7 ottobre 2023, un dossier di oltre 300 pagine che documenta in modo dettagliato il massacro di Hamas, confermandone la pianificazione sistematica e le violenze contro i civili. L’indagine, basata anche su testimonianze dirette di ostaggi, punta a smontare il negazionismo e le narrazioni distorte emerse dopo l’attacco.
Il Giornale segnala Il primo fascista di Sergio Luzzatto (Einaudi): biografia del marchese Antoine de Morès (1858-1896), suprematista bianco nelle praterie americane, «marchese socialista» antisemita in Francia, protagonista occulto dell’affaire Dreyfus. Finì massacrato dai tuareg nel Sahara, ma la sua leggenda sopravvisse fino a Vichy. Per Luzzatto, è lui il modello primigenio da cui discendono i capipopolo del Novecento.
«La giustizia ha un potere enorme perché stabilisce una verità irrefutabile, è un macigno davanti alle teorie assurde dei negazionisti»: così la scrittrice argentina Claudia Piñeiro, intervistata da La Stampa a cinquant’anni dal golpe del 24 marzo 1976, difende il percorso di memoria e giustizia costruito dall’Argentina, dove oltre mille militari e civili sono stati processati e condannati. Tra i negazionisti Piñeiro annovera il presidente argentino Javier Milei, che sostiene la teoria dei «due demoni» – il regime come risposta speculare alla lotta armata di sinistra – e contesta il numero dei trentamila desaparecidos. «È come discutere sul numero degli ebrei uccisi dal nazismo», commenta Piñeiro.