DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 26 marzo 2026
L’Iran ha respinto il piano di tregua in 15 punti proposto dagli Stati Uniti ma rilanciato con cinque condizioni, tra cui la fine degli attacchi di Usa e Israele e il mantenimento del controllo dello Stretto di Hormuz, riportano i quotidiani. Pubblicamente il regime iraniano ha negato negoziati diretti e ironizzato sul presidente Usa Donald Trump: «Sta negoziando con se stesso», mentre ribadisce che sarà Teheran a decidere tempi e condizioni della guerra, sottolinea Repubblica. Washington però insiste: «I colloqui sono in corso» e alza la pressione militare: Trump «è pronto a scatenare l’inferno» se non si arriverà a un’intesa. Secondo fonti israeliane, scrive il Corriere della Sera, Trump punta a siglare subito un cessate il fuoco, «forse già sabato».
Mentre si moltiplicano i tentativi diplomatici, Israele prosegue l’offensiva, sottolinea il Giornale. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato di colpire «al massimo» per 48-72 ore e ha ribadito che «la guerra non è finita» sia contro l’Iran che contro Hezbollah. Il Corriere della Sera cita il canale 14 israeliano secondo cui Gerusalemme «avrebbe approvato un piano per l’invasione del Libano fino a otto chilometri di profondità», con diciotto avamposti militari lungo la nuova linea. Ma i precedenti pesano, sottolinea il quotidiano: «I veterani dell’occupazione nel sud del Paese arabo – durata dal 1982 al 2000 – avvertono che quell’operazione fu il Vietnam israeliano». Nel frattempo il Paese si blinda: voli ridotti al minimo da Ben Gurion fino al 16 aprile, scuole chiuse e limitazioni negli spazi pubblici durante le festività ebraiche. Avvenire segnala l’approvazione da parte del governo della chiamata alle armi di un massimo di 400.000 riservisti, nel contesto dei conflitti in corso con l’Iran e Hezbollah. L’esercito chiarisce che questo non rappresenta il numero effettivo di riservisti che saranno richiamati, bensì un «limite massimo che consente flessibilità in base alle esigenze operative». Il limite precedente, approvato a dicembre, era di 280.000.
I sondaggi negli Stati Uniti mostrano un netto calo di consenso per Trump, legato alla guerra: il suo tasso di approvazione è sceso al 36%, minimo dei suoi mandati, con un calo di quattro punti in una settimana, racconta il Sole 24 Ore. La maggioranza degli americani è critica: il 59% ritiene che la guerra sia andata troppo oltre, mentre il 45% teme l’aumento dei prezzi della benzina e il 67% chiede di evitare rincari energetici. Inoltre, metà degli intervistati non ha fiducia nella gestione della politica estera e solo il 34% approva le sue scelte internazionali. In generale, emerge un’opinione pubblica contraria all’escalation e sempre più preoccupata per i costi economici del conflitto. Sul campo continuano i preparativi, con truppe e marines pronti a intervenire, ma allo stesso tempo si moltiplicano i segnali diplomatici, tra cui un possibile vertice già nel weekend, mediato da Pakistan, Turchia o Egitto.
«Vedo il regime crollare», afferma al Foglio Beni Sabti, ex agente dell’intelligence israeliana nato a Teheran. Quello che gli osservatori occidentali interpretano come «resilienza» è in realtà «uno stadio avanzato della sua disintegrazione strutturale»: le Guardie della rivoluzione hanno trasformato l’Iran in una «forza di occupazione nella propria terra», priva di legittimità, che «si limita a gestire il collasso», sostiene Sabti. Ogni atto di autodifesa – repressione, espansione regionale, sacrificio dell’economia – accelera la caduta. Il direttore del Mossad David Barnea avrebbe previsto che il cambio di regime richiederà circa un anno. Quando accadrà, conclude Sabti, «anche Hezbollah e Hamas spariranno».
Il Corriere pubblica la prefazione di Paolo Giordano alla nuova edizione di Love Harder (Solferino) di Barbara Stefanelli, sulle ragazze iraniane ribelli al regime. Giordano descrive una repressione brutale con migliaia di morti nelle proteste e sottolinea come, nonostante sorveglianza e violenza, siano i «corpi giovanissimi e femminili» ad aver avviato la rivolta. Una rivoluzione generazionale, in cui «il vecchio mondo» degli ayatollah si scontra con «il nuovo» incarnato dai giovani, lasciando però incerto l’esito tra libertà, repressione o caos.
In alcune città iraniane sono comparsi manifesti che affiancano il volto di Mojtaba Khamenei a quello di Hitler, con una frase attribuita al Führer contro chi collabora con il nemico straniero. Libero legge l’episodio come la conferma di un regime che «non solo cerca di combattere Israele, ma alimenta e promuove una visione del mondo profondamente antisemita». Il quotidiano ricorda le affinità storiche tra nazismo e regime degli ayatollah.
La Stampa dedica due pagine di reportage alla guerra in Libano, con immagini e racconti dal terreno che mostrano l’impatto diretto dei bombardamenti israeliani Al centro, il funerale di due giovani paramedici uccisi da un drone a Nabatieh: secondo il quotidiano, anche i soccorritori sarebbero nel mirino, con almeno 42 operatori sanitari morti negli ultimi giorni. Gli attacchi si intensificano da Beirut al sud del Paese, tra ordini di evacuazione, distruzione di infrastrutture e la possibile operazione più ampia per creare una “zona di sicurezza”.
«Il valico di Rafah deve restare aperto», ha dichiarato Nikolay Mladenov, rappresentante del Board of Peace per Gaza, chiedendo più aiuti umanitari, alloggi per gli sfollati e accesso continuo per gli operatori. Ne scrive il Sole 24 Ore, descrivendo una tregua fragile nella Striscia dove continuano le operazione israeliane contro Hamas. «La situazione umanitaria è drammatica», scrive il quotidiano, con il 90% della popolazione sfollato e 18mila pazienti in attesa di essere portati fuori da Gaza per le cure.
Il leader della Flotilla pro-Pal, Thiago Ávila, è stato fermato e interrogato all’aeroporto di Panama mentre viaggiava da Cuba al Brasile. Ne scrive Libero.
Il Consiglio comunale di Napoli ha approvato un ordine del giorno per cambiare due toponimi legati al fascismo: piazzale Vincenzo Tecchio e via Vittorio Emanuele III. La proposta prevede di sostituirli rispettivamente con Giorgio Ascarelli, fondatore del Napoli, e Maurizio Valenzi, ex sindaco, per prendere le distanze da figure legate al regime e alle leggi razziali. Lo segnala Libero.
Il Riformista denuncia una «normalità antisemita» in Europa, osservando che in Belgio si è reso necessario schierare l’esercito per proteggere gli ebrei. Il fatto che «non esistano altre minoranze da difendere con le armi» mostra, sottolinea il quotidiano, come gli ebrei non siano più considerati cittadini pienamente uguali, in una società che si abitua a questa anomalia.