DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 30 marzo 2026

Tutti i giornali aprono con il divieto da parte della polizia israeliana al cardinale Pierbattista Pizzaballa di raggiungere la Basilica del Santo Sepolcro, dove avrebbe dovuto celebrare la messa per la Domenica delle Palme. La decisione, giustificata con motivi di sicurezza legati al conflitto in corso con l’Iran e al rischio di attacchi, ha suscitato molte reazioni e proteste internazionali. «Un grave precedente che non rispetta le sensibilità dei miliardi di persone che in questa settimana guardano a Gerusalemme», ha dichiarato il Patriarcato. Nella città vecchia, ricorda il Corriere, è stato chiuso l’accesso a tutte le chiese, moschee o sinagoghe per ragioni di sicurezza. Dopo ore di tensione, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto marcia indietro, parlando di «fraintendimenti» e assicurando che verrà garantito lo svolgimento delle celebrazioni religiose. Prima erano arrivate le scuse del presidente Isaac Herzog.

Il Corriere della Sera intervista l’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled, che definisce il blocco al cardinale Pizzaballa «uno spiacevole incidente»: «L’ultima cosa che vogliamo è offendere i cattolici e il patriarca». Peled spiega che le restrizioni nella Città Vecchia valgono per tutte e tre le religioni per ragioni di sicurezza. Diversi quotidiani ricordano le critiche di Pizzaballa sul conflitto a Gaza: secondo Repubblica, le sue posizioni «lo hanno reso sempre più sgradito a Israele», contribuendo anche all’incidente sul Santo Sepolcro, letto da alcuni come uno “sgambetto” politico a un interlocutore diventato troppo critico. «Assolutamente no. Non si tratta in alcun modo di persona pericolosa, ma in pericolo. Se fosse stata colpita da un missile saremmo stati ritenuti responsabili»., chiarisce Peled. Sulla convocazione alla Farnesina, il diplomatico sottolinea: «Fa parte del dialogo aperto e talvolta critico che abbiamo con il governo italiano». L’ambasciatore chiude ricordando altri silenzi: dopo che i missili iraniani hanno colpito la Città Vecchia e il Santo Sepolcro «non vi è stata condanna. È spiacevole. Come lo è l’assenza di condanne dell’uso iraniano di bombe a grappolo sulla popolazione civile».

In Vaticano il caso ha provocato «sgomento» e «irritazione», perché colpisce «una delle liturgie più rilevanti in uno dei luoghi più cruciali della cristianità» e rischia di compromettere i rapporti con Israele, scrive Repubblica. Il cardinale Matteo Zuppi ha espresso «sdegno per un fatto doloroso», mentre papa Leone XIV ha espresso vicinanza a Pizzaballa. «Ci sono stati dei fraintendimenti – ha spiegato qualche ora dopo il cardinale Pizzaballa in un’intervista al Tg2000 – e non voglio forzare la mano. Vogliamo usare questo episodio per chiarire meglio nei prossimi giorni cosa fare nel rispetto della sicurezza di tutti ma anche nel rispetto del diritto alla preghiera»

Corriere e Stampa raccontano le reazioni italiane al caso Santo Sepolcro: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito l’episodio «un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa» e ha telefonato al cardinale Pizzaballa. Oltre a convocare Peled, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dato istruzioni all’ambasciatore italiano a Gerusalemme di esprimere «sdegno», definendo l’accaduto «inaccettabile». Dall’opposizione, la leader Pd Elly Schlein ha parlato di «violenza cieca e protervia senza limiti del governo israeliano» e chiesto a Meloni di prendere «una volta per tutte le distanze dal criminale governo Netanyahu». Sulla stella linea i Cinque Stelle mentre il leader di Italia Viva, Matteo Renzi ha escluso «alcuna ragione di sicurezza» a giustificazione del blocco. «Sinistra indignata ma dei cristiani uccisi o perseguitati non s’è mai occupata», titola il Giornale, denunciando «il silenzio sui 388 milioni di fedeli colpiti in Africa, Medioriente, Corea del Nord».

Intervistato dal Messaggero, il vescovo ausiliare di Gerusalemme William Shomali definisce il blocco al Santo Sepolcro «un grave precedente» e una decisione «affrettata ed errata» che viola «la libertà di culto». Allargando lo sguardo, accusa Israele di esercitare una pressione sistematica sulle comunità palestinesi, anche cristiane: le violenze degli estremisti israeliani e le restrizioni mirano, accusa Shomali, a «rendere insostenibile la vita delle comunità palestinesi, spingendole all’esodo forzato». Stessa linea adottata dal domenicano Olivier Poquillon, direttore della École biblique et archéologique française di Gerusalemme, che dalle pagine di Repubblica attacca: «Vogliono colpire noi cattolici perché critichiamo la guerra». Sposa questa tesi il sociologo Franco Garelli, che su la Stampa, che accusa il governo israeliano considerare le altre religioni «clandestine o straniere» e di voler affermare la «supremazia dell’ebraismo». Su Libero, il direttore responsabile Mario Sechi sottolinea come l’ondata di condanne politiche italiane trasversali sul caso Pizzaballa riveli un’ipocrisia di fondo. Durante il Covid, scrive Sechi, le messe furono vietate in tutta Italia «e tutti docilmente obbedirono». Oggi, sotto i missili iraniani lanciati su Gerusalemme, «tutta la prudenza del mondo per proteggere i credenti non vale, perché gli ebrei sono sempre colpevoli di qualcosa, da millenni, bersaglio perfetto dell’Occidente che odia se stesso».

Nel trentesimo giorno di guerra, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf minaccia Usa e alleati e respinge il piano di Washington per una tregua. «Continuiamo a sparare. I nostri missili sono in posizione», afferma, avvertendo che Teheran è pronta ad accogliere le truppe americane «per dar loro fuoco». Sul fronte opposto, sottolineano Corriere e Stampa, il presidente Usa Donald Trump rafforza la pressione: oltre 50mila soldati americani sono dispiegati nella regione e nuovi marines sono pronti a intervenire, mentre incombe un ultimatum su Hormuz che potrebbe aprire la strada a un’operazione terrestre.

Sul fronte israeliano, il premier Netanyahu, scrive il Corriere, ha scelto la linea della massima pressione militare. Le Idf hanno intensificato gli attacchi sull’Iran – oltre 140 attacchi in 24 ore – colpendo infrastrutture strategiche e causando blackout a Teheran, mentre sullo stato ebraico continuano i lanci di missili e droni iraniani e di Hezbollah. Contro il gruppo terroristico libanese, Netanyahu ha annunciato l’estensione della “zona di sicurezza” nel sud del Libano «per contrastare la minaccia di invasione e prevenire attacchi», segnale di una possibile nuova fase dell’offensiva, spiega la Stampa.

Il Corriere della Sera descrive un Golfo spaccato davanti alla strategia iraniana: dopo oltre 5.600 attacchi tra missili e droni, Teheran punta a «punire» i vicini e ridefinire gli equilibri regionali. Da un lato, sottolinea il quotidiano, Arabia Saudita ed Emirati temono che «una eventuale tregua favorisca gli ayatollah» e spingono per continuare la pressione militare; dall’altro Qatar e Oman restano «tra il prudente e il contrario all’opzione bellicista», puntando sul dialogo.

Italia, Francia, Regno Unito e Germania hanno chiesto congiuntamente al governo Netanyahu di ritirare il disegno di legge che introduce la pena di morte per i prigionieri palestinesi condannati per terrorismo, riporta Repubblica. «La pena di morte è una forma di punizione disumana e degradante, priva di qualsiasi effetto deterrente», si legge nella nota comune dei quattro ministri degli Esteri, che esprimono «particolare preoccupazione per il carattere discriminatorio» della norma. Il disegno di legge, fortemente voluto dal ministro estremista Itamar Ben-Gvir, è già stato approvato dalla Commissione per la Sicurezza nazionale della Knesset e arriva questa settimana in aula per la votazione definitiva.

«Gli Usa ammalati di antisemitismo», titola La Stampa con un intervento della storica Anna Foa. Secondo Foa, l’antisemitismo oggi «esiste, cresce, si rafforza» e negli Stati Uniti assume forme concrete, fino ad attentati contro ebrei e sinagoghe. Una deriva che, sostiene, è alimentata dal contesto di guerra: «Non un antisemitismo all’origine delle guerre, ma le guerre all’origine dell’antisemitismo».

Il Giornale descrive «No Kings», che ha organizzato manifestazioni in diverse città europee, come un movimento solo apparentemente nuovo: «Cambiano nomi e slogan, ma sono i soliti militanti anti-occidentali», che contestano governi democratici come quelli di Donald Trump e Benjamin Netanyahu ma «ignorano» regimi come quello di Vladimir Putin e arrivano a «strizzare l’occhio» a Hamas.