PENA DI MORTE – I rabbini israeliani si interrogano
La nuova legge sulla pena di morte per i terroristi palestinesi non divide soltanto giuristi e apparati di sicurezza, ma riapre un confronto articolato nel mondo rabbinico. Un dibattito che non nasce oggi: già nel 2016, con la proposta avanzata dall’allora ministro della Difesa Avigdor Lieberman, la questione aveva sollevato interrogativi halakhici, tornati di attualità con l’approvazione nella notte alla Knesset della nuova legge sulla pena capitale.
Tra le voci più autorevoli contrarie c’è quella di rav Yitzhak Yosef, che nel 2018, nelle vesti di rabbino capo sefardita d’Israele, aveva espresso una netta opposizione al capestro. «Tutto il personale della sicurezza dice che non si guadagna molto da questa misura. Bisogna usare giudizio», dichiarava. E aggiungeva: «Mettere qualcuno a morte è nelle mani del Signore». Il nodo, per Yosef, è tanto istituzionale quanto halakhico: «Possiamo noi uccidere? Siamo forse un Sinedrio?». Il riferimento è all’antico tribunale supremo ebraico che, secondo la tradizione, era l’unica autorità legittimata a decretare la pena capitale. Un potere esercitato solo a condizioni estremamente rigorose, spiega un analisi di ynet, come la presenza di testimoni oculari diretti e un sistema procedurale talmente garantista da rendere l’esecuzione un evento rarissimo. Di conseguenza, in assenza di un Sinedrio, lo Stato ebraico contemporaneo non disporrebbe dell’autorità religiosa necessaria per condannare a morte.
Il rabbino Dov Lando, guida spirituale della fazione Degel HaTorah, è intervenuto nei mesi precedenti al voto sull’attuale legge invitando i propri parlamentari a opporsi alla proposta. «C’è il rischio che una misura di questo tipo possa portare a ulteriore spargimento di sangue», ha affermato, sottolineando in particolare le possibili conseguenze per gli ebrei nella diaspora, che potrebbero essere esposti a ritorsioni da parte di estremisti del mondo arabo. Secondo Lando la legge rischia inoltre di avere un valore più simbolico che operativo: «Non c’è alcuna possibilità che un tribunale approvi davvero la pena di morte, quindi si tratta solo di una provocazione».
Su un piano diverso si colloca la posizione del rabbino David Giami, della Yeshiva “Har HaMor” di Gerusalemme ed esponente del sionismo religioso conservatore, espressa nel novembre 2025 in un’intervista ad Arutz 7. Giami affronta la questione partendo dalla categoria halakhica del rodef (l’aggressore o “inseguitore”), principio che permette di uccidere un attentatore un istante prima che compia il delitto per salvare la vittima. Giami la reinterpreta in chiave preventiva: per lui il terrorista resta un potenziale aggressore anche dietro le sbarre. «Non perché meriti la morte, non stiamo giudicando ciò che ha fatto, ma ciò che farà», afferma il rabbino. Il riferimento è alla realtà degli scambi di prigionieri: un terrorista in cella oggi potrebbe essere liberato domani in un negoziato e tornare a colpire. La pena di morte non verrebbe applicata come punizione giudiziaria, ma come estrema legittima difesa per il futuro della società. Anche Giami pone un limite: «Non siamo venuti a stabilire una halakhà su questo tema», sottolineando come la decisione resti nel campo politico-strategico.
Diversa la prospettiva del rabbino Avraham Stav, che in un intervento pubblicato nel dicembre 2025 su Makor Rishon, allarga ulteriormente la prospettiva, inserendo la discussione in una riflessione sui valori fondamentali della società. «Non so quale sia la posizione ebraica corretta… l’idea in sé non è assurda», scrive. Ma avverte: «La domanda se Israele ucciderà dei terroristi è secondaria rispetto a come questo avverrà». Il problema, per Stav, è anche simbolico: «Quale posto avrà la corda dell’impiccagione nella nostra cultura?». Il timore è che l’introduzione sistematica della pena capitale finisca per incidere sul tessuto morale della società israeliana.
Tra i contrari intervenuti nel dibattito pubblico prima dell’ultimo voto alla Knesset c’è il rabbino Benny Lau, già direttore del centro per l’ebraismo e la società civile presso il Beit Morasha di Gerusalemme. Lau distingue tra il campo di battaglia, dove uccidere può essere necessario e giustificato, e il sistema giudiziario, che definisce l’identità etica della società. La normalizzazione della pena capitale, avverte il rav, potrebbe «contaminare» l’anima collettiva e introdurre una cultura della morte nello spazio civile.
Per spiegare questo pericolo, Lau richiama una lettura simbolica della narrazione biblica dell’esodo, sottolineando come il male non sia solo qualcosa da combattere all’esterno, ma anche un rischio che può insinuarsi all’interno della società stessa: «A Pesach leggeremo: “Gli egiziani ci fecero del male”. Ma si può leggere anche: il male è penetrato dentro di noi. La lotta al terrorismo è necessaria. Ma guai a noi se adottiamo la brutalità del nemico», ammonisce Lau. «Frasi come “questa è l’unica lingua che capiscono” non ci rendono più forti, ma ci rendono simili ai peggiori nemici. La nostra Torah è vita. Il nostro popolo ama la vita. Lasciamo la morte al campo di battaglia, e teniamo lontane le esecuzioni dalla nostra società per il bene delle generazioni future».