PENA DI MORTE – Rav Ariel Di Porto: Punire il male, proteggere la vita
La Torah prevede la pena di morte per un numero limitato ma preciso di reati. L’omicidio intenzionale è il caso paradigmatico: “Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, poiché a immagine di Dio Egli ha fatto l’uomo” (Gn 9,6). La vita umana porta in sé l’impronta divina, e chi la distrugge viola qualcosa di assoluto. La Torah estende la pena capitale ad altri reati gravi, ad esempio l’idolatria, la blasfemia, alcune trasgressioni sessuali, il falso profetismo. La Mishnah, nel trattato Sanhedrin, classifica sistematicamente le quattro modalità di esecuzione e le associa ai rispettivi reati secondo criteri di gravità crescente o decrescente, a seconda delle scuole.
Ma già a livello biblico emerge una tensione interna. La Torah stessa introduce, accanto alla pena capitale, l’istituto delle città rifugio (Nm 35), che proteggono chi ha ucciso involontariamente dall’automatismo della vendetta.
La Torah orale — contemporanea nella rivelazione a quella scritta — esplicita e articola questo principio attraverso un sistema di garanzie che rende l’applicazione della pena capitale quasi irrealizzabile. Il trattato Sanhedrin della Mishnah e del Talmud è il luogo dove questa costruzione prende forma. Le condizioni richieste per una condanna a morte sono diverse.
Anzitutto due testimoni oculari che abbiano assistito direttamente all’atto. I testimoni devono inoltre essere adulti osservanti, privi di qualsiasi interesse nella causa — esclusi i parenti dell’accusato e chiunque sia moralmente inaffidabile. Le loro deposizioni vengono raccolte separatamente e sottoposte a interrogatorio rigoroso: una sola divergenza sui dati essenziali — luogo, ora, giorno — invalida l’intera testimonianza. La testimonianza indiretta, le prove circostanziali, la confessione dell’imputato — tutto questo è insufficiente. Il Talmud diffida esplicitamente della confessione: un uomo non può testimoniare contro se stesso, perché “nessuno può rendersi malvagio” attraverso le proprie parole.
Inoltre, prima di compiere l’atto, il colpevole deve essere esplicitamente avvertito che ciò che sta per fare è punibile con la morte. Non basta che lo sapesse in astratto. Il colpevole deve poi rispondere all’ammonizione dimostrando di aver compreso e di procedere deliberatamente. Nel Sanhedrin Gedolah — il tribunale dei settantuno — vale inoltre la regola secondo cui, se tutti i giudici votano per la condanna, l’imputato è assolto: l’unanimità è considerata giuridicamente sospetta, segno che nessuna voce si è levata in difesa dell’accusato.
La Mishnah formula poi il giudizio morale in modo esplicito, con una massima divenuta famosissima: “Un tribunale che condanna a morte una persona una volta in sette anni è chiamato ‘distruttivo’. Rabbi Elazar ben Azarya dice: anche una volta in settant’anni.” (Makkot 1,10) E Rabbi Tarfon e Rabbi Akiva aggiungono: “Se fossimo stati nel Sinedrio, nessuno sarebbe mai stato messo a morte.”
Ma è Rabban Shimon ben Gamliel a formulare l’altra faccia indispensabile della questione: un tribunale che non condanna mai moltiplica gli assassini in Israele. Non è una replica di circostanza — è una posizione teologica autonoma e necessaria. La legge ha anche una funzione deterrente: rinunciare sistematicamente alla pena capitale significa abbandonare le vittime future, svuotare la legge della sua forza e tradire la giustizia in nome di una prudenza che diventa impunità. Il dibattito tra queste due posizioni rimane aperto nella tradizione: entrambe appartengono alla halakhah, entrambe meritano ascolto.
Il principio filosofico più netto lo formula Maimonide nel Mishneh Torah (Hilkhot Sanhedrin 20,1): in presenza del minimo dubbio o attenuante non si deve comminare la pena di morte. L’errore in questo caso sarebbe irreparabile. Nessun tribunale umano può permettersi quella irreparabilità.
Il Talmud tramanda che quarant’anni prima della distruzione del Secondo Tempio il Sinedrio cessò di pronunciare sentenze di morte. Da quel momento la pena capitale rimane nella Torah come dichiarazione morale assoluta, ma scompare come prassi giuridica. Il messaggio tuttavia permane: la Torah afferma che il male radicale esiste e che la vita umana ha un valore assoluto — così assoluto che chi lo viola merita la pena più grave, ma proprio perché la vita vale così tanto, il potere di toglierla non può essere esercitato con leggerezza, con fretta, con la pressione del dolore collettivo o del consenso popolare.
Rav Ariel Di Porto