LA RIFLESSIONE – Emanuele Viterbo: Il senso della festa quando manca la pace
Questa sera celebriamo Pesach in un mondo che non è in pace. Un mondo in cui esistono ancora guerre, paura, sirene, incertezza. E allora la domanda che mi sono fatto è inevitabile: ha senso festeggiare?
La risposta che mi sono dato è proprio qui, nella storia che raccontiamo. Il popolo esce dall’Egitto non quando tutto è risolto, ma quando ha paura, quando è inseguito, quando non sa cosa lo aspetta. Il popolo è uscito, ma non è ancora libero: davanti il mare, dietro i carri.
Oggi quella paura ha suoni concreti: le sirene che interrompono la notte, il tempo sospeso mentre si cerca riparo, l’incertezza di dove cadrà il prossimo colpo, anche su città come Tel Aviv. E in quei momenti si ripete la stessa sensazione antica: non solo la paura del nemico, ma del vuoto davanti a noi.
Accanto alla paura c’è la minaccia. Allora era visibile: carri che avanzavano, sempre più vicini. Oggi è spesso lontana, invisibile, tecnologica, ma non meno presente. Arriva dall’alto, da lontano, senza volto. Eppure il sentimento è identico: sentirsi esposti, vulnerabili, senza controllo. Pesach non nasce in un tempo tranquillo. Nasce dentro l’angoscia.
Ma il cuore del racconto non è la paura, né la minaccia. È il desiderio di liberazione. Non basta uscire da un luogo per essere liberi. La libertà è poter vivere senza allarmi, crescere i figli senza paura, non dover organizzare la propria vita intorno alla minaccia. È passare dalla sopravvivenza alla dignità. E poi c’è quel momento, il più umano: il mare davanti, i carri dietro. Non si può tornare indietro, andare avanti fa paura, ma restare fermi non è possibile. È la condizione di chi oggi vive dentro un conflitto, ma anche di ogni essere umano quando si trova senza certezze.
È lì che comincia ogni liberazione: non quando la paura scompare, ma quando troviamo la forza di attraversarla senza lasciare che definisca chi siamo.
Per questo festeggiare oggi non significa ignorare la realtà. Significa guardarla in faccia e dire: nonostante tutto, continuiamo a credere nella libertà. Sedersi al Seder, raccontare, ricordare, trasmettere, è un atto di resistenza umana. È affermare che la nostra vita non sarà definita solo dalla paura. Pesach non promette che il mondo sarà perfetto. Ma ci ricorda che anche nei momenti più difficili l’essere umano può ancora scegliere di andare avanti.
Possiamo anche augurarci che chi oggi ha la responsabilità di guidare sappia farlo con saggezza, coraggio e senso umano, come la tradizione attribuisce a Mosè.
Per questo sì, ha senso festeggiare. Non perché il mondo è in pace, ma perché continuiamo a cercarla.
Chag Sameach.
Emanuele Viterbo