SOCIETÀ – Quei leader ebrei che preoccupano gli ebrei
L’elezione di Avi Lewis alla guida del New Democratic Party canadese segna un passaggio politico che travalica i confini nazionali, perché tocca un nodo sensibile e ormai ricorrente nel dibattito ebraico contemporaneo: il rapporto tra identità, appartenenza e critica a Israele. Come raccontano sia Joel Ceausu su The Canadian Jewish News che il sito Jewish News, Lewis, ebreo e dichiaratamente antisionista, ha impostato la propria leadership sui temi della sinistra globale, dall’ambiente alla giustizia sociale, affiancandoli a una posizione netta sul conflitto mediorientale. Nel suo discorso di accettazione ha affermato che «quando Israele commette un genocidio a Gaza, lo chiamiamo con il suo nome», collocandosi così su un piano che molti esponenti della comunità ebraica canadese considerano delegittimante. La reazione è stata immediata il Centre for Israel and Jewish Affairs ha parlato di «profonda tristezza», sottolineando che l’identità ebraica non può essere invocata come scudo quando si mettono in discussione elementi ritenuti centrali per larga parte della comunità. In una lettera aperta firmata da decine di rabbini si legge che le posizioni del partito sono apparse «incerte, esitanti o offuscate da una retorica» incapaci di riconoscere le forme contemporanee dell’antisemitismo. La frattura non è nuova, ma assume qui visibilità istituzionale: da un lato una leadership che rivendica una ridefinizione radicale del discorso su Israele, dall’altro organizzazioni e voci comunitarie che percepiscono tale ridefinizione come una messa in discussione dell’appartenenza stessa.
Un’eco non dissimile si registra nel Regno Unito attorno alla figura di Zack Polanski (nella foto). Anche in questo caso si intrecciano identità ebraica, impegno politico e posizioni fortemente critiche verso Israele. La particolarità tuttavia emerge in ambito familiare: secondo quanto riportato, alcuni parenti avrebbero espresso il timore che una sua eventuale ascesa a primo ministro possa rendere necessario «lasciare il Paese». Una reazione che rivela un disagio profondo, radicato nella percezione di un clima politico e culturale in trasformazione.
Un parente, si legge, ha dichiarato: «Attualmente è il leader del futuro partito islamico della Gran Bretagna: è proprio questo che il Partito dei Verdi sta rapidamente diventando. E in uno Stato islamico britannico non ci sarebbe posto per gli ebrei». Un altro ha aggiunto: «Se la mozione “sionismo è razzismo” verrà approvata, renderà i Verdi il partito più antisemita nella storia britannica dai tempi dell’Unione Britannica dei Fascisti di Oswald Mosley. L’idea è una delle cose più rivoltanti che abbia sentito da molto tempo».
I due casi, pur distinti, hanno traiettoria comune: l’emergere di figure politiche ebraiche che si collocano fuori dai paradigmi tradizionali del rapporto con Israele e che, proprio per questo, producono reazioni sia politiche che identitarie.