DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 7 aprile 2026
«La scadenza è fissata, senza appello: oggi alle 20 americane, le due di notte in Italia. È il termine entro il quale il presidente Usa Donald Trump pretende una risposta definitiva da Teheran sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e, più in generale, su un accordo che ponga fine al conflitto», racconta La Stampa. Un ultimatum che apre le prime pagine dei quotidiani, affiancato dal no iraniano: il regime di Teheran ha inviato al Pakistan una controproposta in dieci punti che Washington considera «massimalista», rifiutando la tregua di 45 giorni proposta dalla Casa Bianca e chiedendo uno stop permanente. Trump avverte: «Potremmo distruggere l’intero Paese in una notte e potrebbe essere questa» (Corriere della Sera).
Cosa chiedono le parti in conflitto? Repubblica e Corriere della Sera riassumono: Teheran pretende la fine definitiva delle ostilità, la revoca delle sanzioni e risarcimenti per i danni subiti, rinviando solo dopo ogni confronto su nucleare e Hormuz; Washington insiste invece su un pacchetto rigido: consegna dell’uranio arricchito, limiti ai missili balistici e stop al sostegno alle milizie regionali. Sullo sfondo, senza successo, la proposta dei paesi mediatori – Pakistan, Egitto e Turchia – di una tregua temporanea e della riapertura dello Stretto. L’idea per la de-escalation in due tempi, scrive Repubblica, viene «dall’esperienza dell’accordo per Gaza».
«Questa volta non accetteremo più le condizioni americane per il cessate il fuoco. Per arrivare alla pace si dovranno rispettare le posizioni dell’Iran»: lo afferma al Corriere della Sera Mohammed Kadhim Al-Sadiq, ambasciatore iraniano a Baghdad, escludendo tregue temporanee. Il diplomatico elogia le posizioni del governo spagnolo e il no di Roma all’uso delle basi Usa sul territorio italiano. Poi afferma il falso, come dimostrano le cronache, sostenendo che «Noi non abbiamo attaccato i Paesi del Golfo, ma soltanto le basi militari americane nei Paesi da cui venivamo aggrediti. Era legittima autodifesa». Sulle minacce di Trump avverte: «La nostra risposta sarà ancora più decisiva».
Sul piano militare, Israele, raccontano Repubblica e Giornale, ha intensificato gli attacchi, colpendo infrastrutture strategiche iraniane – acciaio, petrolchimico, aeroporti – e conducendo operazioni mirate contro vertici dei Pasdaran. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rivendica i risultati: «Non è più lo stesso Iran». Secondo la testata Axios, citata da diversi quotidiani italiani, Netanyahu avrebbe «anche esortato Trump a non procedere per un cessate il fuoco e ha espresso preoccupazione per i rischi di una simile mossa». Tsahal ha colpito il più grande impianto petrolchimico iraniano ad Asaluyeh e ha eliminato il capo dell’intelligence dei Pasdaran, Majid Khademi.
Missili iraniani a ripetizione sul centro di Israele, razzi di Hezbollah in Galilea, droni Houthi su Eilat: la Stampa descrive una giornata di allarmi incessanti, dal cuore della notte al pomeriggio. A Haifa, dopo 18 ore di ricerche complicate dalla presenza di una testata inesplosa nell’edificio colpito, sono stati recuperati quattro corpi: una famiglia intera è stata uccisa, i coniugi Vladimir e Lena Gershovitz, il figlio Dimitri e la moglie Lucille-Jane. «Dobbiamo sconfiggere Teheran. Ma a quale prezzo?», afferma al quotidiano torinese Adi, 43 anni, quattro figli, residente a Ramat Aviv, nel centro d’Israele. Il suo quartiere è stato sventrato nel giugno 2025 da un missile iraniano da mezza tonnellata e da allora la famiglia vive tra sirene, bunker e traumi. Il figlio più piccolo non riesce a stare solo, «non vuol mai perdere il contatto visivo con noi».
In Libano l’offensiva israeliana si è intensificata, seguendo il piano del ministro della Difesa Israel Katz di «radere al suolo case e villaggi» fino al fiume Litani per creare una zona cuscinetto, riporta Repubblica. Il bilancio delle operazioni contro Hezbollah, scrive il Sole 24, è di oltre 1.400 morti mentre demolizioni, evacuazioni forzate e distruzioni diffuse stanno svuotando intere comunità.
Continua a far discutere la nuova legge sulla pena di morte votata in Israele: Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera parte dall’immagine del ministro oltranzista Itamar Ben-Gvir che brinda alla forca per una riflessione storica sulla «parabola del sionismo». Nato come «frutto peculiare della storia europea», il movimento si sarebbe progressivamente reciso dalle sue radici: dopo il 1945 la diaspora europea resta nel continente, mentre Israele cambia composizione e cultura politica, accogliendo anche ebrei «imbevuti del profetismo biblico» e lontani dalla tradizione sionista. L’estrema destra di Ben-Gvir, scrive Della Loggia, è emblematica: «Che ne sa del Bund, di Weizman, di Léon Blum, di Martin Buber?». Per l’editorialista, questa trasformazione alimenta un’«angoscia» tra i sostenitori di Israele: il diritto alla difesa resta, ma il sostegno delle democrazie europee è legato al rispetto dei valori democratici, perché «nella democrazia non può esserci posto per chi brinda alla forca come a una vittoria». Sulle stesse pagine e su posizioni analoghe, Aldo Cazzullo secondo cui «l’agenda politica di Israele è dettata da personaggi che un tempo sarebbero stati ai margini». Il suo invito è a sostenere Israele ma spingerlo a «cambiare governo e cambiare politica», per evitare un isolamento crescente. Su La Stampa Anna Foa parla di «“rivoluzione” estremista che tiene in scacco Israele».
«È arrabbiato perché la guerra va male, però non ha nessuno da incolpare se non se stesso»: così Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, analizza per Repubblica lo stato d’animo di Trump, definendolo un giocatore d’azzardo che «ogni volta raddoppia semplicemente la puntata». La via d’uscita sarebbe usare i negoziati in corso «per dichiarare vittoria e disimpegnarsi». Sul Giornale, Fiamma Nirenstein legge invece l’ultimatum come una strategia per mettere il regime «spalle al muro»: l’Iran ha risposto ai 15 punti americani con un netto no, perché «il regime degli ayatollah ha una sola ambizione: la sopravvivenza». Trump, scrive Nirenstein, «finge vaghezza, ma pensa alla svolta»: armi sono state consegnate ai resistenti iraniani e i 20mila soldati Usa nella regione «rappresentano in pratica una divisione» pronta per una missione sul terreno. Libero titola «Le ultime 24 ore dell’Iran», citando l’ultimatum di Trump e, in un altro approfondimento, ricorda il sostegno a Teheran dei regimi cinese e nordcoreano («Armi e mappe dei dittatori in soccorso degli ayatollah»).
«Non si sarà toccato il fondo della malafede?», si chiede Bernard-Henri Lévy su La Stampa, tornando sull’incidente del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dove l’accesso era stato limitato per ragioni di sicurezza. Secondo l’intellettuale francese, le critiche sono ipocrite: gli stessi che «non avevano fiatato quando i missili iraniani cadevano a pochi metri dalla chiesa» oggi «gridano contro l’intollerabile attacco alla libertà religiosa». Lévy ricorda come prima del 1967 l’ingresso ai luoghi santi «dipendeva da autorizzazioni aleatorie e tariffe avvilenti», mentre oggi sotto sovranità israeliana «sono protetti come si deve». La polemica, aggiunge l’intellettuale, finisce così per distogliere lo sguardo da una realtà ben più grave: secondo Open Doors, un cristiano su sette nel mondo vive la propria fede nella paura, tra persecuzioni e violenze.
Polemiche nel Regno Unito per la presenza di Kanye West (Ye) al Wireless Festival di Londra: il premier Keir Starmer ha definito la scelta «estremamente preoccupante» per le sue posizioni antisemite, mentre politici e associazioni chiedono di negargli il visto. Alcuni sponsor si sono ritirati e cresce il dibattito tra libertà d’espressione e tutela della comunità ebraica, in un contesto di aumento degli episodi di antisemitismo nel Paese, ricordano il Corriere e Giornale. L’associazione Campaign Against Antisemitism ha espresso sconcerto, invitando il governo ad agire: «Il primo ministro ha ragione a condannare, ma il premier non è un osservatore. Il governo può vietare l’ingresso a uno straniero la cui presenza sarebbe contraria al “bene pubblico”. Crediamo che questo sia un caso chiaro».
Il Foglio dedica una recensione entusiastica a Operazione Shylock di Philip Roth, ripubblicato da Adelphi. Nel romanzo, Roth vola a Gerusalemme per scoprire che un impostore si spaccia per lui, promuovendo il «diasporismo», ovvero la reimmigrazione degli ashkenaziti nell’Europa «che li ha massacrati». Sulle stesse pagine si ricorda, attraverso l’autobiografia Ricordando i luoghi (Neri Pozza), l’architetto Joseph Rykwert nel centenario della nascita (5 aprile 1926). Il Foglio racconta le radici ebraiche di Rykwert e l’infanzia segnata dalla fuga da Varsavia durante il nazismo.
Al Meat Evolution Summit di Londra scienziati e aziende di tutto il mondo hanno ribadito che la carne coltivata in laboratorio non è più fantascienza, scrive il Riformista, citando l’israeliana Aleph che lavora già a partire da cellule di specifiche razze bovine per prodotti che puntano a essere «superiori» alla carne tradizionale. Il quotidiano ricorda che l’Italia, su spinta di Coldiretti, è stato nel 2023 il primo paese al mondo a vietarne la produzione: risultato, i profitti resteranno all’estero mentre «la carne coltivata arriverà comunque sulle tavole italiane».