DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 10 aprile 2026

Nelle prossime ore prenderanno il via i colloqui Usa-Iran a Islamabad, la capitale del Pakistan. Per il Corriere della Sera, «gli uomini della Repubblica islamica si sentono forti di una vittoria strategica messa in tasca con il blocco dello Stretto di Hormuz, ma il rischio di scontro con la delegazione americana, che poco più di un mese fa ha fatto saltare i colloqui, rimane alto». Repubblica parla di «sfida ambiziosa» per il Pakistan: «Un Paese storicamente associato a preoccupazioni per la sicurezza ospita il vertice politico più rischioso degli ultimi anni. Politicamente, è un’occasione ghiotta». Come racconta tra gli altri il Giornale, da una parte del tavolo ci dovrebbe essere come capo delegazione JD Vance, il vicepresidente statunitense «fin dall’inizio contrario alla guerra». Di fronte a lui dovrebbe sedersi Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento di Teheran ed ex generale di quei pasdaran «che detengono saldamente il potere». Sulla Stampa l’analista Gabriele Segre, direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre, scrive: «All’annuncio del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, il mondo ha tirato un mezzo sospiro di sollievo. Visti i presupposti apocalittici, con tanto di countdown finale come in ogni film di spionaggio che si rispetti, abbiamo tutti pensato di aver scampato il peggio. Nessuna età della pietra. Nessuna guerra nucleare. Almeno per ora. È precisamente quel “per ora”, tuttavia, a dominare la scena adesso». In una intervista con l’emittente Nbc, Donald Trump si è detto «molto ottimista» sull’esito dei colloqui «perché i leader iraniani sono più ragionevoli negli incontri di quando parlano con la stampa». Nel frattempo, informa il Corriere, divampa una nuova polemica dopo che il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif ha definito Israele «una maledizione per l’umanità».

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha aperto a colloqui diretti con il Libano per stabilire relazioni pacifiche e disarmare i terroristi di Hezbollah. «È da un mese che il governo libanese cerca di smarcarsi da Hezbollah e tentare una mediazione diretta con il governo a Gerusalemme», scrive il Corriere. «Per ora Netanyahu aveva rinviato, questa volta però è arrivata una pressione maggiore dalla Casa Bianca. Ancora ieri, da Beirut il primo ministro Nawaf Salam ha rifiutato l’idea che possa essere Teheran a rappresentare il suo Paese o a porre condizioni in suo nome. È sostenuto in questo anche dal presidente Michel Aoun». I colloqui «verteranno sul cessate il fuoco, che Israele continua a considerare separato da quello in Iran, e soprattutto su cosa Beirut è disposta a fare per fermare il gruppo armato che funziona anche come partito a rappresentanza degli sciiti in Libano», informa il Foglio. «Finora nessuno ha avuto il coraggio di fermare Hezbollah per paura di una guerra civile che potrebbe avere conseguenze più irreparabili di un conflitto con Israele». Per Fiamma Nirenstein (Il Giornale), «la guerra fra Israele e Libano è epica, vuole una soluzione per la vita e per la morte, non chiacchiere: ci sono 600mila cittadini israeliani che non vivono più nelle loro case, ci sono da ieri centinaia di morti di cui la grande maggioranza membri di Hezbollah, ma anche cittadini intrappolati nella guerra e soldati israeliani di vent’anni che perdono la vita».

«Netanyahu ha provocato danni enormi perché a molti ora Israele sembra meno a un rifugio di democrazia e più a uno Stato segnato dalla guerra permanente e dall’uso massiccio della forza», dichiara a Repubblica lo scrittore statunitense Jonathan Safran Foer. A detta dell’autore di Ogni cosa è illuminata, le conseguenze rischiano di essere molto gravi per lo Stato ebraico: «Isolamento diplomatico, una perdita generazionale di empatia per Israele, un’ulteriore rottura morale con la diaspora degli ebrei e lo svuotamento del significato fondante di Israele basato su sicurezza, legittimità e reciproco rispetto democratico».

«Israele ora è solo, nella regione e nel mondo», sostiene La Stampa, sottolineando il rischio di una “sindrome Masada”. «Intorno a Israele si è allargato il vuoto. L’hanno scavato la guerra senza fine a Gaza, la forzatura sull’Iran con cui il premier Netanyahu ha intortato Trump e spinto il mondo sul baratro, le politiche razziste e suprematiste di un governo che ha appena approvato la pena di morte su base etnica umiliando il popolo palestinese e strappando al proprio l’anima».

«Uno dei pericoli per i prossimi mesi è l’aumento degli episodi di radicalizzazione di minorenni. Processi molto rapidi che fronteggiamo con numerose perquisizioni e con un’attenzione costante a ciò che accade», dice al Corriere il direttore della polizia di prevenzione Lucio Pifferi, a capo anche del CASA, il Comitato di analisi strategica antiterrorismo. «È un’emergenza in tutta Europa. Questa categoria di giovani e giovanissimi, non solo di seconda generazione, sono talmente coinvolti sui social da non distinguere più fra mondo reale e mondo virtuale. Si galvanizzano davanti a immagini di violenza, non hanno un’ideologia ma inneggiano sempre all’antisemitismo. Subiscono questa fascinazione sulla rete e si ritrovano arruolati da gruppi terroristici, come lo Stato Islamico o Al Qaeda».

Sul Tempo, Davide Romano riprende un’intervista del Times of Israel allo storico britannico Simon Schama. Lo studioso d’oltremanica ha denunciato l’ondata “diabolica” di antisemitismo in atto, esprimendo preoccupazione ma al tempo stesso ricordando che la storia ebraica non è «un’autostrada verso Auschwitz».