DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 13 aprile 2026

La sconfitta di Viktor Orban segna la fine di sedici anni di potere in Ungheria: il Corriere della Sera ripercorre la parabola del leader di Fidesz, dal giovane ribelle che nel 1989 guidò l’assalto al comunismo al «tiranno» che, come lo definì la filosofa Agnes Heller, sopravvissuta alla Shoah, «ha abolito la libertà di stampa, abusa dei fondi europei per arricchire familiari e amici». Il momento di svolta, spiega il quotidiano, fu il 2015, con la crisi dei rifugiati siriani: Orban descrisse l’ondata migratoria come una cabala orchestrata da «un nemico non nazionale ma internazionale, che non crede al lavoro ma specula col denaro», ovvero suo antico sostenitore, il magnate ebreo americano George Soros: «un concentrato di stereotipi del più schifoso antisemitismo», denuncia il Corriere. Da allora Orban è diventato «la stella polare del sovranismo europeo e mondiale». Ora, conclude il quotidiano, è giunto al capolinea.

Ventuno ore di negoziati a Islamabad e poi il fallimento: l’Iran «ha scelto di non accettare i nostri termini», ha dichiarato il vicepresidente Usa JD Vance, lasciando agli ayatollah la responsabilità di decidere «l’offerta finale e migliore» di Washington, scrivono Repubblica e Corriere. Teheran ha scaricato a sua volta la colpa sugli americani: «Il successo del tavolo dipende dall’accettazione dei diritti e degli interessi legittimi dell’Iran», ha replicato il portavoce del ministero degli Esteri del regime. Il presidente Usa Donald Trump ha reagito annunciando il blocco navale di Hormuz «a breve», con dragamine americani e britannici: in serata il Centcom ha confermato che dal 13 aprile sarà bloccato «tutto il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani». I Pasdaran hanno minacciato un «vortice mortale» e il capo delegazione di Teheran, Mohammed Ghalibaf, ha aggiunto: «Se combattono, combatteremo». Israele, scrive il Corriere, osserva e si tiene pronto: il capo di Stato maggiore Eyal Zamir avrebbe già ordinato di prepararsi a una ripresa delle ostilità con l’Iran.

«È finito soltanto il primo round», sostiene Vali Nasr, tra i massimi studiosi del Medio Oriente, al Corriere della Sera: i negoziati di Islamabad sono falliti, ma le 21 ore di colloqui indicano che «ci sono state conversazioni importanti». Le distanze restano su nodi chiave – Hormuz, nucleare, Libano – e ora le parti useranno pressioni e minacce, come il possibile blocco navale. Nasr però esclude un’escalation immediata: «Non siamo tornati a una guerra su vasta scala» e il conflitto, prima o poi, «finirà attorno a un tavolo». Sul Giornale Fiamma Nirenstein legge il fallimento dei colloqui come una mossa strategica di Trump per «smascherare le vere intenzioni dell’Iran», chiudendo i negoziati e annunciando il blocco navale, il presidente ha rimesso sul tavolo le due questioni principali: Hormuz e l’uranio arricchito. «Come li risolverà?» si chiede Nirenstein. «Una cosa è certa: la parola pace non ha niente di buono se espone i propri figli alla furia e alla pazzia di chi vuole ucciderli per motivi ideologici». Il nodo centrale resta il nucleare: finché non si troverà una formula di compromesso sull’uranio arricchito, «non vi è alcuna possibilità di intesa».

«Abbiamo impedito un’invasione da parte di Hezbollah, la guerra continua», ha dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, visitando il sud del Libano con il ministro della Difesa Israel Katz. Le Idf, riportano Corriere della Sera e Giornale, avanzano verso il fiume Litani. Domani a Washington si aprono i negoziati tra Israele e Libano, a livello di ambasciatori, con gli americani mediatori. «L’unica intesa precedente risale al maggio del 1983 e avrebbe dovuto porre fine allo stato di guerra tra Israele e il Libano, patto mai implementato in parte per l’opposizione della Siria dominata da Hafez Assad, che allora aveva grande influenza su Beirut e controllava aree del territorio», riporta il Corriere.

A cinque chilometri dal confine, Bint Jbeil – la “figlia della montagna” – è l’epicentro della guerra tra Israele e Hezbollah: qui l’esercito israeliano ha compiuto «oltre 560 attacchi nell’ultimo mese», scrive il Corriere della Sera. Le Idf, spiega il quotidiano, stanno cercando di accerchiare la roccaforte dei terroristi libanesi avanzando nei villaggi circostanti. Già nel 2006 tre tentativi israeliani di prenderla fallirono, spiega il Corriere, parlando di una «sonora sconfitta, resa ancora più tragica dalla morte del soldato Uri Grossman, figlio dello scrittore David Grossman, colpito da un missile anticarro nonostante l’appello del padre per il cessate il fuoco».

Un carro armato Merkava israeliano ha speronato due mezzi italiani dell’Unifil in due episodi distinti, proprio alla vigilia della missione del ministro degli Esteri Antonio Tajani a Beirut, racconta Repubblica. Emergono altri episodi, aggiunge La Stampa: da inizio aprile soldati israeliani hanno distrutto le telecamere di sorveglianza del quartier generale di Naqoura e in altre cinque località, e sabato hanno verniciato con spray le finestre del cancello d’ingresso «ostacolando la visuale dell’area circostante». Azioni che, accusa Unifil, «violano gli obblighi di Israele ai sensi della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu».

In calo nei sondaggi in vista delle elezioni autunnali, Benjamin Netanyahu ha rilanciato con un videomessaggio rivendicando «i risultati raggiunti in Iran», riportano Corriere della Sera e Repubblica. L’alleato Itamar Ben-Gvir, aggiungono i due quotidiani, ha accentuato i toni elettorali entrando al Monte del Tempio o Spianata delle Moschee e dichiarando: «Mi sento il padrone di casa», in una nuova mossa del ministro di estrema destra per mettere in discussione lo status quo in vigore dal 1967.

In Israele nel fine settimana sono state organizzate manifestazioni di critica al governo per chiedere la fine della guerra e un cambio di rotta politica. Ne scrive Anna Foa su La Stampa, descrivendo una protesta cresciuta progressivamente nelle piazze, da Tel Aviv ad altre città, nonostante lo stato di emergenza. Secondo Foa, il consenso iniziale al conflitto si è eroso «man mano che ne appariva chiaro il fallimento», mentre anche parte dell’opposizione ha iniziato a schierarsi apertamente contro

Il leader Cinque Stelle Giuseppe Conte ha chiesto al governo di bloccare il rinnovo del memorandum di cooperazione militare Italia-Israele, in scadenza oggi. Libero ricorda come il memorandum sia un accordo quadro su scambio di tecnologie e intelligence, «non determina le scelte militari israeliane né implica alcun sostegno automatico alle operazioni in corso. Legare i due piani è una strumentalizzazione». Il quotidiano conclude che al blocco progressista «manca platealmente una proposta unitaria su come l’Italia dovrebbe muoversi in uno scenario internazionale sempre più complesso».

Rinviata per maltempo la partenza da Barcellona della nuova Flotilla pro-Pal, che punta ad aggirare il blocco israeliano per raggiungere Gaza con circa 70 imbarcazioni e mille attivisti da vari paesi, Italia compresa. Libero segnala la presenza a bordo dell’eurodeputata francese Rima Hassan, accusata di «apologia del terrorismo».

Il Foglio traduce un reportage del Wall Street Journal sul nuovo esodo ebraico dall’Occidente. «Sembra di essere tornati agli anni Trenta. C’è un posto sicuro da qualche parte?», si chiede Guy Wolf, presidente del Centro culturale ebraico di Liegi, dove una bomba artigianale ha distrutto la sinagoga locale — il primo attacco del genere dalla Seconda guerra mondiale. In poche settimane: ambulanze incendiate a Londra, una scuola ebraica attaccata ad Amsterdam, sinagoghe colpite a Toronto e Rotterdam. «Non ho mai visto nella mia vita un periodo in cui l’antisemitismo sia stato espresso così apertamente sia dalla destra che dalla sinistra», dice la storica Deborah Lipstadt. Da settembre, oltre 50mila ebrei nel mondo sono emigrati in Israele. «Sembra che per gli ebrei ci sia un calcolo del male minore», conclude la storica Sara Hirschhorn. «Non hanno più alcun porto sicuro».

Il 43% dei contenuti misogini su X è firmato da account femminili, una percentuale raddoppiata in un anno: lo rivela la nuova mappa dell’intolleranza di Vox, anticipata a Repubblica, che ha analizzato oltre 2 milioni di post pubblicati nel 2025. Più di un milione conteneva hate speech. Le donne restano il bersaglio principale dell’odio online, seguite in ordine da ebrei, stranieri, musulmani, disabili e gay.