DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 15 aprile 2026

«Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, ma mi sbagliavo»: il presidente Usa Donald Trump attacca duramente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un’intervista esclusiva al Corriere della Sera, lamentando che l’Italia «non vuole aiutarci a sbarazzarci di un Iran con un’arma nucleare». «Pensa che l’America dovrebbe fare il lavoro per lei», aggiunge Trump, rivelando di non parlare con la presidente del Consiglio «da molto tempo». Sul papa, che aveva fatto un appello per la pace: «Non dovrebbe parlare della guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo in Iran», sostiene il presidente Usa. E ancora, in chiusura: «La vostra presidente non è più la stessa persona e l’Italia non sarà più lo stesso Paese. L’immigrazione sta uccidendo l’Italia e tutta l’Europa». Sul presidente ungherese Victor Orbán, sconfitto alle elezioni: «Era un mio amico, un brav’uomo. Ha fatto un buon lavoro con l’immigrazione. Non ha lasciato che la gente entrasse e rovinasse il suo Paese come ha fatto l’Italia».

Tutti i quotidiani danno ampio spazio all’annuncio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni dal Vinitaly di Verona: «In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele». La presidente del Consiglio cerca la telecamera del Tg1 prima di pronunciare la frase che segna il cambio di passo, racconta La Stampa. Dietro la decisione, condivisa con tutto il governo, c’è l’insofferenza accumulata per gli attacchi ripetuti al contingente Unifil, la convocazione reciproca degli ambasciatori e i tank Merkava che hanno speronato mezzi italiani in Libano, riporta Repubblica. Ma pesano anche le ricadute elettorali di una guerra «sferrata da Israele e Usa senza consultare gli alleati Nato», come l’esito del referendum ha confermato al centrodestra, sottolinea il Sole 24 Ore.
Sul piano pratico cambia poco, aggiunge il Giornale: la cooperazione era già congelata e le vendite negli ultimi due anni erano scese a zero. «Ci perdiamo più noi che gli israeliani», sostiene una fonte al quotidiano.
Da Israele minimizzano: «Si tratta di un memorandum privo di un vero e proprio contenuto», riporta il Corriere, citando il ministero degli esteri israeliano. A Gerusalemme però qualcuno si è lamentato per il tempismo: l’annuncio cade nel giorno della memoria delle vittime della Shoah, scrive La Stampa. L’ex premier israeliano Yair Lapid parla di «ennesimo fallimento» di Netanyahu, «incapace di mantenere rapporti solidi anche con alleati tradizionali come l’Italia». Lettura simile la propone Michael Milshtein, ex colonnello dell’intelligence israeliana, intervistato da Repubblica. «Siamo così stupidi da sparare perfino sui contingenti militari dei nostri amici», afferma Milshtein. Sul Libano, l’analista è pessimista: «Non c’è modo di convincere Hezbollah a rinunciare alle armi. In Libano, come in Iran, non possiamo puntare a vittorie totali».

I quotidiani ricostruiscono i contenuti del Memorandum di cooperazione militare Italia-Israele, in vigore da oltre vent’anni e da ieri non più rinnovato in automatico. Al centro dell’intesa, ci sono tecnologie d’avanguardia, spiega La Stampa: gli aerei-spia Gulfstream trasformati dalla israeliana Elta Systems in sofisticati strumenti di guerra elettronica, con un investimento complessivo di quasi 3 miliardi di euro; i missili anticarro Spike della Rafael; programmi di simulazione per elicotteri e accordi su cybersicurezza e tecnologie quantistiche tra Leonardo e aziende israeliane. In cambio, Gerusalemme ha acquistato trenta addestratori Alenia Aermacchi M-346. Una cooperazione così profonda da aver generato nel 2022 una società mista, la DRS RADA Technologies, leader nei radar tattici. «Voglio chiamarla una pausa di riflessione, dovuta a una campagna di fake news costruita molto abilmente dalla sinistra»: così Riccardo Pacifici, ex presidente della comunità ebraica di Roma, commenta al Corriere la sospensione del memorandum. Esclude una rottura: «Le ottime relazioni tra l’Italia e la democrazia israeliana continueranno».

«L’Italia su Israele impari dalle “piccole nazioni europee” di Kundera», afferma il Foglio, contrapponendo la scelta di Roma di sospendere il memorandum militare con Israele all’attivismo di paesi come Estonia, Grecia e Germania, che rafforzano invece la cooperazione con Gerusalemme su missili, droni e sistemi antimissilistici. Chi percepisce minacce esistenziali «si gemella militarmente», scrive il Foglio, mentre altri coltivano «l’illusione» di difendersi con la diplomazia. Il Riformista legge la sospensione del memorandum come la diretta conseguenza della sconfitta del centrodestra al referendum sulla magistratura: «Israele paga il conto», scrive Giuseppe Kalowski da Tel Aviv, sostenendo che il governo abbia cambiato rotta dopo aver constatato che «una linea percepita come pro-palestinese raccoglie consensi».

Per la prima volta dal 1993 i rappresentanti di Israele e Libano si sono seduti allo stesso tavolo a Washington, mediati dal segretario di Stato Marco Rubio, che ha subito avvertito: «Questo è un work in progress. La complessità della situazione non si risolverà in poche ore». Le premesse erano difficili, sottolinea Repubblica: Israele escludeva qualsiasi cessate il fuoco senza il disarmo di Hezbollah, il Libano rivendicava la propria sovranità territoriale violata dagli attacchi israeliani. L’esito è stato migliore del previsto, prosegue il quotidiano, con una dichiarazione congiunta che annuncia «l’avvio di negoziati diretti in data e luogo da stabilire». I nodi restano molti, raccontano Corriere e Sole 24 Ore. Hezbollah ha già dichiarato che non si sentirà vincolato alle decisioni, definendo il governo libanese «traditore», e ha rivendicato attacchi su tredici città del nord di Israele in contemporanea con i colloqui. Beirut, scrive il Giornale, «cerca una via d’uscita che eviti lo scontro interno, Israele non accetterà compromessi sulla sopravvivenza di chi lo bombarda ogni giorno».  «Le mire King Bibi», titola La Stampa, sostenendo che il primo ministro israeliano usi il conflitto per «tenere aperta una scena di emergenza» e sfuggire a responsabilità politiche e giudiziarie.

Il teologo Vito Mancuso muove una nuova accusa su La Stampa: «Gli esponenti religiosi dell’ebraismo italiano tacciono e tacendo approvano la politica razzista e predatoria messa in atto dall’attuale governo di Israele». Il testo parte dalla polemica tra Trump e papa Leone XIV per allargarsi a Netanyahu e ai suoi ministri, descritti come portatori di «un delirio di onnipotenza sempre più aggressivo». Mancuso invita il papa a ricordare al governo israeliano che «il Nome santo di Dio non venga trascinato nei discorsi di morte» e chiude con un richiamo alla «profezia ebraica» che «seppe sempre opporsi al potere politico». Una tradizione evocata per intimare alla comunità ebraica italiana di condannare lo Stato ebraico.

La sinagoga Beth Yaakov di Skopje è stata colpita da un attentato incendiario durante Pesach: «Il primo attacco del genere dal 1945», secondo l’ambasciatrice israeliana in Macedonia. Poche ore prima, a Monaco un ristorante ebraico era stato colpito da tre esplosioni; in Spagna un fantoccio di Netanyahu fatto esplodere con polvere da sparo, con il sindaco locale che nega ogni connotazione antisemita perché «simboleggia l’eliminazione del male». Episodi, racconta il Foglio, che mostrano un antisemitismo sempre più virulento. I quotidiano cita anche i dati dell’Università di Tel Aviv: il 2025 è stato l’anno più letale per gli attacchi antisemiti dal 1994, con venti ebrei uccisi.

Continua la polemica attorno alla controversa copertina de L’Espresso per un reportage sulla Cisgiordania. La foto, nota Paolo Crucianelli sul Riformista, mostra un soldato israeliano con quello che appare come un «ghigno satanico» vicino a una donna palestinese sofferente, ed è stata ritagliata da un’immagine più ampia che mostra una scena «nel complesso non violenta». «La scelta di quella specifica immagine orienta la lettura dell’intero servizio», denuncia Crucianelli, che rileva in quella rappresentazione visiva un’eco della «propaganda antiebraica degli anni Trenta».