L’OSSERVAZIONE – Gianluca Pontecorvo: Una copertina inaccettabile

La libertà di critica nei confronti di Israele – delle scelte politiche del suo governo, della questione dei territori contesi e perfino dell’operato del suo esercito – così come deve valere per ogni altro paese, non è in discussione. Non lo è mai stata. È parte integrante del sacrosanto dibattito democratico, quello che i nostri nonni ci hanno regalato pagando con la vita. Ma proprio per questo, perché si tratta di un terreno legittimo e necessario, la scelta del linguaggio visivo diventa un elemento non trascurabile o considerabile come secondario.
La copertina in questione non si limita a criticare. Costruisce un’immagine. E quell’immagine non è neutra. Non è nemmeno semplicemente dura o provocatoria. È codificata. Appartiene a una grammatica iconografica precisa: quella che, nel Novecento europeo, ha trasformato l’ebreo da individuo a figura mostruosa, da soggetto a caricatura morale. Chi conosce quella storia non può non cogliere il rimando. Non siamo davanti a un errore editoriale, ma alla normalizzazione di un linguaggio che speravamo di aver rimosso. Qui siamo davanti a una costruzione deliberata di senso.
L’uomo rappresentato in copertina – deformato, brutalizzato nei tratti, reso quasi repellente – richiama in modo inquietante le rappresentazioni dell’ebreo nella propaganda nazista del 1938, quella che Julius Streicher diffondeva attraverso la prima pagina del settimanale Der Stürmer. Altre simili sarebbe stato possibile “apprezzarle” niente di meno che nelle tavole del Manifesto della razza.
Non è una questione di suggestione soggettiva ma di codici visivi: l’accentuazione grottesca dei lineamenti, l’espressione moralmente degradata del protagonista e la costruzione dell’“altro” come figura minacciosa e disumanizzata. Tutti elementi che, in un processo editoriale, non possono essere considerati casuali. La copertina scelta dal Direttore Emilio Carelli, non si limita a criticare un’azione o una politica: opera uno slittamento. Dalla responsabilità individuale alla rappresentazione tipologica. Dal soggetto al simbolo.
Online sono emerse tesi condivise con troppa leggerezza che vedevano questa immagine come “realizzata con l’intelligenza artificiale”, come se la cosa facesse qualche differenza. L’immagine fa infatti parte di un reportage fotografico reale. Ma la diatriba su foto reale vs foto realizzata con AI è un errore concettuale prima ancora che tecnico. Non è il mezzo il punto. È l’intenzione. Quella figura è stata scelta.
Un elemento ulteriore rafforza questa lettura. Il materiale fotografico completo, reperibile online insieme al backstage del reportage, restituisce una dinamica più articolata rispetto a quella suggerita dalla singola immagine selezionata. Nella sequenza degli scatti si osserva in modo nitido l’uomo in divisa inizialmente isolato, non coinvolto in alcuna interazione, e successivamente l’avvicinamento di una donna palestinese che prima lo provoca verbalmente e poi tenta il contatto con altri militari presenti. Insomma, il classico caso di Pallywood a cui siamo abituati da dopo il caso di Mohammed al Dura, poi sapientemente smontato dal giornalista francese Philippe Karsenty.
La scelta di isolare un singolo frame, omettendo il contesto e la progressione dell’evento, non è neutra: produce una narrazione. Ed è proprio in questa selezione – più ancora che nello scatto in sé – che si manifesta l’intenzionalità editoriale.
Se l’obiettivo fosse stato quello di rappresentare un colono della Giudea e Samaria, le alternative erano infinite: volti reali, abiti civili, situazioni quotidiane. Volti, cioè, che restituiscono complessità. Ma non è questa la strada percorsa. È stato selezionato un volto che non rappresenta: allude. E qui si inserisce un elemento ulteriore, più sottile e per questo più rilevante: la sovrapposizione tra identità e ruolo. La divisa dell’IDF funziona da schermo. Permette di presentare l’immagine come una critica politica. Ma il volto, il trattamento visivo, il codice iconografico, operano su un altro piano: quello antropologico. È in questa ambiguità che si annida il problema. L’antisemitismo contemporaneo raramente si presenta in forma esplicita. Più spesso si traveste da critica legittima. Non la sostituisce: la utilizza.
L’aspetto forse più significativo non è però la copertina in sé. È ciò che è accaduto dopo. La sua difesa – o la sua mancata condanna – da parte di esponenti del mondo culturale, dell’informazione, dell’intellettualità, e persino di settori politici tradizionalmente distanti dalla linea editoriale del giornale, rappresenta un segnale preciso: non si tratta di una svista collettiva ma dell’abbassamento della soglia di sensibilità.
Quando un codice visivo storicamente associato alla costruzione dell’odio antiebraico non viene riconosciuto – o peggio, viene relativizzato – significa che quel codice è tornato disponibile. Legittimo. Utilizzabile. E questo è il punto più critico del presente che viviamo. Perché l’antisemitismo non cresce solo nei margini lontani della società. Cresce quando il centro culturale smette di presidiare i propri linguaggi. Quando la responsabilità simbolica viene derubricata a eccesso di suscettibilità e il contesto storico viene considerato un dettaglio.
Una parte consistente dell’opinione pubblica non ha percepito la gravità dell’immagine. Non per malafede, nella maggioranza dei casi, ma per distanza culturale. La memoria visiva dell’antisemitismo, nonostante tanti 27 gennaio passati e troppi “mai più” pronunciati in modo vuoto, non è realmente un patrimonio diffuso. Forse non lo è mai stata davvero. Il problema infatti per chi non si è già fatto abbindolare dalla propaganda antisemita non è l’indifferenza, ma la mancanza di strumenti per riconoscere determinati codici.
La memoria visiva dell’antisemitismo non è più condivisa. Per chi non riconosce quei codici, la copertina appare semplicemente come una provocazione forte. L’ennesimo gesto di una condanna legittima contro un presunto genocidio. Per chi li riconosce, invece, è qualcosa di radicalmente diverso: è un ritorno. E questa asimmetria produce un cortocircuito inevitabile: da un lato indignazione, dall’altro incomprensione. In mezzo, una narrazione mediatica che trasforma il problema in dibattito, e il dibattito in polarizzazione. E così il punto si perde e a rimetterci siamo noi.
Dopo il tentato genocidio da parte di Hamas del 7 ottobre 2023, il clima globale nei confronti delle comunità ebraiche è cambiato in modo sensibile e continua a peggiorare giorno dopo giorno. Non si tratta solo di un aumento quantitativo degli episodi ostili ma di una mutazione qualitativa. Il linguaggio si è spostato. I confini tra critica politica e delegittimazione identitaria si sono fatti più labili. L’uso di immagini, simboli, analogie storiche è diventato più aggressivo, più disinvolto. In questo contesto, ogni scelta comunicativa assume un peso maggiore. Non perché debba essere censurata, ma perché deve essere consapevole. L’oscena copertina de L’Espresso si inserisce esattamente in questo scenario. Non lo inaugura. Lo riflette. E, inevitabilmente, lo amplifica.
Il problema – secondo il mio umile parere – non è la libertà di espressione. È ciò che oggi, in suo nome, viene considerato accettabile. Così come il punto non è se questa copertina sia stata eccessiva (e lo è) ma che oggi può essere pubblicata senza che questo produca un’importante frattura nel sistema culturale che l’ha generata.

La reazione delle comunità ebraiche – in Italia come altrove – in tutto questo resta, nella maggior parte dei casi, frammentata. Per chi conosce le dinamiche della comunicazione risulta ancora lenta e votata ad un approccio difensivo. Non si tratta di scarsa volontà ma di struttura e modalità. Il problema non è solo reagire meglio. È prima di tutto quello di tornare a occupare lo spazio culturale che oggi altri presidiano con maggiore efficacia.
Perché episodi come questo non si esauriscono nella polemica di qualche giorno. Producono effetti cumulativi e di simulazione. Sedimentano immagini e soprattutto, normalizzano codici. E senza una risposta strutturata, questi effetti restano e permettonoa i mostri di uscire da sotto al letto.
Dobbiamo interpretare la copertina de L’Espresso non come un caso isolato ma un segnale. Simbolo dei tempi che sono purtroppo cambiati e che determinati codici visivi sono tornati disponibili nel discorso pubblico. Quella copertina ci deve far comprendere che il mondo della cultura e del giornalismo – per fortuna solo in parte – hanno smesso di riconoscerli e in modo consapevole di farli propri. Ci segnala che la linea tra critica legittima e costruzione dell’odio è diventata più sottile e più facilmente attraversabile. Al tempo stesso ci deve scuotere e imporre di non rimanere più in silenzio. Prendere atto di questo non significa limitare il dibattito. Significa, al contrario, difenderne la qualità.
Perché una democrazia matura non si misura solo dalla libertà che garantisce, ma dalla responsabilità con cui quella libertà viene esercitata.

Gianluca Pontecorvo
Consigliere UCEI