LA RECENSIONE – Andrea Atzeni: Un Sinedrio filo-Romano in una Palestina anacronistica

Poco prima di Pasqua col quotidiano il Foglio è stato distribuito nelle edicole un libricciuolo dal titolo Processo a Gesù. L’idea non è originalissima: anni fa, nell’ambito di una collana del Corriere della Sera sui grandi processi della storia da Socrate a Milosevic, uscì un analogo volumetto di Luigi Garofalo, Gesù. La crocifissione di un giusto (ce ne occupammo su Pagine Ebraiche, gennaio 2020, pp. 30-31). Peraltro non molti anni prima nelle comuni librerie era apparso un saggio di Aldo Schiavone sullo stesso argomento.

Il maggior motivo di interesse del nuovo scritto è l’autore, Carlo Nordio: già magistrato alle prese con le Brigate Rosse e con le cooperative rosse, collaboratore di antico orientamento liberale e di solida cultura storica di vari quotidiani, da ultimo persuaso dall’attuale presidente del Consiglio a candidarsi alle elezioni, fino all’attuale incarico di ministro della Giustizia. Il coronamento di questi ultimi ruoli doveva essere quella riforma costituzionale della Giustizia che invece il popolo referendario, posto di fronte a un pilatesco aut aut, ha condannato a morte, senza che se ne possa sperare una resurrezione a breve termine. Stavolta Nordio se la prende con gli «esprit forts, atei impenitenti o agnostici scapestrati» affannati a smitizzare la figura di Gesù. In realtà questo è uno sforzo che oggi, comprensibilmente, sembra impegnare soprattutto i credenti. I miscredenti o i semplici non cristiani non sono tanto interessati a porre in dubbio l’esistenza di qualche referente reale del protagonista della narrazione evangelica, quanto a stabilire quali parole e quali opere gli si possano ragionevolmente attribuire, senza mescolare la pubblica indagine storiografica con le privatissime opinioni di fede dei ricercatori.

Scopriamo qui un Nordio appassionato di esegesi evangelica, lettore attento di tanti studi, almeno fino a Brandon e Bultmann (mentre, forse non per caso, tace di altri pur notevoli e ben noti, come i recenti Meier o Ehrman). Il suo punto d’arrivo sembrerebbe Joseph Ratzinger, «l’autorevolissimo Benedetto XVI». Ora, il pur coltissimo Ratzinger nel trattare questi temi reputava insufficiente l’approccio storico-critico, come è inevitabile per chiunque segua il magistero della Chiesa. Nordio si allinea già in fase preliminare, quando si schermisce con ambigua modestia: «Devo avvertire che anch’io sono condizionato da miei pregiudizi: in questo caso la condivisione della tesi di Weiss e di Schweitzer che Gesù avesse del Regno di Dio una concezione esclusivamente escatologica». Il «pregiudizio» sembrerebbe una certezza dogmatica cui si crede senza ragioni valide adducibili al lettore. Non una plausibile precomprensione ermeneutica, non un’ipotesi di lavoro da verificare, ma un postulato spurio da anteporre e sovrapporre alla ricostruzione storica, almeno in quei casi in cui occorre decidere tra ipotesi alternative, tra passi evangelici contradditori o inverosimili.

Neppure basta, perché Nordio ci tiene a professarsi, quasi en passant, uomo di fede. Dice per esempio del «sacrificio di Cristo, che per noi cattolici è redenzione dei peccati del mondo». Eppure per la Chiesa cattolica i testi evangelici, al di là del loro intento pedagogico e apologetico, riferiscono i fatti reali della vita e delle opere di Gesù, mentre ai semplici fedeli ne è negato il libero esame. Nordio al contrario invita a non essere «razionalisti» troppo pedanti circa i dettagli della narrazione: colloca il miracolo dei pani e dei pesci tra «suggestione nel percepire, o enfatizzazione nel raccontare»; accetta che, in occasione della morte di Gesù in croce, «l’oscuramento del cielo, la lacerazione del velo del tempio, i terremoti, la resurrezione dei defunti» siano iperboli puramente simboliche; ammette ci fosse nel suo insegnamento la «prospettazione apocalittica di un imminente regno a venire», ma la circostanza, con le inquietudini di allora e le disillusioni successive, sembra essere per lui priva di conseguenze.

Sulla presunta esattezza di altri particolari emerge un opposto puntiglio, anche a sprezzo della plausibilità storica. Gesù alla croce sarebbe stato realmente «inchiodato mani e piedi. Talvolta, è vero, i chiodi venivano sostituiti da corde, ma non v’è ragione di dubitare della versione evangelica». I vangeli tuttavia non precisano le sedi dei chiodi, ed è piuttosto risaputo che le mani inchiodate non avrebbero potuto reggere il peso del corpo (con buona pace dell’ispirazione degli artisti, delle visioni dei mistici e delle stimmate dei santi). Altre certezze deriverebbero «dalle testimonianze di Tacito e Flavio Giuseppe». Tacito definirebbe Pilato «procuratore» (mentre fu prefetto attorno al 30 E.V.) «perché questo era il suo rango quando lo storico scriveva» (cioè verso il 120 E.V.?). Il Testimonium Flavianum risulterebbe utile nonostante si ammettano le pesanti interpolazioni con cui ci è pervenuto. Ancora, la «isolata» ipotesi di Cahim Cohen sul ruolo delle autorità ebraiche nel processo sarebbe «suggestiva», viene però respinto con sdegno «l’ardire di sostenere che i reggitori del Tempio fossero intervenuti in difesa di Gesù». Infine colpisce la singolare insistenza con cui il testo adotta la denominazione del tutto anacronistica di «Palestina» (introdotta dai Romani solo nel 135 E.V., dopo la Terza guerra giudaica, allo scopo di cancellare la memoria ebraica).

A prescindere da questo, Nordio ci tiene a respingere recisamente le accuse collettive di deicidio alla base del millenario antigiudaismo cristiano, ma ammette che il Sinedrio, quietista e collaborazionista, potrebbe aver contribuito all’arresto di Gesù da parte dei Romani: «Travisando la sua missione, cui entrambi attribuirono un significato politico, ebrei e romani furono concordi nel neutralizzare questo turbatore dell’ordine costituito». Il «Gesù perfettamente indifferente alle faccende mondane» è infatti dichiarato incomprensibile ai propri contemporanei. Agli Ebrei, perché «nella cultura ebraica il Messia era anche un condottiero militare che avrebbe riportato Israele alle sue primitive grandezze, liberandolo dal giogo dei romani». Ai Romani, perché gli «bastava ben poco per intervenire con severità verso chiunque pretendesse alla regalità, e nella loro visione pragmatica e poco speculativa non distinguevano tra regno di Dio, regno dei cieli e regno della Palestina». E Gesù, turbatore suo malgrado, «sicuramente intuì questo equivoco».

Va detto a questo punto che tutta la storiografia non confessionale ormai concorda nel dichiarare ebreo lo stesso Gesù. E nel negare che egli volesse fondare una nuova corrente dell’ebraismo o ancor meno una inedita religione universalista, una Chiesa magari. Il Gesù di Nordio è invece un alieno opaco al suo stesso popolo. Né riesce a comunicare meglio con i non ebrei, ai quali soprattutto dovrebbe rivolgersi e risultare più chiaro il suo inedito messaggio epocale. Egli stesso è conscio del fraintendimento tuttavia incapace di risolverlo, anzi si direbbe non voglia far nulla in tal senso. La situazione appare tanto più paradossale quanto più si accordano a Gesù qualità eccezionali, sovrumane magari, «ma per il cristiano è chiara ed univoca: non solo ne fu pienamente cosciente, ma ne fu promotore volontario, affinché si compisse il disegno divino della Redenzione».

Perché fede e ragione, devozione religiosa e analisi rigorosa, possano convivere in armonia, come auspicato da Nordio, occorrerebbe arginare le invasioni di campo. Anche la storiografia necessita della propria indipendenza dalla politicizzazione e dalle contese delle correnti. La storia deve rimanere libera, al servizio soltanto della verità e della giustizia.

Andrea Atzeni