DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 30 aprile 2026
L’arresto del 21enne Eithan Bondi per gli spari del 25 Aprile porta l’attenzione di molti organi di stampa dentro le vicende comunitarie e vari giornali sembrano avallare l’ipotesi di una “degenerazione squadristica” denunciata ieri da Gad Lerner con accuse di sostanziale connivenza ai leader ebraici. «Agli spari, seppur con una pistola da softair, non s’era mai arrivati», riporta Repubblica. «C’è però una scia di episodi, dall’ottobre del 2023, che raccontano di blitz all’interno dell’università La Sapienza per coprire la targa affissa per un fisico morto a Gaza con delle stelle di David, l’aggressione a un militante di Rifondazione in Prati mentre affigge manifesti pro Pal, le tensioni del 25 aprile 2025 a Porta San Paolo, l’opera della street artist Laika vandalizzata a Garbatella, il volontario di Sanitari per Gaza colpito all’ospedale Spallanzani, il blitz in un’aula di Roma Tre con manifesti strappati e scritte sui muri». Secondo Repubblica, nel quartiere ebraico di Roma impropriamente definito Ghetto, ma Repubblica è oggi in buona compagnia, «c’è un silenzio prudenziale, una difesa anche muscolare, sconcerto, preoccupazione, rabbia». Per il Corriere, che si sofferma sulle attività di un certo Gruppo Solomon, dedicato al calciatore israeliano in forza alla Fiorentina, «la sindrome d’accerchiamento alla lunga può produrre reazioni scellerate, come sabato al Parco Schuster, o lettere di minacce come quelle spedite all’Anpi dal sedicente “Gruppo sionistico giovanile”». Aggiungendo che si tratta di «una minoranza, certo, ma questa frangia di ventenni fa paura».
“In una nota l’Anpi di Roma ha parlato di episodio non isolato. Cosa ne pensa?”, chiede il Messaggero al presidente della Comunità ebraica romana Victor Fadlun. «Ho sentito parlare addirittura di unità paramilitari. Mi sembra assurdo. È vero, piuttosto, che circola nella comunità un senso di impotenza e la percezione di un’incomprensione diffusa verso la crescita esponenziale di gesti e parole antisemiti. Ho espresso piena solidarietà e vicinanza agli iscritti all’Anpi feriti, allo stesso modo devo dire che le posizioni dell’Anpi riguardo alla Brigata ebraica e alla partecipazione degli ebrei alla lotta contro il nazifascismo sono inquinate da un’ansia di militanza politica che nulla ha a che vedere con la storia della Resistenza». “Quale messaggio si sente di mandare alla coppia ferita?”, domanda ancora il quotidiano romano. «Ho chiesto di poterli incontrare, per esprimere di persona solidarietà e vicinanza, ma mi è stato detto che sono scossi e per almeno una settimana è impossibile. Io sono a disposizione, con il cuore aperto e il desiderio, espresso anche nella mia dichiarazione ufficiale, di lavorare per il dialogo e la conciliazione».
«La comunità ebraica non è un corpo estraneo alla società circostante», afferma il filosofo Davide Assael ad Avvenire. «Ciò che è accaduto è il sintomo di una fibrillazione interna preoccupante e, nel caso singolo, di un protagonismo fuori controllo». Per Fiamma Nirenstein (Il Giornale), «è triste che dello stupido, riprovevole sparo approfittino i commenti di Schlein e Lerner, e, che, certo senza giustificare, non hanno però una parola per il contesto, per la disgustosa, umiliante, pericolosa aggressione antisemita che ogni ebreo del mondo sta patendo in questi giorni». Per Daniele Capezzone (Il Tempo), «è politicamente vergognoso, ma purtroppo prevedibile, che il signor Angelo Bonelli abbia attaccato la Comunità ebraica, rea, a suo avviso, di non aver condannato la politica di Benjamin Netanyahu. Ah sì? Quindi il leader verde chiede conto a dei cittadini italiani della politica di un governo straniero? E in virtù di questo li accosta nella polemica a un gesto criminale?». Secondo Elena Loewenthal (La Stampa), «se un ragazzo ebreo prende una pistola ad aria compressa per fare il tirassegno al corteo, se arriva a odiare le persone che si identificano con l’Anpi al punto da sparare, c’è davvero qualcosa che non funziona e che si ha da interrompere».
«La storia del giovane ebreo che il 25 aprile a Roma ha sparato dei pallini di plastica contro i manifestanti è un caso di “doppio standard” istituzionale e mediatico», scrive Mario Sechi su Libero. «Prendiamo due episodi di violenza in piazza e confrontiamoli. Roma: giovane ebreo con pistola ad aria compressa e pallini di plastica; Torino: manifestante ProPal che colpisce un agente di polizia a martellate. I due casi vengono trattati in maniera profondamente diversa sul piano penale e narrativo. Il primo, l’ebreo, è indagato per tentato omicidio e definito “cecchino”, sui giornali; il secondo è indagato per lesioni e senza custodia cautelare».
«Sarei lietissimo di ospitare presto in Prefettura l’Anpi e la Comunità ebraica romana per scambiarsi opinioni, trovare punti d’incontro e ripartire insieme», dice al Corriere della Sera il prefetto della capitale, Lamberto Giannini. «Quando si alza la tensione e l’emozione collettiva viene colpita da qualche avvenimento, può sempre innescarsi l’azione violenta di un singolo. È successo qui sabato. Per questo bisogna impegnarsi tutti, responsabilmente, per riportare serenità».
Le cronache si occupano anche dall’accoltellamento di due ebrei a Londra, avvenuto nel quartiere Golders Green. «Non c’è abbastanza polizia a proteggerci. Ma soprattutto il governo non prende sul serio la minaccia antisemita, basti vedere le parole che usa il primo ministro Starmer: “Concerned”. Come si fa a essere solo “preoccupati”? È terribile», dichiara lo scrittore inglese Howard Jacobson a Repubblica. Per Jacobson, che denuncia le parole malate e lo sdoganamento del concetto di “Intifada globale”, «è in corso una disumanizzazione degli ebrei, per farli passare come i nuovi nazisti, e dunque una normalizzazione dell’antisemitismo».
Repubblica intervista l’ex segretario di Stato Usa, John Kerry, che negoziò l’accordo sul nucleare con l’Iran. «Eravamo pronti a un piano per risolvere anche le questioni dei missili e degli aiuti a Hezbollah. Trump ha fatto saltare tutto, avviando un carosello che nella migliore delle ipotesi ci riporterà al Jcpoa, lasciando però Cina, Russia e Iran molto più forti», sostiene Kerry. «Regna una confusione totale. Il mondo vuole sapere come siamo passati dall’annientamento a Teheran sull’orlo dell’atomica. Poi c’è il problema di lungo termine: non è possibile eliminare con i bombardamenti il bagaglio di conoscenze degli scienziati. È necessario procedere per via negoziale e inondare il Paese di ispettori, esattamente come avevamo fatto dieci anni fa. A questo approccio, in un modo o nell’altro, dobbiamo tornare».