DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 6 maggio 2026
Le difese aeree degli Emirati hanno intercettato per il secondo giorno consecutivo droni e missili iraniani, ma Washington non vuole riaprire il conflitto, spiegano i quotidiani. Il presidente Usa Donald Trump ha descritto la situazione come «una piccola scaramuccia militare», mentre il segretario della Guerra Pete Hegseth ha assicurato che il cessate il fuoco «è ancora in vigore». «Benvenuti nel club dove a volte le vostre immediate esigenze di sicurezza sono subordinate a un obiettivo strategico più ampio degli Stati Uniti», ironizza rivolto agli Emirati il giornalista israeliano Amit Segal, citato da La Stampa. Teheran ha definito il Project Freedom, la missione Usa per liberare Hormuz, «un progetto morto» e promesso una «risposta schiacciante» a qualsiasi deviazione dalle rotte da loro approvate. Nonostante gli scontri verbali, scrive la Stampa, l’inviato Usa Steve Witkoff confida ancora nella diplomazia. «I colloqui stanno facendo progressi grazie al cortese sforzo del Pakistan», conferma anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Gli Usa hanno ribadito il loro appoggio a un incontro diretto tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun, dopo che quest’ultimo aveva definito «non opportuno» un faccia a faccia prima di un accordo sulla sicurezza con Israele. Ne scrive il Corriere, segnalando come i contatti diplomatici siano in corso, mentre proseguono gli sforzi per organizzare a Washington un terzo round di colloqui a livello di ambasciatori tra Israele e Libano.
Yaroun, piccolo villaggio cristiano nel sud del Libano, è una delle aree al centro dell’operazione dall’esercito israeliano per la creazione di una zona cuscinetto. «A Yaroun non c’è più nulla. Solo macerie. Gli israeliani hanno demolito le case lungo la strada principale, anche quelle dei cristiani, con i bulldozer», dichiara al Giornale Maria De Leon Menendez, fuggita due volte dalla sua casa. «Della Chiesa di San Giorgio che ha 200 anni sono rimaste in piedi solo due pareti laterali», afferma Maria, che aggiunge: «Non vogliamo Hezbollah, ma Israele ha punito anche noi abbattendo le case dei cristiani». Israele minimizza i danni alla chiesa e accusa Hezbollah di aver usato il villaggio come base di lancio.
«Questa guerra non ha portato a nulla». È il giudizio di Avner Cohen, esperto israeliano di nucleare e docente al Middlebury Institute di Monterey. Intervistato da Repubblica, Cohen boccia i risultati militari dell’attacco di Israele e Usa contro il regime di Teheran. «L’Iran sulla questione nucleare si trova più o meno nella stessa situazione di prima della guerra». Nella migliore delle ipotesi, dice Cohen, i negoziati produrranno «qualcosa di più o meno simile al Jcpoa», l’accordo Obama del 2015. Per Netanyahu «è stata una scommessa: la speranza era di rovesciare il regime. E non è successo». Con Hezbollah che «continua ad alzare la testa ogni giorno», il premier israeliano «ne esce indebolito».
Sulle pagine de La Stampa, Gabriele Segre parla di «autolesionismo geopolitico» americano in Iran. «Com’è possibile che la più grande potenza del mondo si lanci in una guerra sapendo che vincerle è più raro che sbancare alla lotteria senza comprare il biglietto?», si chiede Segre. La risposta non è dietrologica: «Le nazioni, come gli esseri umani di cui sono fatte, non si muovono sempre in base a ciò che pensano, ma più spesso a ciò che provano». Gli americani «non si sentono solo minacciati: si sentono oltraggiati per ciò che sono». Ma le emozioni non determinano i risultati, scrive Segre, il controllo di Hormuz è «ciò che distingue un impero da un ex impero». «Nel momento in cui una potenza mostra il fianco, gli avversari non organizzano convegni sulla convivenza multipolare: attaccano». «È evidente che esistano regimi ostili e minacce reali, ma l’impiego della forza militare non è quasi mai una soluzione efficace a lungo termine: credo che questa guerra lo abbia dimostrato», sostiene lo scrittore israeliano Assaf Gavron, intervistato da Domani. «Il conflitto non ha ridotto la minaccia nucleare, non ha cambiato la natura del regime iraniano, non ha eliminato il pericolo missilistico. Anzi, è successo il contrario», afferma Gavron, che auspica «un cambiamento politico in Israele. Se Netanyahu perderà le prossime elezioni, potrebbe esserci l’opportunità di intraprendere una direzione diversa».
Israele sta compiendo «una mutazione storica: da piccola nazione assediata a esportatrice di sicurezza e deterrenza», scrive il Foglio. Una batteria Iron Dome è stata schierata ad Abu Dhabi con militari israeliani operativi sul terreno, la Romania è la prima nazione europea ad acquistare il sistema antimissile israeliano per oltre due miliardi di dollari, la Germania sta comprando sistemi missilistici Elbit per cinque miliardi di euro. «Non sono più soltanto armi quelle che Israele vende», osserva l’ex negoziatore israeliano Daniel Levy, «è un modello strategico che sta conquistando molte capitali, da Abu Dhabi a Seul, da Berlino a Bucarest fino a Helsinki».
«State sentendo la mia voce dalla prigione di Urmia. Potrebbe essere l’ultima volta. Oggi è il mio turno»: queste le ultime parole di Mehrab Abdollahzadeh, 28 anni, impiccato il 3 maggio in Iran dopo 40 mesi di prigione e torture. Il cessate il fuoco, denuncia il Giornale, «non ha fermato la macchina del boia». Oltre 600 esecuzioni dall’inizio dell’anno, molti giovani condannati per le proteste anti-regime. Tra gli ultimi giustiziati anche Saleh Mohammadi, 19 anni, campione di lotta libera e membro della nazionale iraniana. Il capo della magistratura iraniana ha dichiarato che le condanne a morte «riflettono la volontà del popolo» e che Teheran non mostrerà «alcuna clemenza».
Il tribunale di Ashkelon ha prorogato di sei giorni la detenzione dei due attivisti della Flotilla, il brasiliano Thiago Avila e lo spagnolo di origini palestinesi Saif Abukeshek, accogliendo la richiesta della polizia israeliana, racconta il Sole 24 Ore. Le loro avvocate hanno annunciato ricorso immediato, definendo la decisione «una convalida giudiziaria dell’illegalità dello Stato». Centri sociali, sindacati e partiti di sinistra si mobilitano in tutta Italia per chiedere la liberazione dei due attivisti detenuti in Israele, riporta il Giornale.
«Non ho ancora denunciato, ma la farò se il presidente dell’Anpi Milano Primo Minelli denuncerà me», afferma il presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi, intervistato da Repubblica Milano, in riferimento al caso 25 aprile. Conferma la presenza di una foto di Netanyahu nel corteo: «Sì, ma qualcuno l’ha strappata subito. Non capisco che problema ci fosse per le bandiere israeliane, quando ce n’erano altrove di Hezbollah». Ieri, prosegue Repubblica, il Consiglio regionale lombardo ha approvato una mozione di solidarietà alla Comunità ebraica, con il centrosinistra che non ha partecipato al voto dopo il rigetto dei suoi emendamenti, che chiedevano di condannare anche il revisionismo storico e i saluti fascisti alla commemorazione di Dongo.
Uriel Dreyfus, pronipote di Alfred, è stato promosso tenente colonnello nell’esercito israeliano, oltre 130 anni dopo la celebre degradazione dell’antenato a Parigi. Ne scrive il Corriere della Sera, riprendendo le parole del militare durante la cerimonia: «Quando sono entrato nell’esercito israeliano portavo con me questo precedente. Capivo che ogni grado che avrei ricevuto sarebbe stata una forma di correzione della storia». Il Corriere segnala alcune contestazioni per il ruolo di Dreyfus, che presta servizio nei tribunali militari in Cisgiordania.
Save the Children lancia un appello perché Israele consenta l’evacuazione medica di quattromila bambini da Gaza: due terzi delle strutture sanitarie della Striscia sono fuori servizio e solo tre ospedali lavorano a piena capacità, riporta il Corriere della Sera.