DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 7 maggio 2026
«Usa-Iran, intesa possibile», titola in prima Repubblica, «Trump-Iran, prove di intesa» quello scelto da La Stampa per descrivere le ultime 24 ore con il presidente Usa Donald Trump che si è detto ottimista su un accordo con il regime di Teheran. Un’intesa, scrivono i quotidiani, che potrebbe arrivare prima della sua visita in Cina del 14-15 maggio. Washington ha presentato a Teheran un memorandum in 14 punti chiedendo una risposta entro 48 ore: al centro la questione dei 400 chili di uranio arricchito, con l’Iran che dovrebbe accettare una moratoria sull’arricchimento in cambio dell’allentamento delle sanzioni. «Altrimenti dovremo tornare a bombardarli pesantemente», ha precisato Trump. Teheran frena: fonti iraniane parlano di «resa senza condizioni inaccettabile». A credere all’intesa sono le Borse, con l’S&P 500 che ha ritoccato i record mentre crollavano le quotazioni del petrolio. Intanto la marina Usa ha disattivato il timone di una petroliera iraniana che cercava di rompere il blocco.
Il Corriere della Sera ricostruisce da Gerusalemme i contenuti del memorandum in 14 punti presentato dagli Usa all’Iran. Il piano, rivelato da Axios, si concentra sul programma nucleare e sulla riapertura di Hormuz: Teheran accetterebbe di non arricchire l’uranio oltre il 3,67% per almeno 12 anni, con ispezioni Onu rafforzate, e trasferirebbe negli Usa i 440 chili di uranio arricchito ancora nelle mani dei Pasdaran. In cambio, Washington toglierebbe gradualmente le sanzioni e sbloccherebbe i miliardi di dollari di fondi iraniani congelati. Quasi nessuno dei 14 punti, scrive il Corriere, «soddisfa gli obiettivi del premier israeliano Benjamin Netanyahu», che ha convocato il gabinetto di sicurezza pur precisando di essere «in pieno coordinamento con Washington e di avere gli stessi scopi». Il memorandum non menziona né lo stop ai missili balistici né il sostegno iraniano a Hezbollah, sottolinea il quotidiano, temi cari a Gerusalemme. Lo stato maggiore israeliano, riferisce Reuters, «si sta preparando alla fine della tregua e non all’inizio della pace». Israele, nota sul Giornale Fiamma Nirenstein, si sarebbe trovata il piano sul tavolo «senza essere stata consultata»: per Netanyahu «è una questione di sopravvivenza», mentre per Trump si tratta di «cercare una vittoria politica e morale». Fonti di intelligence Usa, aggiunge il Corriere, sostengono che le capacità nucleari di Teheran, nonostante il conflitto, siano rimaste intatte.
Il Board of Peace non avrebbe intenzione di obbligare Israele a rispettare i termini del cessate il fuoco se Hamas non accetterà il quadro di riferimento entro «un lasso di tempo ragionevole»: lo rivela un documento visionato dal Times of Israel, ripreso dal Sole 24 Ore. La proposta presentata a Hamas comprende: disarmo completo e smantellamento di tunnel nel 58% di Gaza controllato da Israele entro 60 giorni, senza alcun ritiro delle Idf; dal 31esimo al 90esimo giorno, bonifica delle armi pesanti anche nella zona controllata da Hamas; dal 91esimo al 250esimo giorno, raccolta di tutte le armi personali; a quel punto Israele inizierebbe un ritiro limitato, mantenendo il controllo del 38% di Gaza. Una proposta definita «catastrofica» dai leader di Hamas, scrive il Sole.
Il capo di Stato maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir, ha dato carta bianca alle Idf per portare a termine «un’opportunità storica per cambiare la realtà» in Libano, spiega Libero. Sono stati emessi ordini di evacuazione per dodici villaggi a sud del Litani, colpiti 25 obiettivi nelle ultime 24 ore. A Beirut è stato ucciso il comandante della forza d’élite Radwan di Hezbollah, Malek Ballout. Dall’inizio dell’operazione «Ruggito del leone», riferisce il generale Zamir, «oltre 2mila terroristi di Hezbollah sono stati eliminati». Sul fronte diplomatico, il terzo round di colloqui diretti tra Libano e Israele è previsto la prossima settimana a Washington.
Nel villaggio libanese di Debel, lo stesso dove settimane fa un soldato israeliano aveva colpito una statua di Gesù, venendo poi rimosso e incarcerato dalle Idf, un altro militare è stato fotografato mentre metteva una sigaretta accesa vicino alle labbra di una scultura della Madonna, riportano tra gli altri Corriere della Sera e Giornale, riproducendo lo scatto. L’esercito israeliano sta verificando e, aggiunge il Corriere, lo stato Maggiore ha deciso ieri di istituire una squadra investigativa «per indagare sui saccheggi sempre più frequenti nel Sud del Libano».
«Se sei visibilmente ebreo, non sei al sicuro in Gran Bretagna». È l’allarme lanciato dal rabbino capo del Regno Unito Ephraim Mirvis in un’intervista alla Bbc, sintetizzando le paure della comunità ebraica britannica. In un mese, ricorda il Foglio, ci sono stati due ebrei accoltellati a Golders Green, quattro ambulanze dell’organizzazione ebraica Hatzola date alle fiamme, almeno quattro sinagoghe incendiate, il tutto rivendicato dal gruppo islamista Hayi, ritenuto legato a Teheran. Il governo laburista ha alzato il livello di allerta al secondo più alto del paese e il primo ministro Keir Starmer ha ammesso che alcuni attacchi «potrebbero essere collegati all’Iran». Il Foglio cita Richard Manville, 70 anni, che dopo 34 anni nella stessa casa a Manchester ha deciso di lasciare il paese: «Non mi sento al sicuro camminando per strada. Oggi chiudo a chiave la porta di casa e dico addio».
«Gli Emirati fanno l’ultimo passo verso Israele», titola il Sole 24 Ore analizzando la svolta strategica di Abu Dhabi, che ha abbandonato il doppio binario con Iran e Israele per schierarsi apertamente con lo Stato ebraico. Dal 2020 agli Accordi di Abramo, gli scambi commerciali con Gerusalemme sono passati da 200 milioni a oltre tre miliardi di dollari nel 2024. Il principe ereditario Mohammed bin Zayed «vuole diventare l’alleato arabo più strategico per Israele in Medio Oriente», ospitando sul proprio territorio truppe israeliane e sistemi Iron Dome. La svolta allontana gli Abu Dhabi da Riad: «Le relazioni tra questi due alleati sono a un punto molto basso», scrive il Sole, che poi guarda all’Iran: per Teheran oggi «gli Emirati sono un avversario, al pari di Israele e Stati Uniti», ma «il regime iraniano pare destinato a restare ancora a lungo davanti alle coste emiratine, separato da uno stretto braccio di mare. I Guardiani della Rivoluzione difficilmente dimenticheranno la svolta di Abu Dhabi»
Il Kenya si è assicurato da Israele un prestito da circa 40 milioni di euro per acquistare sistemi di difesa missilistica Spyder, riferisce il Sole 24 Ore citando la testata locale Business Daily. L’acquisto rientra nelle strategie di protezione di Nairobi rispetto all’espansione nel Corno d’Africa delle tensioni legate alla guerra Usa-Israele contro l’Iran e alla crescente intesa tra i terroristi di al-Shabaab e gli Houthi nel Mar Rosso.
Sul Foglio, Guido Vitiello si chiede non cosa sia l’antisemitismo ma «a cosa serve». La risposta viene dallo storico Michel Winock: l’antisemita francese Édouard Drumont scoprì che nell’ottica della conquista del potere l’antisemitismo è un «principio federatore», capace di «unire le forze popolari anticapitaliste ai capitalisti stessi, i cattolici agli atei, gli operai ai padroni». Israele svolge oggi la stessa funzione: «Crea ponti tra cattolici e mangiapreti, queer poliamorosi e lapidatori di adultere, lunatici Maga e compagni antimperialisti. Consente perfino duetti amabili tra Tucker Carlson e Francesca Albanese».
Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha scritto a Ursula von der Leyen chiedendo alla Commissione europea di disapplicare nel territorio Ue le sanzioni americane contro Francesca Albanese e i giudici della Corte penale internazionale. Lo racconta il Giornale, citando l’intenzione di Madrid di comminare sanzioni unilaterali contro Israele se l’Ue non sospenderà l’accordo di associazione con Gerusalemme.
La Biennale di Venezia ha aperto tra proteste e polemiche: duecento persone hanno manifestato contro il padiglione israeliano con striscioni «Stop genocide», mentre Pussy Riot e Femen hanno contestato con fumogeni dai colori ucraini l’apertura del padiglione russo, racconta La Stampa. Il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha difeso l’autonomia della Fondazione: «A Venezia non imbracciamo le armi, prepariamo la pace» e «Chiudere a qualcuno significa rendere più fragili le aperture verso altri».
Domani racconta il ritorno della maratona palestinese a Betlemme, dopo due anni di stop. «La Maratona nasce dall’idea di libertà di movimento», spiega la direttrice Eitedal Ismail. «Non possiamo muoverci da città a città a causa dei posti di blocco. Così ci siamo detti: dobbiamo farla perché vogliamo il diritto di muoverci».
La Stampa pubblica una recensione del libro All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria di Micol Meghnagi (Fandango).