DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 11 maggio 2026

Donald Trump ha definito «totalmente inaccettabile» la risposta del regime degli ayatollah al memorandum della Casa Bianca. La proposta di Teheran, come racconta tra gli altri il Corriere della Sera, «pretende il pagamento dei danni di guerra, il riconoscimento della sovranità su Hormuz e la revoca delle sanzioni». Mentre gli Usa nel loro documento mettono al centro tre questioni: «Via il blocco contro le navi e i porti iraniani, si riapre lo Stretto al traffico commerciale, si smette di sparare», rimandando a un secondo momento «tutto il resto». Contestualmente l’Iran ha minacciato ritorsioni contro Londra e Parigi «se manderanno navi nello Stretto».
Sul tema il Corriere intervista Susan E. Rice, ex ambasciatrice Usa all’Onu ed ex consigliera per la Sicurezza nazionale nel periodo di Obama. «Lo scenario migliore è che gli Stati Uniti e l’Iran raggiungano un accordo quadro generale che diventi la base per negoziati dettagliati sul programma nucleare iraniano», sostiene Rice, che ha contribuito alla stesura dell’accordo sul nucleare iraniano del 2015. «Se saremo fortunati, raggiungeremo un accordo simile a quello che abbiamo ottenuto nel 2015, senza sparare un colpo né causare danni enormi all’economia globale». Per il diplomatico statunitense Alan Eyre, anche lui coinvolto nell’accordo del 2015, intervistato sullo stesso argomento da Repubblica, la guerra contro l’Iran «è stato un clamoroso errore strategico, molto simile all’Iraq del 2003» perché «pur avendo ottenuto una vittoria militare, non siamo riusciti a raggiungere i nostri obiettivi strategici» ed è aumentato il desiderio dell’Iran «di avere una deterrenza strategica».
Sul Giornale, Edward Luttwak riflette su «la strada interrotta di un’offensiva quasi vittoriosa». Secondo il politologo americano, con il regime in ginocchio un’azione militare sul campo avrebbe permesso la sua rimozione ma «Trump non ha potuto inviare truppe» perché gli americani «non lo avrebbero capito».

Israele è riuscito a impiantare una propria base segreta in pieno deserto iracheno, durante le prime settimane del conflitto contro l’Iran. La notizia è stata rivelata dal Wall Street Journal ed è stata confermata dalle Forze di difesa israeliane che «all’inizio di marzo avrebbero usato l’installazione per incursioni aeree in Iran e come appoggio per eventuali operazioni di recupero nel caso (non verificatosi) in cui qualche pilota fosse stato abbattuto in territorio nemico» (Libero).

«E ora come la mettiamo con la storia del genocidio?». A chiederselo è il Giornale, riprendendo le considerazioni del procuratore capo della Corte penale internazionale, Karim Khan, che in una intervista ha definito «insufficienti» le prove per accusare Israele di ciò a Gaza, specificando che «sarebbe sconsiderato procedere solo per la pressione pubblica». Per il Giornale, «è un castello che crolla», perché la parola genocidio è stata agitata nelle piazze «come un vessillo», ma ha avuto «anche la funzione di grimaldello» da usare contro chi, come Liliana Segre, «ha scelto di non accusare esplicitamente Israele del crimine più indicibile».

L’edizione torinese del Corriere della Sera enfatizza in un editoriale il ruolo della città nel dialogo interreligioso, definendola «un laboratorio avanzato di dinamiche di convivenza, che sta trasformando le diversità in una dimensione sociale di pluralismo riconosciuto e condiviso» con il contributo attivo della Comunità ebraica.

Sul Foglio, Giuliano Ferrara commenta il recente sfregio di alcune pietre d’inciampo da parte di alcuni bambini. Per Ferrara «la verità amara è che i bambini si comportano come gli adulti, perché gli adulti, i grandi, si comportano come bambini, e sfregiano i diritti della ragione e della comprensione razionale delle cose».

Libero torna sulle manifestazioni propal contro la presenza di Israele alla Biennale di Venezia, con degenerazioni violente fermate dalle forze dell’ordine. Israele, viene spiegato, «è una democrazia con stampa libera e una scena artistica molto aperta e, tra l’altro, spesso radicalmente critica verso il governo stesso». Per questo, «impedire a Israele di partecipare significa boicottare l’intero popolo israeliano e con esso la sua nazione, negando il suo stesso diritto di essere».

Il Foglio pubblica un intervento di Liliana Segre per gli 80 anni della riapertura del Teatro Alla Scala di Milano, da lei frequentato con i nonni sin dall’infanzia, prima delle promulgazione delle leggi razziste. «Ogni volta che entro alla Scala mi sento profondamente felice», scrive Segre. «Persino entrando nel Ridotto, o nella sala stessa, provo una trasformazione: sono diversa da appena cinque minuti prima, quando scendevo dalla macchina ed ero una persona qualunque».

Si è svolta a Londra una grande marcia contro l’antisemitismo. L’iniziativa, sottolinea il Tempo, segue le recenti elezioni locali «segnate da significative vittorie per il partito di estrema destra Reform UK e per i Verdi di estrema sinistra, anti-israeliani, scatenando crescenti richieste di dimissioni» per l’attuale premier Keir Starmer