DAI GIORNALI DI OGGI – Bokertov 12 maggio 2026
La tregua tra Usa e Iran è «in terapia intensiva, ha solo l’uno per cento di possibilità di sopravvivere», ha affermato il presidente Usa Donald Trump, definendo la risposta iraniana al piano americano in 14 punti «inaccettabile, spazzatura». Teheran, riporta il Corriere della Sera, chiede risarcimenti per i danni dei bombardamenti, vuole mantenere il controllo su Hormuz e non dichiara di voler rinunciare alla bomba atomica. Il regime iraniano ha annunciato invece di essere favorevole alla proposta presentata da Pechino per porre fine alla guerra, e le trattative dovrebbero accelerare dopo il viaggio di Trump in Cina.
«Qualunque accordo oggi non sarebbe buono», afferma il deputato del Likud Boaz Bismuth, presidente della commissione Esteri e Difesa della Knesset e fedelissimo del primo ministro Benjamin Netanyahu, intervistato da La Stampa a Roma. Bismuth esclude qualsiasi intesa con Teheran; «Gli iraniani ci hanno mentito ieri, lo fanno oggi e continueranno domani», aggiungendo che «l’obiettivo che l’uranio arricchito non rimanga in Iran alla fine di questa guerra è qualcosa su cui non si può negoziare». Sulla Nato: «Sento solo molti discorsi sui valori. Mentre loro parlano, noi agiamo». Sul fronte interno Bismuth difende la coalizione con i ministri dell’ultradestra Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich: «Sono partner nel mio governo e non mi vergogno di loro». E rivendica la legge che ha espulso l’Unrwa da Israele: «Da giornalista avrei scritto un articolo sulla verità di questa organizzazione. Da politico, ho potuto cacciarla».
I ministri degli Esteri dei 27 Stati europei hanno approvato alcune sanzioni contro il gruppo terroristico Hamas e altre «contro i coloni israeliani violenti in Cisgiordania», la prima misura dell’Ue contro Israele dalla guerra a Gaza, raccontano Corriere della Sera e Repubblica. Decisivo il cambio di governo in Ungheria: il nuovo premier Péter Magyar ha tolto il veto del predecessore Viktor Orbán. Nel mirino i movimenti Amana, HaShomer Yosh, Regavim e Nachala, e quattro loro rappresentanti, tra cui Daniella Weiss, «la leader più riconoscibile del movimento dei coloni», scrive Repubblica. I provvedimenti, spiega il Giornale, porteranno al congelamento dei beni nell’Ue e al divieto d’ingresso degli individui sanzionati, oltre a restrizioni all’accesso a fondi e banche europei. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha replicato, parlando di «bancarotta morale dell’Europa», mentre il ministro di estrema destra Itamar Ben-Gvir ha definito l’Europa «antisemita», e aggiunto: «Continueremo a costruire, piantare, proteggere e insediarci in tutta la Terra d’Israele». Per il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar è «oltraggioso il paragone tra cittadini israeliani e terroristi di Hamas». Intanto, riporta Repubblica, alla Knesset è prevista l’approvazione finale della legge che istituisce un Tribunale speciale per i responsabili del 7 ottobre: chi sarà giudicato colpevole potrà essere condannato a morte.
Il Foglio commenta la decisione dell’Ue di imporre sanzioni «contro alcuni coloni israeliani in Cisgiordania»: l’estremismo ebraico «esiste ed è punito dallo Stato» israeliano, dall’assassino di Rabin al soldato che ha vandalizzato la statua di Gesù in Libano, tutti in carcere. Il rischio, prosegue il quotidiano, è che dietro la condanna dei violenti si faccia strada un’equazione pericolosa: «Trasformare ogni presenza ebraica in Cisgiordania in una colpa, offrendo pretesti per criminalizzare il sionismo». Nel frattempo, «numerose entità di facciata di regimi orrendi come l’Iran continuano a operare alla luce del sole in Europa» e l’Ue «designa solo l’ala militare di Hezbollah come organizzazione terroristica, mantenendo una distinzione artificiale che lo stesso Hezbollah rifiuta».
Il terzo round di incontri a Washington tra gli ambasciatori di Israele e Libano è in calendario per il 14 e 15 maggio, ma l’atteso vertice tra Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun resta in alto mare, scrive il Sole 24 Ore. Aoun, in un colloquio con i diplomatici Usa, ha dichiarato: «la necessità di fare pressione su Israele affinché ponga fine alle violazioni del cessate il fuoco, alle operazioni militari e alla distruzione e demolizione di case». Il premier libanese Nawaf Salam ha aggiunto: «Puntiamo alla pace e non a una tregua, ma prima siano soddisfatte le nostre richieste».
Il soldato israeliano ripreso mentre avvicinava una sigaretta alla bocca di una statua di Maria in Libano è stato condannato a 21 giorni di carcere. Il commilitone che ha filmato l’accaduto è stato condannato a 14 giorni. Lo ha annunciato il portavoce delle Idf citato dai media israeliani. «Consideriamo l’incidente molto seriamente e rispettiamo la libertà di religione e di culto, così come i luoghi sacri e i simboli religiosi di tutte le religioni», ha affermato l’esercito (Sole 24 Ore e Libero).
In un’intervista all’emittente Usa CBS, il premier israeliano Netanyahu ha riconosciuto per la prima volta di avere una certa responsabilità per gli errori che hanno permesso l’attacco del 7 ottobre, ma ha diluito la colpa: «Ognuno ha una qualche responsabilità. Dall’alto, dal primo ministro, in giù». Ne scrive il Sole 24 Ore, citando il progressista Haaretz secondo cui Netanyahu «per anni ha evitato di assumersi la responsabilità del 7 ottobre mentre ha continuamente celebrato il suo successo personale nella gestione della guerra successiva». Resta aperto il tema della commissione di inchiesta sul 7 ottobre: il 58% degli israeliani, spiega il Sole, chiede una commissione statale nominata dalla Corte Suprema, mentre Netanyahu vuole una commissione di nomina politica.
Inizia questa sera a Vienna la semifinale dell’Eurovision Song Contest con la partecipazione del cantante israeliano Noam Bettan, intervistato da Libero. Cameriere di professione fino alla vittoria nel talent show The Next Star, Bettan ha trascorso otto anni a fare musica nella sua cameretta. La sua partecipazione è stata subito oggetto di una campagna di boicottaggio da parte dei movimenti pro-palestinesi. «Salirò su quel palco con un solo obiettivo: unire, avvicinare, creare un legame», afferma Bettan, che chiede di «parlare di musica, non di politica». «Se chi mi guarderà riuscirà, anche solo per un momento, a mettere da parte i pregiudizi e ad ascoltarmi davvero, con le orecchie ma soprattutto con il cuore, allora penso che il mio sogno possa diventare realtà».
Il Riformista pubblica un appello firmato da intellettuali e militanti di sinistra contro la «intifada globale»: «Come persone di sinistra troviamo che tutto ciò sia vergognoso». Il testo condanna il boicottaggio di cittadini israeliani, gli attacchi a simboli ebraici e il «sostegno ormai sdoganato e aperto a Hamas e Hezbollah», definendo queste pratiche «squisitamente naziste» perché fondano sull’idea «che ogni israeliano è complice e colpevole in quanto israeliano». I firmatari si dichiarano contrari al governo Netanyahu e favorevoli alla tregua e al disarmo di Hamas, ma denunciano la «strumentalizzazione della tragedia di Gaza» da parte della sinistra radicale globale. «Non in nostro nome».
La Norvegia, che due mesi fa aveva condannato le azioni militari di Israele etichettandolo come «nazione aggressiva», acquista ora carri armati dotati del sistema di difesa Trophy sviluppato da Rafael, azienda israeliana, riporta il Foglio. Non è un caso isolato: la Spagna di Pedro Sánchez, tra i governi più anti-israeliani dell’Ue, si rifornisce da EuroSpike, di cui Rafael detiene il 20%, mentre la Slovacchia, che aveva vietato le importazioni di armi israeliane, ha acquistato il sistema di difesa aerea Barak MX. «Più un paese europeo inveisce contro Israele, più sembra dipendere dalle sue capacità militari», scrive il Foglio.
Oltre 20mila persone si sono radunate domenica davanti a Downing Street per chiedere al governo britannico una seria reazione all’ondata di violenze antisemite. Dal palco, racconta il Riformista, sono intervenuti esponenti di tutti i partiti principali: la leader dei Conservatori Kemi Badenoch ha chiesto di «opporsi all’estremismo islamista», i Liberal Democratici hanno chiesto tolleranza zero della polizia e il riconoscimento dell’IRGC come organizzazione terroristica, mentre il ministro laburista Pat McFadden ha promesso nuove leggi contro l’antisemitismo. Tra i partecipanti, numerosi rifugiati iraniani che «vedono in Israele un alleato chiave contro la dittatura islamista». Assenti i Verdi.
Nella sua rubrica sul Foglio, Andrea Marcenaro commenta con toni sarcastici il ritiro dell’accusa di genocidio contro Israele da parte della Corte penale internazionale: «Non c’è prova, comunicano le toghe interplanetarie, non c’è indizio e non c’è qualsiasi beato c. d’informazione o di ragionamento, aggiungiamo noi estremisti galattici, per poter sostenere l’infamia più infame di ogni infamia: vale a dire che israeliani e hitleriani abbiano imboccato la stessa strada». Marcenaro chiude con una citazione attribuita a Shimon Peres: «Un antisemita è uno che odia gli ebrei più del necessario».
«L’America vive un’esperienza mai provata prima nella sua storia: qualcosa che inizia pericolosamente ad assomigliare a un isolamento internazionale involontario», scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera. L’Arabia Saudita nega le basi per Project Freedom, la Gran Bretagna nega l’isola di Diego Garcia, la Francia lo spazio aereo, la Spagna definisce la guerra «illegale e immorale», l’Italia chiude Sigonella. Nel vuoto lasciato dagli Usa cresce la Cina: solo quest’anno i leader di Finlandia, Irlanda, Corea del Sud, Gran Bretagna, Germania e Spagna hanno già visitato Pechino. «L’America ha disperatamente bisogno di mostrare più rispetto per i propri alleati», conclude Fubini: «Se non lo capisce Trump, lo capiranno quelli che presto si adopereranno per chiudere la sua stagione». Sulla stessa linea Alan Friedman su La Stampa che parla di «lungo tramonto dell’America Maga».
La Scala di Milano ha celebrato gli ottant’anni dalla reinaugurazione del Teatro dopo i bombardamenti del 1944, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, accolto da un’ovazione, racconta il Corriere della Sera. Il maestro Riccardo Chailly ha scelto quattro brani dal Nabucco di Verdi, con il «Va’, pensiero» eseguito dal coro diretto da Alberto Malazzi. In sala c’era la senatrice a vita Liliana Segre che, da «ragazza del Dopoguerra che aveva conosciuto il lager», ha ricordato di vedere nella Scala ricostruita «il senso di qualcosa in cui non aveva sperato. E anche una famiglia che non aveva più, e un senso meraviglioso di libertà». La prima condizione posta dal Maestro Arturo Toscanini per il suo ritorno dall’esilio, ricorda la Stampa, era che venissero reintegrati i dipendenti licenziati per motivi razziali, tra cui il direttore del coro, Vittore Veneziani.
Per Libero, «Venezia è diventata una città ostaggio dei Pro Pal». Il quotidiano racconta «l’accoglienza con tutti gli onori» riservata dalla Ca’ Foscari alla relatrice Onu Francesca Albanese per una conferenza. Lo stesso ateneo che nell’ottobre scorso aveva lasciato che attivisti pro-palestinesi impedissero a Emanuele Fiano di tenere una conferenza sulle prospettive di pace in Medio Oriente, scandendo «Fuori i sionisti dall’università».