MAESTRI – Chag Ha-Shavuot, una festa di tutti i tempi
Shavuot racchiude una molteplicità di suggestioni e riferimenti alla Torà e all’insegnamento dei Maestri, tanto da apparire come una sorta di arco nel tempo che volge verso di noi dalle origini più lontane. A differenza di tutte le altre ricorrenze, la Torà non rivela la data precisa di questa festa, il nome Shavuot, ovvero “settimane” indica la sua collocazione temporale come un punto di arrivo al termine di sette settimane che hanno inizio dal secondo giorno di Pesach. Ci sorprende il fatto che la Torà presenti questa festa solo come espressione del legame con la terra d’Israele, è infatti ricordata come Chag ha-Katzir “Festa della mietitura”, per il primo raccolto del grano con l’offerta di due pani lievitati, è anche chiamata Yom ha-Bikkurim, “Giorno delle primizie” a partire dal quale si portavano al Santuario le primizie dei prodotti particolari della terra d’Israele, non troviamo invece il senso più ampio con il quale ricordiamo questa festa nelle preghiere, come “Zeman mattan Toratenu” , cioè “Tempo in cui ci è stata data la nostra Torà”, riferito all’evento del Monte Sinai, allorquando il popolo ascoltò la voce dal Cielo e ricevette i Dieci Comandamenti, sintesi di tutti i 613 precetti della Torà; l’interpretazione dei Maestri colloca questo evento al 6 di Sivan, in cui pertanto ricorre la festa di Shavuot. Il silenzio del testo biblico circa la data della rivelazione dell’insegnamento divino ad Israele ci dice che questo evento non si è concluso: l’accoglienza della Torà da parte d’Israele è un’esperienza spirituale continua. Ogni giorno in cui l’ebreo studia, medita, comprende le parole della Torà – sia essa scritta oppure orale – egli idealmente riceve una nuova parte di rivelazione, che scende nel cuore e alimenta la sua mente. In assenza di una data precisa abbiamo però nella Torà delle coordinate di riferimento: le sette settimane che la collegano con Pesach indicano che Israele diventa veramente libero quando accoglie la parola e i comandamenti divini, acquisendo in tal modo la propria identità di popolo, quando riceve una legge di vita e una strada da seguire, quando cioè la libertà si coniuga con dei contenuti precisi, con degli ideali che la animano, con delle norme che ne definiscono i limiti. La data del 6 di Sivan scaturisce in modo indiretto dal racconto biblico che ha al riguardo un preciso riferimento temporale, l’inizio del terzo mese dall’uscita dall’Egitto, il mese che conosciamo come Sivan, quando i figli d’Israele giungono ai piedi del monte Sinai e sono chiamati ad una risposta che avrebbe deciso il futuro non solo del popolo ebraico ma del mondo. Non si trattava solo di ricevere leggi e comandamenti ma di stipulare un patto di alleanza con il Signore che doveva rendere gli ebrei partecipi in primo piano del progetto di D-o per l’opera della creazione fino a costituire – “Un reame di sacerdoti, una nazione consacrata” (Esodo 19,5-6) – la risposta del popolo è chiara ed univoca: “Tutto ciò che il Signore ha detto, eseguiremo e ubbidiremo – Na’asè venishma’” (Esodo 24,7). Il midrash, riportato nel commento di Rashì (Genesi 1,31) evidenzia il valore decisivo per il destino del mondo che ebbe il momento in cui la parola di D-o si rivelò sul Sinai mentre il popolo d’Israele era in ascolto: “Fu sera e fu mattino – il sesto giorno. La Torà ha aggiunto un articolo determinativo per questo sesto giorno della creazione per alludere al sesto giorno del mese di Sivan, poiché l’esistenza di tutto il creato era come sospesa e incerta fino al momento in cui Israele fosse pronto a ricevere la Torà”. Festeggiare Shavuot significa ritrovarsi in questo straordinario intreccio di percorsi che va dalla creazione fino ai nostri giorni, in cui il richiamo al legame con la Terra d’Israele, le mizvot per la Festa della Mietitura e la presentazione delle Primizie, ci invitano a volgere lo sguardo al futuro, quando la ricostruzione del Santuario riporterà nel vivo questi comandamenti, la Torà sarà realizzata appieno dal popolo ebraico e verrà riconosciuta come insegnamento di vita per il mondo, perché “Le sue vie sono vie di dolcezza e tutti i suoi sentieri sono pace” (Proverbi 3,17).
Rav Giuseppe Momigliano