L’OPINIONE – Albero Heimler: Prossime elezioni cartina di tornasole in Israele

L’esibizione del ministro israeliano per la Sicurezza Itamar Ben Gvir di fronte ai navigatori della flottilla è stato un episodio grave e incompatibile con i principi di una democrazia liberale: un ministro che sbeffeggia e umilia persone fermate/intercettate. Si tratta di modalità più tipiche di regimi illiberali, soprattutto perché il protagonista è un uomo con responsabilità di governo, non un poliziotto qualsiasi. Una delle giustificazioni portate a sostegno del suo comportamento è che a Gaza gli ostaggi israeliani appena rapiti il 7 ottobre 2023 sono stati portati in giro come trofei, insultati e umiliati. L’argomento è: così come loro l’hanno fatto a noi, così noi, anche se con molta minor violenza, lo facciamo a loro! Diamo loro un assaggio, come ha peraltro sostenuto lo stesso Ben Gvir. Non è la pratica di uno Stato di diritto. È chiaro che il ministro si rivolgeva al suo elettorato che lo ammira per queste sue esternazioni da tribuno del popolo; un elettorato la cui influenza culturale appare più ampia del suo peso parlamentare e, proprio per questo, i comportamenti e le posizioni di Ben Gvir acquisiscono rilievo. E anche lui sembra esserne consapevole come chiaramente indicato dalla presenza massiccia delle TV a ogni sua esternazione. In ogni caso le sue intemperanze, peraltro criticate dal primo ministro molto poco incisivamente, si inseriscono in un contesto più complesso.
Fin dall’insediamento del sesto governo di Benjamin Netanyahu e la sua scelta di allearsi con l’estrema destra è divenuta evidente in Israele l’esistenza di un contrasto che chiamerei epocale tra coloro che ritengono di dover mantenere la tradizione liberal-democratica del Paese e coloro che invece vogliono modificare l’equilibrio istituzionale e avvicinarsi così a modelli di governo meno improntati ai contrappesi e presumibilmente più autoritari. Si tratta di una frattura politica e culturale già esistente nel Paese, ma l’attuale governo ha la responsabilità di averla fatta emergere per la prima volta dalla creazione dello Stato ai più alti livelli e in maniera esplicita.
Il processo è iniziato con la proposta di riforma dei poteri della Corte Suprema, che aveva anche dei punti di merito, per esempio l’eccessiva discrezionalità di cui gode la Corte (ma non solo), ma le modalità con cui il Governo riteneva di attuarla, a colpi di maggioranza semplice, erano anch’esse espressione di una dinamica istituzionale che rischia di allontanarsi dai canoni delle liberaldemocrazie. È vero che da un punto di vista formale le leggi di base (che assomigliano in Israele alla costituzione che non c’è) possono essere adottate senza la necessità di maggioranze qualificate, ma cambiare radicalmente gli assetti istituzionali senza un ampio consenso e senza analisi approfondite dei pro e contro delle soluzioni prospettate è espressione di una cultura politica di breve respiro e soprattutto improntata a una concezione maggioritaria del potere che divide la società esasperandone le differenze.
Yair Lapid aveva suggerito nel 2023 la costituzione di una commissione parlamentare allargata a tutte le forze politiche per stabilire cosa fare e come procedere per contenere gli enormi poteri della Corte suprema, ma per evitare “inutili” discussioni che avrebbero certamente dilatato i tempi decisionali, la sua idea è stata rapidamente scartata. E invece era un’ottima soluzione.
Le prossime elezioni saranno un test importante sull’orientamento dell’elettorato israeliano e potranno presumibilmente limitare queste tendenze in gran parte populiste se non autoritarie. Speriamo che la società israeliana sappia cogliere questa occasione.

Alberto Heimler