Parlare dell’indicibile
Se ne parla troppo o se ne parla troppo poco? Se ne parla nel modo giusto oppure in quello sbagliato? Soprattutto, oltre al quanto, che pure rimane un’unità di misura non indifferente, è il come a costituire un punto nodale. L’argomento è lo sterminio delle comunità ebraiche per mano dei nazisti e del collaborazionismo fascista europeo mentre il contesto è dato dalla scuola di questi anni. Giovedì scorso, a Milano, nell’ambito dell’affollatissimo seminario di aggiornamento dedicato a «Insegnare la Shoah: manuali di storia e percorsi didattici», se ne è lungamente discusso, sia in sede plenaria che nei singoli workshop in cui si sono articolate le attività dei partecipanti. Gli organizzatori, nella sede del Memoriale binario 21, erano l’Associazione figli della Shoah e il Centro di documentazione ebraica contemporanea, con il patrocinio dell’Ufficio scolastico per la Lombardia. Dar conto dell’insieme dei lavori, ai quali hanno preso parte un grande numero di docenti provenienti da tutta Italia, è pressoché impossibile, mentre è invece utile soffermarsi su alcuni passaggi critici. L’analisi dei manuali di storia, soprattutto di quelli delle scuole secondarie, ha posto in evidenza la problematicità della trattazione di quegli eventi all’interno di un percorso di significati che, identificandone la specificità, tuttavia li ricolleghi, non solo cronologicamente, ai contesti (il plurale è d’obbligo) storici, culturali e politici in cui si verificarono. Da questo punto di vista la Shoah rimane una sfida didattica, destinata forse a non trovare una risposta compiuta e definitiva ma, se bene accetta, ossia se intesa in quanto opportunità, senz’altro capace di incentivare la ricerca dei modi per raccontarla e, con essi, a far avanzare la riflessione imprescindibile sul nodo tra modernità e barbarie. È non meno vero che più ci si allontana da Auschwitz più quel “continente” che un tempo sembrava definitivamente sommerso rivela, invece, la sua esistenza e consistenza. Ci si può compiacere, per così dire, di ciò, se tale aspetto incentiva una più diffusa e solida coscienza critica ma è anche bene tutelare le memoria e la storia di quei fatti da usi che potrebbero risultare incompatibili con quest’ultimo obiettivo. Non è solo la questione del negazionismo, di cui pure si è abbondantemente trattato nel corso del seminario, ma di tutti quei processi di decontestualizzazione che tendono a cristallizzare il senso di quel passato o a leggerlo solo come espressione di interessi particolaristici. Questione, quest’ultima, decisamente delicata e problematica, soprattutto se si pensa che gli anni che stiamo vivendo sono segnati da un riscontro decisivo, ossia un trapasso epocale, con la scomparsa degli ultimi testimoni. Non a caso si è parlato, in altre sedi, di età della post-memoria. Se questa è una funzione diretta di chi visse o assistette a quei fatti, oggi dobbiamo confrontarci tra generazioni che sono nate dopo, ancorché ad immediato ridosso, dello sterminio. La sua rilevanza civile (e politica) è stata direttamente proporzionale allo statuto e al riconoscimento pubblico che si è offerto, peraltro non senza molte resistenze, alle vittime di quei fatti (e ai carnefici medesimi, in un rapporto di reciprocità capovolta). Sempre più spesso, quindi, si parla, e si parlerà, in “assenza di”, ovvero non avendo più come interlocutori quanti di quella storia furono perlopiù involontari attori e interpreti ma poi, successivamente, coscienti testimoni. I riflessi didattici e pedagogici, che ovviamente non si fermano fuori dalla porta della classe, sono innumerevoli. Come non meno problematico è il fatto che il racconto della Shoah, e la trasmissione del patrimonio valoriale che alla riflessione su di essa intendiamo sia associato, nonché mantenuto ed alimentato, si confrontano e spesso si scontrano non solo con un irrisolto antisemitismo, di cui la negazione dell’evidenza dello sterminio ne costituisce parte cospicua, ma con forti focolai di razzismo, di pregiudizio e di intolleranza. Il fantasma populista, che in Europa stende le sue ampie propaggini, ha un vigore che anche solo una ventina d’anni fa sarebbe risultato impensabile. Qui si tocca un altro elemento critico, ovvero di come si possa affermare l’inaccettabile rivestendolo di una patina di sottile e irritante rispettabilità. È il caso di quelle società, tra cui le nostre, dove coesistono percorsi formativi (e informativi) densamente orientati verso la costruzione di una cittadinanza attiva e responsabile (che è poi il senso stesso della pedagogia della Shoah) a fianco di ampie sacche dove gli atteggiamenti di greve rifiuto vengono coltivati e abilmente mascherati sotto obiezioni fuorvianti o false indulgenze. Si tratta, in questo secondo caso, di esercizi di finta comprensione, i quali a malapena trattengono il contenuto antisemitico e razzista di cui sono spesso il recipiente. I relatori, al riguardo, si sono ripetutamente soffermati su come alcuni paesi europei, e l’Italia tra questi, non abbiano fatto i conti con le corresponsabilità nella definizione e, soprattutto, nella realizzazione del progetto di genocidio. Quasi a volere dire che la colpa sia stata – e continui ad essere – esclusivamente di “altri”, a partire dai “cattivi tedeschi”. Emblematico, nel modo in cui lo sterminio razzista è trattato da una parte dei manuali in commercio, è che il coinvolgimento italiano sia a malapena ricordato, frequentemente con perifrasi fuorvianti o comunque con parole attenuanti. Eppure una compiuta coscienza europea, tanto più oggi, necessiterebbe di un confronto a pieno titolo, senza sacche di resistenza mentale e zone d’ombra culturale, con il proprio passato. Opera difficile, quest’ultima, se alle rimozioni di comodo si associano le paura per un tempo a venire, di cui molti italiani sembrano soffrire. Proprio per questo la pedagogia della Shoah sempre di più parlerà di ciò che è stato rivolgendosi tuttavia verso ciò che sarà.
Claudio Vercelli
(1 dicembre 2013)