moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Kasher amaro

anna segreProdotti kasher con un marchio unico nazionale, facilmente disponibili e a buon mercato: forse se lo vorremo non sarà un sogno, e ha fatto bene Pagine ebraiche a dedicare sul numero di dicembre ampio spazio a questo tema. Intanto, però, soprattutto nelle medie e piccole comunità, facciamo i conti con una realtà ben diversa, e in parte paradossale. Un tempo i prodotti kasher semplicemente non c’erano e bisognava farli arrivare da lontano (ricordo nella mia infanzia terribili formaggi olandesi, o qualcosa del genere, che comparivano per Pesach); oggi pare che il mercato internazionale kasher sia sempre più interessato all’Italia, e ogni tanto ci giungono notizie di produzioni kasher a pochi chilometri da noi destinate in toto all’esportazione e di cui per imperscrutabili motivi non ci è concesso di usufruire (o, meglio, potremmo usufruire delle nostre specialità locali solo facendole tornare indietro dai luoghi a migliaia di chilometri di distanza in cui vengono inviate).
Quando sento queste notizie mi viene l’amaro in bocca; a volte mi domando come possano persone osservanti dichiarare in piena coscienza kasher un prodotto e non preoccuparsi di renderlo disponibile agli ebrei locali. Come possono non sentirsi responsabili sapendo che a poca distanza da loro c’è qualcuno che non mangia kasher ma forse con un piccolo aiuto lo farebbe? O semplicemente non si accorgono della nostra esistenza? O magari pensano che non valga la pena preoccuparsi di noi perché siamo troppo lontani, non osservanti, perduti? Certo, chi ci tiene veramente troverà sempre e comunque il modo di mangiare kasher, ma è giusto non preoccuparsi degli altri? Impedire a una persona di osservare una mitzvà, o renderne più difficile l’osservanza, non è “porre un inciampo davanti al cieco”? Gli ebrei non dovrebbero sentirsi tutti responsabili l’uno dell’altro? Inoltre l’indifferenza di chi potrebbe con poco sforzo aiutare altri ebrei a mangiare kasher e non si preoccupa di farlo può apparire una dimostrazione di malafede e rischia di instillare o rafforzare in qualcuno il sospetto che la kasherut sia solo un gigantesco business e che chi se ne occupa non ci creda veramente ma pensi solo a far soldi. Chi dice questo commette maldicenza? Forse, ma comportarsi in modo tale da indurre qualcuno alla maldicenza non è anche quello “porre un inciampo davanti al cieco”?

Anna Segre

(20 dicembre 2013)