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La Memoria dei violini sopravvissuti

Shlomo MintzTornano frequentemente, riferite alla Shoah, le parole “impensabile”, “incredibile”, “inimmaginabile”. Ma considerare la Shoah come limite invalicabile di ciò che si può narrare è un ostacolo per coloro che invece vogliono raccontare ciò che è stato, per chi lo ritiene doveroso, necessario. A questa difficoltà si aggiunge un ulteriore passaggio, che dal punto di vista storico è enorme: stiamo vivendo gli ultimi anni di quella che Annette Wieviorka chiama “L’era del testimone”, e diventa sempre più importante accettare l’idea che per mantenere viva la Memoria è necessario trovare nuovi modi. E nuovi media. Il problema del linguaggio da adottare non è nuovo, e la capacità di aprirsi a nuove modalità di trasmissione diventa sempre più importante. Normale è l’uso di parole e immagini, ma la memoria passa anche per gli altri sensi e un odore, un suono, possono avere un effetto potentissimo. La musica non era affatto assente nei campi, e in occasione del Giorno della Memoria è proprio la musica a fornire un’occasione in più per non dimenticare.
Il concerto “I violini della speranza” organizzato a Roma da Viviana Kasam e da Marilena Citelli non è solo un evento di grande valore musicale, anche grazie alla presenza di grandi violinisti, tra cui Shlomo Mintz e Francesca Dego, ma ha una portata simbolica forte, perché la JuniOrchestra, la formazione giovanile dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta dal Maestro Yoel Levi, è composta da ragazzi che hanno fra i 14 e i 21 anni, la generazione di coloro che dovranno portare avanti il compito di testimoniare quello che è stato.
Ma i veri protagonisti saranno i violini e il violoncello sopravvissuti alla Shoah, recuperati e restaurati dall’israeliano Amnon Weinstein. È un liutaio di fama internazionale che ha studiato a Cremona, e che da circa vent’anni gira per l’Europa cercando gli strumenti confiscati agli ebrei, migliaia di viole, violoncelli e soprattutto violini, fra cui anche strumenti di pregio. Ne ha restaurati con cura e competenza diverse decine, recuperati fra i mercatini di Polonia, Ucraina, Russia, Lituania, nei depositi dell’esercito americano, nelle cantine di enti pubblici, e tutti potrebbero raccontare delle storie straordinarie.
Ma per Amnon Weinstein il restauro non è un punto d’arrivo: i suoi strumenti non devono diventare oggetto di un voyeurismo ossessionato, ma devono soprattutto suonare. La loro musica è una vittoria sul silenzio, sull’oblio, è la voce di coloro che non possono più suonarli. Cosa di cui era ben consapevole il deportato che riuscì a far passare, dalla fessura di un treno piombato fermo nel sud della Francia, il suo violino, affidandolo alle mani della persona sconosciuta che aveva sentito camminare all’esterno, che lo affidò a un liutaio alla fine della guerra. Un violino per la speranza.
Il violino di Henrich Haftel, invece, racconta una storia che parte da lontano: un violinista che a soli quattordici anni era riuscito a commuovere Gustav Mahler e Brahms in persona, sfruttò il suo talento per salvare i musicisti ebrei che rischiavano di essere trascinati nell’inferno e nell’oblio. E nel 1936 lo stesso Bronislaw Huberman, ebreo polacco, fondò in Palestina quella che nel 1948 sarebbe diventata l’Orchestra filarmonica di Israele, riuscendo tra mille traversia a portare con sé decine di musicisti europei che se fossero rimasti in patria sicuramente non sarebbero sopravvissuti. E convinse Arturo Toscanini a dirigere, nel 1936, il primo concerto della neonata orchestra. Fra i musicisti anche il viennese Heftel, col suo violino.
Jacob Zimmerman, invece, era il liutaio di Varsavia che aveva insegnato il mestiere al padre di Amnon Weinstein, e che una volta accertatosi della sua bravura lo aveva cacciato, dicendogli di andare lontano. Weinstein padre lo ascoltò, emigròando nell’allora Palestina, mentre Zimmerman sparì, durante il nazismo. Nel 1980 un vecchissimo sconosciuto, che arrivava dal Tagikistan, affidò a Amnon Weinstein un violino che si trovava in condizioni disastrose, ma che aveva resistito al passare del tempo. Restaurandolo il liutaio israeliano ha trovato al suo interno una firma, ancora leggibile: Jacob Zimmerman – Varsavia. La voce dei violini non si è spenta, e in qualche modo tiene in vita ancora oggi quella dei loro antichi proprietari.

Ada Treves, Pagine Ebraiche febbraio 2014

(27 gennaio 2014)