Festa del libro Ebraico – Premiato Patrick Modiano

Modiano - PE 5-15Non era presente a Ferrara, Patrick Modiano, dove il suo editore italiano ha ritirato ieri il premio culturale Pardes, istituito dalla Fondazione Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah per rendere omaggio a chi valorizza e diffonde la conoscenza della tradizione e dei valori ebraici nell’opinione pubblica. Troppo schivo, ritroso al punto che anche convincerlo a ritirare personalmente il Nobel per la Letteratura conferitogli nel 2014 non è stato semplice. A Modiano, però, il numero di maggio di Pagine Ebraiche attualmente in distribuzione ha dedicato due pagine, di cui proponiamo qui i testi, e che possono essere scaricate cliccando qui.

Patrick Modiano: “Mio padre, radice ebraica”

Cammina, Patrick Modiano, per le strade di Parigi. Cammina da sempre per le vie, per le piazze, sin da quando riesce a ricordare. Era con suo padre, ancora bambino quando lo accompagnava a quei suoi appuntamenti misteriosi che si tenevano spesso nei saloni dei grandi alberghi, luoghi dall’arredamento lussuoso, ma marchiati dal loro essere sempre solo ambienti di passaggio. Incontravano personaggi mai troppo chiari, allora, partner in affari probabilmente un po’ loschi, non ben definiti, in incontri a cui veniva portato forse come copertura. Ma forse, invece, era il solo modo che suo padre aveva trovato per stare con il proprio figlio. Un figlio “male amato”, come racconta lo scrittore francese, premio Nobel per la letteratura nel 2014 che riceve quest’anno a Ferrara il Premio Pardes, che molta della sua infanzia ha trascorso con i genitori lontani, o lontano dai genitori. Un padre che non ha pronunciato mai la parola ebreo, e che non ha mai fatto riferimento alla propria identità ebraica, nonostante proprio per questo fosse stato ricercato sia dalla polizia francesi che da quella tedesca, e arrestato per ben due volte durante l’occupazione. La prima era riuscito a scappare, e la seconda era stato liberato grazie all’intervento di una persona misteriosa… ma era stato poi ricercato anche dopo la guerra, solo dai francesi questa volta, perché aveva fatto del mercato nero. Cammina con il suo passo un poco sbilenco, Modiano, il mento proteso in avanti quasi a cercare quel dettaglio che gli sfugge, il particolare mancante, mentre racconta della sua infanzia, caparbiamente alla ricerca di un senso fra i suoi primi ricordi. Cammina fra le strade del suo arrondissement, questo scrittore amato sia dal pubblico che dalla critica, con la parlata lenta e intensa, mentre racconta che di essere ebreo lo ha scoperto per caso, quasi adolescente. Ma ha dovuto fare lui stesso la domanda giusta al momento giusto, al portiere del palazzo dove abitava allora, che già vi lavorava durante l’occupazione. È molto “modianesco”, allora, questo scoprire la propria vera identità grazie a un nome falso, usato suo padre nei suoi affari loschi, il nome che compariva accanto all’appartamento dove aveva abitato e dove era rimasto a vivere dopo la guerra. Un’atmosfera irreale che pervade tutti i suoi ricordi, da quegli ampi saloni che hanno poi influenzato le ambientazioni dei suoi romanzi con il loro lusso un poco incerto al ricordo dei teatri che frequentava quando vi lavorava sua madre, con il palcoscenico polveroso, le luci irreali e i tendaggi di velluto rosso. Una madre assente, molto spesso in tournée, grazie alla quale, però, ha avuto l’occasione di ascoltare intere pièce osservando il pubblico, da dietro le quinte. “Di solito i ricordi d’infanzia bastano a se stessi, ci si ricorda di cose molto semplici. I miei ricordi d’infanzia invece erano sempre macchiati da qualcosa che non riuscivo a comprendere pienamente, a qualcosa di enigmatico… penso che questo abbia favorito la mia voglia di scrivere”. Racconta di aver sofferto tutta la vita per qualcosa che non ha vissuto, a cui come suo padre è scampato quasi per caso, e tutto sembra tornare in ondate di ricordi, a volte non suoi. “La mia memoria precede la mia nascita”, aveva detto a Raymond Quenau. E scrivere, per questo autore che passa il suo tempo a pensare, a cercare un pensiero, a scavare la frase giusta ma riesce a mettere in fila le parole al massimo per un’ora al giorno, serve a creare “una specie di senso di realtà, a combatte la sensazione di non esistere”.
È strettissimo il legame fra Modiano e la sua città, una città che ha percorso in lungo e in largo, sempre camminando, ed esplorando minuziosamente i più piccoli recessi del suo tessuto urbano per cercare di costruire una ambientazione precisa per i suoi romanzi, quasi tutti ambientati a Parigi. Una città che conosce e che ama profondamente, anche se ha dichiarato che, forse, gli dispiace di non avere nella sua storia un paesaggio di campagna, dove forse avrebbe “funzionato meglio”. Ma il legame con la sua Parigi non è fatto solo di ricordi, e questo è evidentissimo al varcare la porta di casa sua, sulla rive gauche, una casa abitata da centinaia di libri, a creare un paesaggio luminoso ma interamente ricoperto di volumi, con i libri che sono ovunque, appoggiati sui tavolini, coprono le sedie, invadono divano e davanzali. E non solo di libri si tratta: “Non sono mai stato un collezionista – spiega – ma raccolgo cose che possono aiutarmi: elenchi telefonici, cartine, fotografie, immagini, per dare concretezza a cose che negli anni cambiano, per vedere dove abitavano le persone, quello che è successo in quella determinata strada, per costruire il mio personale atlante di persone che certamente sono sparite”. A costruire che quello che Bernard Pivot, autore di un formidabile documentario sullo scrittore, definisce “Un incredibile bric a brac della memoria, un bazar da archivista”. In una intervista di molti anni fa aveva spiegato che questa sua mania per la ricostruzione precisa non ha nulla a che fare con il gusto per il passato, ma si tratta piuttosto di una sorta di droga che gli permette di andare avanti, mescolando ricordi e racconti, e frammenti di realtà per costruire la vita di un luogo, e abitarlo di quel mistero che è necessario donare anche ai posti, agli avvenimenti più banali. “Perché questo è il dovere di un romanziere: rendere giustizia alle cose”. E non è il passato, quello che interessa a Modiano, ma ciò che il tempo e la memoria ne hanno fatto. E proprio per questo il senso dell’assenza e della perdita di identità che permeano la sua scrittura non sono temi solo ebraici, bensì i segni di uno spaesamento, di un paesaggio interiore complesso che ha radici profonde, e risponde alla necessità di porsi domande molto personali, e di trovare risposte, anche se dolorose.

Ada Treves @atrevesmoked
da Pagine Ebraiche, maggio 2015

Raccogliere, ricercare. La chiave del racconto

“Quindici anni, un metro e 55, volto ovale, occhi grigio-marroni”. È Dora Bruder, così come viene descritta nell’annuncio pubblicato su un giornale parigino nel 1941 dai genitori alla sua ricerca. Lo stesso annuncio viene letto anni dopo, nel 1988, dallo scrittore Patrick Modiano, che inizia a cercarla e a indagare. “Mi preoccupava talmente tanto e non riuscivo a sapere cosa le fosse successo, allora avevo scritto un romanzo totalmente di finzione e attraverso di esso cercavo di ritrovarla”, racconta Modiano anni dopo in una videointervista a Bernard Pivot. E in questo modo è nato “Dora Bruder”, uno dei suoi romanzi più famosi, che prende il titolo proprio da questa ragazzina persa nella Storia e ritrovata in un libro.
Raccogliere, ricercare, e raccontare. È questo il vero significato della scrittura per l’autore premio Nobel, da lui definita “come un’operazione chirurgica”. Modiano racconta di aver bisogno, per scrivere un’ora soltanto, di immergersi in intere giornate di meditazione, “una specie di sogno un po’ letterario”, e per provocarlo “bisogna che le cose siano molto precise, più una cosa è precisa più si può sognare su di essa”. Per questo ricercare ossessivamente su tutti i dettagli, anche quelli più piccoli come il piano del palazzo a cui abitava Dora, il quinto, o il sapere che questo era in una certa via proprio accanto al cinema Ornano 43, in quel quartiere le cui vie sono così note, conta e assume una nuova importanza. “Quando ho visto l’annuncio sul giornale, è stato per me uno choc”, racconta Modiano, sottolineando quanto avesse giocato il fatto che quei luoghi fossero tanto famigliari.
Così la scrittura, nata dunque da quella che Modiano definisce una “precisione quasi poliziesca”, diventa uno strumento vagamente magico, in cui realtà e finzione s’intrecciano e si compenetrano. “Mi sono detto che forse scrivendo un romanzo sarei arrivato a Dora attraverso un fenomeno quasi di divinazione, avevo le piste che non riuscivo a trovare nella realtà”, racconta lo scrittore. “Ho avuto l’impressione – continua – di tirare fuori qualcuno dal nulla dove avevano voluto farlo scomparire”. Ma i ricordi veri valgono tanto quanto quelli inventati? – chiedeva sempre Pivot in un’intervista del 1977 all’autore durante la sua trasmissione Apostrophes. Un giovane Modiano rispondeva: “Sì, perché in realtà non sono davvero inventati, sono cose composte. Vi è una parte di verità, delle cose che ti sono state raccontate, e poi tutto questo forma un interlacciamento strano per cui qualcosa si genera da tutti questi elementi”. E dunque si capisce perché l’ufficio di uno scrittore, o almeno quello di Patrick Modiano, ha l’aspetto di un archivio disordinato, di un bazar di vite testimoniate da ritagli di giornali, vecchi elenchi del telefono e fotografie in bianco e nero, in cui immergersi e a cui ispirarsi. “Si dice sempre che lo scrittore sia un po’ separato dal mondo esterno, che a volte si ritira in una torre d’avorio, ma è più complicato di così – osserva Modiano – in quanto egli dà valore a cose che se no tutti gli altro troverebbero banali”.

f.m. @fmatalonmoked
da Pagine Ebraiche, maggio 2015

“Stupiscimi”. La cantante e lo scrittore

“Mi sorprenda, Benoît, si tagli le orecchie, mangi due o tre api, Benoît, mi faccia un grande sole, faccia suonare la sveglia, mi sorprenda”. Sono le strane richieste di una bionda e allampanata Françoise Hardy, che nel 1969 canta per la prima volta in televisione la canzone “Etonnez-moi, Benoît”. Di chi è la canzone, le viene chiesto. “È di un giovane scrittore, che si chiama Patrick Modiano, ha scritto un libro che s’intitola La Place de l’Étoile”. Non lo conosce ancora, d’altra parte, le viene chiesto di confermare. “Non lo conosco ancora, ma conto di conoscerlo questa settimana”.
Si sono poi conosciuti alla fine Françoise Hardy, cantante di successo vestita di abiti ricoperti di lustrini, e Patrick Modiano, uno scrittore all’epoca alle prime armi, che ancora doveva svelarsi al grande pubblico. La prima volta che si sono visti, le ricorda Patrick nella videointervista a cura di Bernard Pivot, sono andati insieme all’Olympic, storico teatro di Parigi. Ma ricordano meglio, con un sorriso, la volta che invece sono andati in canoa sul lago del parco del Bois de Boulogne. Le foto li immortalano mentre remano e ridono sincronizzati, e si accompagnano bene al ritmo spensierato della canzone di Modiano.
I due sono ancora legati, e Françoise confessa a Patrick: “Avevo l’impressione che fossi una creatura un po’ eterea”. E racconta: “La canzone da lui scritta mi aveva divertito molto e anche lui mi aveva divertita, tanto la sua personalità era fuori dalla norma”. La leggerezza dei ricordi e del ritratto di Modiano che Hardy condivide, non si sa se più con lui che annuisce o con il pubblico che vorrebbe partecipare alla loro piccola riunione, ha poco a che fare con l’atmosfera angosciosa dei suoi romanzi. “Un’istantanea che ho impressa è quella di Patrick che si allunga per chiamare un taxi, sembra una ballerina”, ricorda per esempio la cantante. E in un’altra intervista racconta che aveva ricevuto da un’amica comune il compito di accertarsi che quando si vedevano Patrick mangiasse, “cosa che palesemente non succedeva regolarmente data la sua mancanza di mezzi di allora ma anche la sua distrazione”. Da quando si sono conosciuti quella prima volta, lei una celebrità, lui un giovanissimo scrittore, Modiano le ha inviato una copia di ognuno dei suoi libri, “con una dedica spesso comica”. E la cantante afferma di aver letto tutto avidamente, “da tanto ero incantata allo stesso tempo dal suo stile unico e dall’originalità del suo universo”.

da Pagine Ebraiche, maggio 2015
f.m. @fmatalonmoked

(27 aprile 2015)