Qui Ferrara – Libro ebraico in festa
Musei ebraici, uno sguardo
sulla realtà internazionale
“Una memoria per il futuro: la missione dei musei ebraici”, questo il titolo della tavola rotonda patrocinata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che è stata l’evento centrale del ricco programma della Festa del Libro Ebraico di Ferrara, coordinato dal Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah (Meis). Il confronto tra i direttori di alcuni dei principali musei ebraici, introdotto dal presidente della Fondazione Meis Dario Disegni e moderato dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari ha mostrato al pubblico, che ha affollato il ridotto del Teatro Comunale, la grande ricchezza, la diversità e allo stesso tempo la forza coerente di musei fra loro molto diversi ma tutti guidati da direttori di grande spessore. Paul Salmona, direttore Museo d’Arte e di Storia dell’Ebraismo di Parigi, Emile Schrijver, direttore generale Museo Ebraico di Amsterdam, Orit Shaham Gover, responsabile del Museo delle Diaspore di Tel Aviv e Dariusz Stola, Direttore di Polin, il Museo di storia degli Ebrei Polacchi di Varsavia, insieme alla padrona di casa, il direttore del Meis Simonetta Della Seta hanno risposto a domande che hanno spaziato dalla Memoria all’utilizzo delle tecnologie, dall’importanza della struttura alla sicurezza, alle sempre presenti difficoltà di reperimento dei finanziamenti. Chiave dell’iniziativa la citazione di Amos Oz che la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha inserito nel suo discorso di apertura della manifestazione, la sera precedente: “C’è una distorsione in ogni tradizione e animo al cui centro viene posta un’opera di ‘preservazione’. Non siamo gli eredi di un museo e non siamo venuti al mondo per togliere con pazienza la polvere da un oggetto o per lucidare le vetrine e portare orde di visitatori che camminano sulla punta dei piedi da un tesoro all’altro. Non esistiamo solo per ‘preservare’ la tradizione dei padri o i miracoli della natura, ricordi dell’infanzia o oggetti di culto, pena le nostre vite diventino vite dedicate al ritualismo puro. Il mondo non è un museo, non lo è neanche la natura, e non lo è neanche la cultura. È permesso toccare, smuovere, avvicinare, allontanare, cambiare ed imprimere il nostro essere. Tocca la pietra, tocca ciò che è vivo, tocca gli altri esseri umani”.
I ritmi serrati – due minuti al massimo per ogni risposta – hanno permesso ai direttori di raccontare realtà molto diverse tra loro, ma accomunate da una volontà di riflettere sul proprio operato che procede di pari passo con una grande capacità di agire in maniera determinata per costruire giorno dopo giorno musei che non siano un mero contenitore di oggetti ma luogo di conoscenza, incontro e crescita. Diversissimi però anche i contenitori, che inevitabilmente sono vincolo e allo stesso tempo stimolo a pensare e ripensare l’idea stessa di museo: Polin, costruito da zero, conta su un progetto architettonico vincitore di premi internazionali, ma la grande libertà di progettazione ha dovuto fare i conti con la responsabilità data dalla storia del luogo. Sorge infatti nell’area dove si trovava il ghetto, poi raso al suolo. Dal palazzo storico nel centro di Parigi, in pieno Marais dove si trova il Museo d’Arte e di Storia dell’Ebraismo di Parigi, alla struttura moderna del Museo delle Diaspore di Tel Aviv al nascente Meis, presentato durante queste giornate in numerose visite al cantiere, fino al valore storico dell’antica sinagoga di Amsterdam, ogni struttura ha caratteristiche che non possono ovviamente riassumere la storia e le idee del museo che ospita, ma che sono fortemente condizionanti anche rispetto ad altri temi toccati, dall’attenzione alla sicurezza, in cui la necessità di farsi garanti di un tema sempre più importante e pressante – è stato citato il museo ebraico di Bruxelles, ma anche la catena di attentati che ha insanguinato l’Europa – deve obbligatoriamente trovare una modalità che non solo sia respingente per i visitatori, ma anche che non sia un peso eccessivo per i bilanci delle istituzioni. Tema importante, quello economico, che ha mostrato come il finanziamento pubblico sia assolutamente fondamentale per la crescita e lo sviluppo di programmi ritenuti ovunque importanti per la cultura e la storia, non mera memoria della minoranza ebraica. Ma la chiave, ha ricordato Dariusz Stola, è la diversificazione: dalle Fondazioni, alle associazioni degli amici dei singoli musei, alle donazioni dei singoli, sino ad arrivare ai ricavi garantiti – questa la scelta fatta da Polin – dall’aver integrato nel progetto un auditorium di pregio, che può essere affittato per eventi esterni, scelta vincente che il direttore di Polin indica come investimento irrinunciabile per ogni progetto museale, capace di contribuire in maniera rilevante agli incassi. Diversissime le storie, le strutture, le scelte, ma comune la visione di un museo che non deve mai essere né rischiare di diventare un semplice espositore: vincente si dimostra sempre il coraggio di osare, sia nella progettazione del proprio futuro – come sta facendo il museo ebraico di Berlino, non presente all’incontro, ma raccontato come esempio nel dossier Musei di Pagine Ebraiche attualmente in distribuzione che nella capacità di inventare mostre temporanee che affianchino le collezioni permanente e che portino, come sottolineato da Emile Schrijver, a identificare il museo come luogo in cui tornare, da non esaurire in una singola visita. E anche con questo ideale in mente proprio il museo di Amsterdam ha molto investito nella formazione delle guide perché sono loro il tramite che permette ai visitatori di rapportarsi con istituzioni che molto, moltissimo possono fare per offrirsi a tutti coloro che vogliono conoscere la multiforme realtà e storia ebraica, e devono avere ambasciatori preparati, e pronti a stimolare le domande e le curiosità di chi spontaneamente si avvicina. Rapportarsi al passato, raccontare la storia ebraica, presentare il presente, immaginare il futuro in mille modi diversi, come mille sono le diverse identità e storie ebraiche; inventare una maniera di comunicare e rappresentare vicende complesse, ricche di storia ma non riducibili alla Storia – e certamente non alla storia della Shoah, come sottolineato da tutti, irrinunciabile ma che non può essere l’unico nucleo su cui fondare la narrazione – non è certo facile. Simonetta Della Seta ha raccontato la complessità di un progetto che è per di più in via di realizzazione, aggiungendo al suo compito la difficoltà di rappresentare qualcosa che ancora non esiste, mostrando però allo stesso tempo come la capacità di accogliere, ascoltare, e invitare al confronto realtà così diverse come quelle presenti a Ferrara sia uno stimolo e la miglior premessa possibile per costruire un museo che andrà a inserirsi in una rete internazionale di istituzioni che, soprattutto, sono la dimostrazione che le differenze, le rispettive specificità sono dimostrazione della varietà irriducibile e della ricchezza della cultura e delle tradizioni dell’ebraismo. Che è vivo, e che oltre a raccontare il passato e immaginare il futuro è soprattutto capace di pensare al presente.
Ada Treves twitter @atrevesmoked
(5 settembre 2016)