Trump alla Casa Bianca,
per Israele “una svolta”
Come si caratterizzerà la politica estera del governo Trump? I quotidiani si interrogano oggi su questo e su molti altri temi di interesse globale. Per l’analista Mordechai Kedar, che interviene su La Stampa, la vittoria del candidato repubblicano segna “una svolta” nei rapporti con Israele. “Credo – riflette Kedar, per 25 anni nell’intelligence dello Stato ebraico – che Trump definirà Israele in termini adulatori come ‘il nostro migliore alleato’, e forse manterrà la sua promessa di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme. L’affinità mentale e ideologica tra Trump e Netanyahu produrrà un clima positivo che porterà i due a scambiarsi idee e cooperare. In questo modo Trump rimedierà alla situazione che ha gettato un’ombra sulle relazioni tra Israele e Usa negli ultimi otto anni di permanenza di Obama alla Casa Bianca”.
Trump però, aggiunge Kedar, potrebbe anche perdere la pazienza e dire a Netanyahu qualcosa come: “Mio caro amico, dopo 50 anni di occupazione, potresti gentilmente sederti a un tavolo con i tuoi vicini arabi e raggiungere un accordo. Hai sei mesi per farlo. Se non ci riesci, allo scadere di questi sei mesi sarò io a risolvere il problema, con i miei mezzi, e faresti meglio a non costringermi a farlo”.
Per Franco Venturini, sul Corriere, sono da aspettarsi “solidi legami con Israele” e “un probabile scontro con l’Iran”. Trump ha infatti annunciato che denuncerà l’intesa con Teheran raggiunta da Obama, “creando un contrasto con gli alleati atlantici e lasciando in teoria l’Iran libero di perseguire le sue ambizioni nucleari”.
Tra i consiglieri più stretti del neo presidente emerge tra le altre la figura di Jared Kushner, marito della figlia Ivanka. “Il giovane palazzinaro con un padre ingombrante (e con precedenti penali) nel quale Trump rivede se stesso” lo definisce, non certo molto positivamente, il Corriere. “Jared newyorchese di famiglia ebraica – si legge ancora, con un accostamento non proprio felice – che ha dato tre nipotini ebrei al presidente eletto con l’endorsement del Ku Klux Klan. ‘The Donald’ lo scorso aprile non poté presenziare al brit, la cerimonia religiosa di circoncisione, dell’ultimogenito Theodore: era impegnato a un comizio di ‘uomini bianchi arrabbiati'”.
Intervistato da Repubblica, il fondatore del Fronte Nazionale francese Jean Marie Le Pen afferma: “Questa valanga è cominciata con me. È tutto merito mio. Sono uno dei rari uomini politici in Occidente ad aver puntato su di lui. Ho capito subito che Trump aveva la stoffa, mi assomiglia anche un po’. Sembra un Le Pen americano”.
“La prossima sorpresa sarà l’elezione di Marine Le Pen?” viene chiesto al padre, da tempo escluso dalla vita e dalla gestione del partito. “Solo – sostiene – se sarà capace di imparare dalla lezione che viene dal voto Usa. Il trionfo di Trump è la dimostrazione che la svolta moderata decisa da Marine è una fregatura o, se vogliamo dirlo con eleganza, un pericoloso errore. Con la dédiabolisation, la normalizzazione del nostro partito, rischiamo di non essere più in sintonia con un’opinione pubblica che si sta sempre più radicalizzando”.
Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked
(10 novembre 2016)