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Qui Casale, l’incontro
“Aleppo, ecco cosa ho visto”

quirico 3Una città metodicamente distrutta, sei anni di guerra, centinaia di migliaia di morti. La voce di Domenico Quirico si alza di tono, si fa sempre più contrita nel suo incontro con la Comunità ebraica di Casale Monferrato, mentre racconta di Aleppo, la città siriana, a cui ha dedicato il suo ultimo libro presentato ieri.
Una partecipazione emotiva che non ti aspetteresti da chi dovrebbe essere avvezzo a raccontare ogni atrocità della guerra. “Giornalista di presenza” lo chiama Roberto Gabei, ripercorrendo con lui una biografia che potrebbe essere quella di un mercenario contemporaneo, se non fosse che è armato solo di parole: il Ruanda, la Libia (e il primo rapimento), l’avventura di prendere un barcone per l’Italia insieme ai migranti, il conflitto siriano (e il secondo rapimento).
Di certo Quirico non scrive di guerra nella camera di uno Sheraton a 100 chilometro dal fronte e di pallottole ne ha schivate in tante città del mondo, ma perché proprio Aleppo e non una delle altre decine di città che hanno preso fiamme nel medio Oriente contemporaneo?
“Non è stato uno assedio, con uno schieramento preciso, una linea del fronte – spiega il giornalista astigiano – Aleppo è stata come Grozny, come Mogadiscio. Ma era dai tempi del Ruanda che non vedevo una cosa simile. Aleppo era una città verticale, piena di grattacieli in stile sovietico. E stata spianata metodicamente, settore per settore, dai Mig e dall’artiglieria. Come Stalingrado, solo che a Stalingrado non c’erano 2 milioni di civili che si sono ritrovati per 6 anni in una guerra ininterrotta”.
“Guerra”, in bocca a Quirico la parola rimbomba per l’affollatissima sala Carmi. Si capisce che la sua missione è quella di provarla sulla sua pelle, perché anche noi possiamo sentirne almeno l’eco e odiarla quanto la deve odiare lui. E allora eccoci anche noi immersi nella “violenza assoluta” di Aleppo, dove gli abitanti hanno finito per trasformarsi fisicamente: camminano a carponi per tenersi più bassi del livello delle rovine, evitando cecchini e schegge, hanno sviluppato l’udito per percepire il sibilo degli obici e cercare riparo in pochi secondi. “Tutte queste cose le deve imparare già un bambino di 4 anni se vuole sperare di sopravvivere non un giorno, ma un’ora in più”.
La mattanza di Aleppo ha significato la nascita e la morte della resistenza al regime siriano, ma Quirico non entra nel merito della politica del conflitto, a lui interessa raccontare come la guerra si inserisca nel corpo sano di una società diventando quasi “un meccanismo automatico”, a cui tutti devono sottostare. E per farlo nel suo “Succede ad Aleppo” dà voce agli abitanti: a Saleh che vende l’automobile per comprarsi un mitra, a Nour che lascia i suoi figli per combattere, al padre che dopo aver perso suo figlio sceglie di schierarsi. Personaggi che hanno un’altra cosa in comune, oltre la loro città: non ci sono più, sono stati uccisi. “Dopo Aleppo non ho più paura di nulla” dice Quirico, ma si capisce che noi dovremmo avere sempre paura della guerra. Solo così eviteremo di farla.
II prossimo appuntamento alla Comunità ebraica di Casale è una speranza di pace universale: domenica 17 dicembre, a partire dalle 16, si celebra infatti per tutti la Chanukkah, la festa delle luci. Un’occasione in cui si ritrovano in vicolo Salomone Olper, non solo tantissimi Casalesi ma anche i rappresentanti di molte religioni, chiamati ad accendere insieme i lumi del candelabro ad otto braccia, diventato un simbolo di fratellanza per tutti.
A Casale la festa assume anche un significato artistico da quando la Comunità ospita sotto la Sinagoga “il Museo dei lumi” che oggi conta oltre 200 channukkiot (questo il nome dei candelabri) liberamente interpretati da artisti, molti di fama mondiale. Ogni anno prima delle preghiere si presentano le nuove acquisizioni e stavolta ne entreranno al museo ben 34, di queste 28 arriveranno da Mantova grazie ad un proficuo interscambio con il museo di Palazzo Ducale.

Alberto Angelino

(11 dicembre 2017)