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Ticketless – Tullia Zevi, un ricordo

cavaglionNel centenario della nascita vorrei contribuire anch’io al ricordo di Tullia Zevi. Sono frammenti marginali, i miei, soprattutto il ricordo di una sua telefonata, una mattina di maggio del 1998. Senza giri di parole mi invitava a partecipare alle celebrazioni per il 150.mo anniversario dello Statuto albertino. Mancava una decina di giorni all’evento promosso dall’allora Presidente della Camera Luciano Violante e doveva essere in lieve affanno. Altri più importanti di me dovevano averle detto all’ultimo di no. Il tono era tassativo: “Metta insieme le cose che ha già scritto, prenda un aereo e venga a Roma”. Era la prima volta che venivo chiamato a un incarico così importante. Sono cose che non si dimenticano. La relazione che scrissi (1848-1998. Il lungo cammino della Libertà. Centocinquantesimo anniversario del riconoscimento dei diritti civili e politici alle minoranze valdese ed ebraica, Roma, 9 giugno 1998, Camera dei Deputati, Ufficio pubblicazioni e informazioni parlamentari, Palazzo Montecitorio, 1998, pp. 35-52) contiene il succo di un discorso più ampio che sviluppai qualche anno dopo, in un saggio destinato a qualche polemica.
La memoria va alla conversazione che seguì l’incontro, quando a tavola mi trovai a discorrere con lei e con Mario Miegge intervenuto al convegno a nome della Tavola Valdese. Rividi in seguito Miegge più volte e sempre mi ripeteva di essere stato impressionato anche lui dalla passione con cui la Zevi quel giorno parlò di sé, della sua famiglia, della sua vita, delle sue scelte politiche. C’era in lei un distacco pieno di saggezza, una signorilità incantevole e indimenticabile. Altri tempi. Sollecitata dalle cose che aveva ascoltato la mattina, nelle relazioni dello stesso Miegge e di Gustavo Zagrebelski, si lasciò andare a qualche confidenza: i pensieri volavano in alto, agli anni sofferti della dittatura, dell’esilio, alla figura del padre, l’avvocato milanese Giuseppe Calabi, a Angelo Sraffa, padre dell’economista e antifascista Pietro, al loro modo antico di intendere l’ebraismo. Il discorso andò a concentrarsi sulla figura di suo padre, perché era stata punta nel vivo, quando, nella mia relazione, lo avevo evocato mettendolo accanto al padre di Sraffa, al giurista Ludovico Mortara, al musicista Castelnuovo Tedeschi, al direttore della Biblioteca Nazionale di Firenze Salomone Morpurgo, agli studiosi Dino Gentili o Antonello Gerbi, grandi vecchi cresciuti nel culto della libertà conquistata nel 1848. Vedendo quella libertà mortificata dalla legge sulle Comunità del 1930, essi avevano manifestato il loro dissenso. Non per opportunismo, ma per fedeltà alle speranze nate con lo Statuto. Forzando un po’ le cose nella mia relazione avevo paragonato quel rifiuto alla scelta dei pochi professori universitari che in quello stesso giro di mesi si rifiutavano di giurare fedeltà al Duce. Poiché nel mio intervento avevo sottolineato con qualche enfasi la natura vessatoria di una legge, tra l’altro da Mussolini non abrogata nel 1938, compresi che si rivolgeva esplicitamente a me, ma lo faceva con affettuosa simpatia, arrivando addirittura a chiedersi, al termine di quelle sue confidenze, che cosa suo padre avrebbe detto dell’Intesa firmata con l’on. Craxi. Aggiunse che in politica forzare le cose non è mai un bene, nella ricerca storiografica sì.
Nella mia scombinata carriera di studioso, la maggioranza dei maestri che ho incontrato sono stati insuperabili nell’arte della dissuasione. L’incoraggiamento ricevuto quel giorno da Tullia Zevi con il passare del tempo rafforza il senso della mia gratitudine.

Alberto Cavaglion