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Setirot – Casher e halal style

jesurumPeriodicamente accadono episodi – per lo più, in sé, abbastanza marginali – che ci mettono di fronte a ragionamenti e reazioni complessi, spesso divisivi. Come cittadini e come ebrei. Tutto ciò, a mio modesto avviso, poiché l’ideologia diciamo così politica in molti, purtroppo, fagocita il rispetto per la democrazia dei diritti e pure alcuni concetti sacri dell’ebraismo. Per dire, i giornali raccontano di una famiglia bengalese che chiede una mensa con carne halal e niente maiale per i loro figli in una scuola veneta ad altissima densità musulmana. Il finimondo. Sui social e sui media ri-soffia il vento delle false certezze, dell’arroganza, di qualcosa che si avvicina all’odio. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Il vasto mondo ammorbato dal razzismo e dalla xenofobia è lì, sempre pronto a infiammarsi. Basti la dichiarazione di Silvia Rizzotto, consigliera regionale e capogruppo della lista ZaiaPresidente. Sull’osservanza dei precetti islamici in materia di carne, dice: “È una metodologia barbara e primitiva, che non rientra e non rientrerà mai nelle nostre tradizioni culturali. Va messa al bando”. Le fa eco lo sproloquio dell’assessore regionale all’Istruzione, Elena Donazzan: “La scuola serve per favorire un’integrazione a 360 gradi. La vera integrazione però non è a senso unico, e la mensa scolastica fa parte del processo. È anch’essa una modalità didattica all’interno del più vasto programma ed è uno sforzo importante anche sotto l’aspetto dell’educazione e dell’integrazione. Richieste come quelle avanzate dai genitori bengalesi sono l’esatto contrario”.
Che si possa/debba discutere e interrogarsi sulla fattibilità del tutto è ovvio: sarebbe impossibile fornire servizi strettamente controllati sul territorio nazionale, e comunque in moltissimi plessi scolastici ci si sforza (credo per legge) di evitare il più possibile ciò che è proibito e di venire incontro alle esigenze delle famiglie. Si può ovviare con piatti vegetariani o proteine non derivate dalla carne eccetera. Insomma una sorta di halal non strictly, un halal style. Ma a qualche “fanatico” non basta, esattamente come ad altri “fanatici” la sola richiesta appare come una pericolosissima mossa della inarrestabile “invasione” in nome di Allah. Alla faccia dei prìncipi di rispetto che in una democrazia degna di questo nome vanno difesi e salvaguardati. Per tutti.
Dico questo senza voler polemizzare (davvero, non mi interessa, non ne vale la pena, e non lo farò) con i molti, troppi correligionari che hanno alzato barricate da tastiera contro la richiesta del padre bengalese. Invito semplicemente a sostituire la parola halal con casher, e casher style con halal style. Vorrei proprio vedere come reagirebbero i genitori dei bambini e dei ragazzi che non possono o non vogliono iscrivere i figli alle (pochissime) scuole ebraiche se alle loro mense fosse imposto cibo palesemente tarèf, impuro. Certo, lo so anch’io che il casher style è ben lontano dall’essere casher. Tuttavia non ho dubbi: preferisco mille volte un piatto, chessò, vegetariano alla imposizione di un panino con il prosciutto. Anche perché – lo ricordo agli smemorati/esagitati di complemento – è di pochi anni fa, ad esempio, lo stop in extremis in Regione Lombardia della crociata di chi (sempre gli stessi) aveva proposto di vietare le macellazioni rituali. Evviva evviva!, ci difendiamo dall’islam, però anche dall’ebraismo. Insomma, magari, prima di soddisfare il proprio obnubilato anti-islamismo ideologico, fermarsi a pensare due minuti non guasterebbe.

Stefano Jesurum, giornalista