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Donne d’Israele 2 – Gabriela Shalev In prima linea al Palazzo di vetro

E’ nonna di otto nipoti, e se fa tardi la sera al lavoro Uzi Levy, suo partner da venti anni, la aspetta alzato facendole trovare un pasto caldo pronto.
Anche la sera dell’ultimo dell’anno Uzi era lì ad aspettarla e hanno guardato insieme i fuochi d’artificio dalla finestra del loro appartamento non lontano da Times Square.
Sembrerebbe di descrivere la vita di una normalissima donna dei nostri tempi e non immagineresti mai che questi tratti corrispondano a Gabriela Shalev, primo ambasciatore donna israeliano inviato a rappresentare lo Stato d’Israele alle Nazioni Unite. Nata sessantasette anni fa a Tel Aviv durante il Mandato britannico, da famiglia di origine tedesca, Gabriela Shalev, si arruola nell’esercito israeliano nel 1959 uscendone nel 1961 con il grado di tenente. Studia e lavora per aiutare la famiglia, è commessa alla Corte Suprema di Giustizia di Israele, poi la assumono all’ufficio legale dell’Agenzia ebraica.
Fra il 1969 ed il 1973 consegue la laurea e il dottorato in Giurisprudenza alla Università ebraica di Gerusalemme, ma nello stesso anno la sua vita viene colpita da un fatto tragico: suo marito muore durante la Guerra del Kippur e la lascia da sola a crescere due figli.
Gabriela, non si perde d’animo. Esperta di contratti e di diritto comparato, scrive alcuni libri e centinaia di articoli, fino al 2002 insegna diritto alla Università ebraica di Gerusalemme e molte sono le sue collaborazioni con prestigiose università europee e del Nord America.
Nel 1989 conquista il Susman Law Prize, nel 1991 lo Zeltner Law Prize e nel 2003 il premio della Israeli Bar Association, l’associazione che in Israele assicura lo standard e l’integrità della professione legale.
Solo sei mesi fa il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni le offre l’incarico di ambasciatore alle Nazioni Unite, al posto di Dan Gillerman con il quale si era interrotto un rapporto di fiducia.
“Sono stata veramente sorpresa dell’offerta ricevuta dalla Livni, ricorda la Shalev in un’intervista rilasciata al quotidiano Haaretz, mi hanno dato solo 24 ore per decidere. Ne ho parlato con Uzi e con i ragazzi, ma soprattutto ho ascoltato la mia voce interiore. Dicevo a me stessa che non potevo perdere l’occasione di servire il Paese, sentivo che la vita mi aveva dato molte opportunità e le avevo sempre colte tutte cercando di fare del mio meglio. Questo in fondo era quello che avevo sempre raccomandato ai miei bambini: fai del tuo meglio”.
Forse per non deludere le aspettative dei suoi cari, o per onorare il ricordo dei suoi nonni materni barbaramente trucidati ad Auschwitz, o per lo spirito di avventura ed il coraggio ereditato dai nonni paterni che molti anni prima avevano lasciato la loro tranquilla e confortevole vita a Berlino per trasferirsi in Palestina, fatto sta che Gabriela accetta la sfida e decide di trasferirsi, ma non è ancora atterrata a New York che le piovono addosso le prime critiche: alcuni ritengono che non abbia l’esperienza necessaria in ambito diplomatico e che le sia stato affidato l’incarico solo grazie ai suoi buoni rapporti con la Livni, altri la accusano di avere orientamenti politici di sinistra e di essere membro di B’Tselem una organizzazione israeliana non governativa che si riferisce a sé stessa come “Il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati”.
Questa seconda accusa le piove addosso come un insulto dal momento che proprio per la sua posizione in ambito giuridico, non ha mai aderito ad un partito né espresso le sue opinioni politiche “sono l’emissario dello Stato d’Israele, non di un partito” risponde a chi le fa questa domanda per metterla in difficoltà.
Ma non c’è tempo da perdere in chiacchiere, Gabriela si mette subito al lavoro, fa tesoro dell’esperienza del suo predecessore, ma è consapevole del fatto che ciascuno attribuisce un valore aggiunto a questo ruolo, un ruolo delicato per le posizioni spesso ostili a Israele espresse dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Nelle settimane che seguono alla sua nomina, Gabriela, non ha un attimo per riposare, per leggere un buon libro, per ascoltare la musica, per guardarsi intorno “mi sono sentita come quando ero bambina ed a quattro anni i miei genitori mi gettarono nell’acqua per insegnarmi a nuotare” ricorda in un’intervista, ma solo due mesi dopo il Palazzo di vetro le è familiare come la sua casa.
A fianco al lavoro alacremente svolto con passione e determinazione, Gabriela cerca di instaurare buoni rapporti con tutti i suoi colleghi ambasciatori ma si rende conto che anche se tutti formalmente gentili parlano due linguaggi differenti, uno nei discorsi pubblici spesso ostili ad Israele ed uno amichevole nei colloqui privati. Rimane profondamente colpita il giorno in cui il pubblico presente in sala applaude il discorso contro lo Stato d’Israele pronunciato dal presidente iraniano Ajmadinejad e il presidente dell’Assemblea Miguel d’Escoto Brockmann corre ad abbracciarlo.
Dall’inizio dell’operazione Piombo fuso il 27 dicembre scorso Gabriela Shalev ha rilasciato decine di interviste sostenendo che Hamas e l’Iran non sono soltanto nemici israeliani, ma di tutto il mondo occidentale e ha ringraziato la Casa Bianca e la Comunità ebraica americana per il sostegno allo Stato di Israele e se all’inizio alcuni avevano dei dubbi sulla sua esperienza in ambito diplomatico ha dimostrato in poco tempo di saper parlare di diritti e di giustizia e, quel che è più importante, di saperli far valere.
Sono ore difficili per Gabriela Shalev, importanti, decisive. Dalle sue capacità, dal suo saper mantenere il sangue freddo e far valere le ragioni del popolo ebraico, dipende una parte del futuro dello Stato di Israele.
“Faccio solo il mio lavoro, non mi lamento. E’ un grande onore rappresentare Israele in questo momento” afferma in questi giorni, confessando di sentire la mancanza della sua famiglia e dei suoi studenti. Ma in questo momento così teso, così difficile, continua a ripetere di non essere mai sola. Attorno a lei ci sono tutti coloro che credono nella democrazia e nel progresso in Medio Oriente. Dietro la sua scrivania, al Palazzo di vetro, i ritratti dei suoi cari, suo marito, che per difendere l’indipendenza di Israele non ha fatto ritorno a casa, e i suoi nonni che le hanno trasmesso la forza, la tenacia il senso di giustizia e la sicurezza che la rendono la donna speciale che ora tutti conoscono.
Lucilla Efrati

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