Il giornalismo non denuncia ma mostra e rende palese
Una breve nota di Anna Foa pubblicata da Moked qualche giorno fa, come sempre molto acuta e problematica, mi sollecita una riflessione da semiologo. Foa riferiva di una “aspra” discussione fra André Gluksmann e Gideon Levy, il capofila degli editorialisti “scomodi” di Haartez, in cui “Lévy sosteneva che di fronte a eventuali atti ingiusti o illegittimi dell’esercito israeliano, si sentiva moto più coinvolto e spinto alla denuncia che se a commettere ingiustizia fossero stati degli altri”. Il problema del semiologo è questo: in che senso il giornalismo può “denunciare”? certo non si tratta qui di “dichiarare, portare a conoscenza dell’autorità competente”, primo significato elencato dai dizionari; semmai “estensivamente: mostrare, palesare”, secondo significato ammesso. Il problema è che Levy non fa il giornalista di inchiesta, né l’inviato sul campo come la sua compagna di giornale e di battaglie Amira Hass. Levy è un editorialista che condanna Israele per principio. Era sbagliata per lui la guerra del Libano, ma anche l’operazione a Gaza (anzi sono la stessa cosa; sbagliato un governo delle destre, ma sbagliato per le sinistre unirvisi e sbagliatissimo il risultato delle elezioni. Prendiamo un articolo di un mese fa, che ha avuto grande rilievo nei blog anti-israeliani anche in Italia.
Scrive Levy: “Cos’è il sionismo oggigiorno? Un concetto arcaico e datato nato in una realtà differente, un’idea vaga e illusoria che stabilisce la differenza tra lecito e proibito. Significa, sionismo, colonizzazione dei territori? Occupazione? Legittimazione di ogni atto violento ed ingiusto? La sinistra ha balbettato. Ogni affermazione critica verso il sionismo, perfino il sionismo dell’occupazione, è stata considerata un tabù che la sinistra non ha osato rompere.” […] Chiunque voglia una sinistra importante, deve prima riporre il sionismo in soffitta. Fino a quando non ci sarà un movimento che, all’interno del mainstream, abbia il coraggio di ridefinire il sionismo, non ci sarà mai una sinistra che conti. […] Si deve rompere con questo tabù. Non dichiararsi sionisti, secondo i canoni comunemente accettati oggi, è lecito. È lecito credere nel diritto degli ebrei ad avere uno stato ma al contempo dichiararsi contrari al sionismo che prende parte all’occupazione. È lecito ritenere che ciò che accadde nel 1948 dovrebbe essere ridiscusso a livello politico, chiedere scusa per le ingiustizie e riabilitare le vittime. […]Se volete, questo è sionismo, o se preferite, anti-sionismo. In ogni caso, per tutti coloro che non desiderano veder Israele cadere vittima delle follie della destra per molti altri anni a venire, tutto questo è lecito. Chiunque voglia una sinistra israeliana deve dire basta al sionismo, quel sionismo di cui oggi la destra ha pienamente il controllo.”
E’ denuncia, questa? motivata da uno speciale senso di giustizia? E’ “provocazione”, come scrivono altri? Non direi. E’ pura faziosità politica, incapacità di riconoscersi in un destino comune. Evidente vocazione a fare la mosca cocchiera della società israeliana. Per provarlo mi permetto di sottoporvi un’altra citazione un po’ lunga, tratta però dalla penna di un grande scrittore come A.B.Yehoshuah, tratta da un intervento che a me sembra importantissimo (La stampa del 24.3):
“Ritengo che il drammatico voltafaccia degli elettori della sinistra sia probabilmente di origine emotiva. Senza rinunciare alle speranze di pace, molti di loro hanno espresso in questo modo la disapprovazione verso il tono cinico, lamentoso e ferocemente critico nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni recentemente adottato da portavoce e giornalisti della sinistra (soprattutto da quelli di Haaretz, il più importante quotidiano di sinistra di Israele). Durante l’ultima operazione a Gaza molti di loro non hanno esitato a bollare i loro connazionali come «criminali di guerra» e ad accogliere le posizioni dei palestinesi senza muovere alcuna critica verso le loro aggressioni. Nell’opinione pubblica si è diffusa la sensazione che tali personaggi avessero perso il naturale senso di solidarietà col loro popolo e soprattutto con gli abitanti del Sud di Israele, bersagliati dal fuoco di Hamas dalla striscia di Gaza. Talvolta sembrava che i loro attacchi velenosi non fossero rivolti a questa o quella decisione del governo ma si unissero alle critiche della sinistra mondiale verso la legittimità stessa di Israele. La negazione dell’ideale di uno Stato ebraica è infatti comune a circoli religiosi ultraortodossi e alla sinistra antisionista. Le fasce più deboli della società israeliana hanno spesso criticato la sinistra nei seguenti termini: voi vi preoccupate più degli arabi che di noi. Tali critiche sono state puntualmente respinte. Per la prima volta per ho la sensazione che alcuni miei vecchi amici, accantonato l’impegno della lotta ideologica a favore di «due stati per due popoli», principio ormai generalmente accolto, mantengano una carica di energia polemica non ben finalizzata e abbiano cominciato a lanciare fuoco e fiamme contro le fondamenta stesse dello Stato”
La crisi della sinistra israeliana non deriva dal fatto di essere stata troppo accondiscendente (se i laburisti al governo sono passati in quindici anni da 44 a 13 seggi della Knesset, Meretz all’opposizione è sceso da 14 a 3 e non si sono affermati nuovi partiti alla loro sinistra). Essa nasce probabilmente al contrario dal sospetto che personaggi come Gideon Levy possa influire sulle loro scelte. Un po’ come è successo da noi: l’appoggio dei “grandi giornalisti” che denunciano lo scandalo dei tempi e tuonano contro il popolo bue non ha certo aiutato il partito democratico, semmai ha portato voti a Berlusconi.
E’ particolarmente interessante (anche pensando a chi fa discorsi del genere in Italia) il paragone di Yehoshuah fra i personaggi alla Gideon Levy e i religiosi antisionisti alla Naturei Karta (quella minisetta ultrareligiosa i cui capi sono andati a rendere omaggio ad Ahmadinedjad, portando sul risvolto delle loro palandrane nere dei distintivi con la bandiera palestinese. La ragione del loro antisionismo, e di quello più serio di molti altri haredi (ricordiamo che il Rebbe di Lubavitch non ha mai voluto mettere piede in Israele né riconoscere esplicitamente l’esistenza dello stato ebraico), ha proprio a che fare con l’ “ingiustizia” richiamata nel dibattito da cui siamo partiti. Ben Gurion sapeva che per sopravvivere Israele doveva diventare uno Stato come gli altri, fare politica, esercitare la forza contro i suoi nemici, scegliere le alleanze possibili, anche se scomode. Per questo auspicava che Israele diventasse “uno stato normale con ladri e puttane”, secondo un’espressione celebre; e certamente questo desiderio è stato realizzato. Lo sanno anche i religiosi antisionisti, che proprio per questo pensano che Israele come Stato normale non andava proprio fondato e che solo l’arrivo del Mashiach avrebbe potuto evitare il livello di ragionevole ingiustizia che tiene sempre assieme uno Stato. Non accettarlo “denunciare l’ingiustizia” nostra più di quella altrui, volere “uno Stato etico” (terribile espressione che dovrebbe mettere in sospetto già da sola) vuol dire in sostanza lavorare per la distruzione di Israele. Non per cattiveria, ma per eccesso di idealismo.
Tornando al nostro discorso sul giornalismo, bisogna distinguere i crionisti veri dai propagandisti che accreditano qualunque cosa faccia loro comodo contro Israele (come si è visto nella campagna di Haaretz fondata sulle “rivelazioni” di Zamir). Se i cronisti fanno il loro lavoro di inchiesta e trovano cose da denunciare, che le denuncino: le “riferiscano all’autorità competente” secondo l’espressione del dizionario: troveranno un sistema legale capace di far dimettere in tre anni un presidente della repubblica (Katsav) e un primo ministro (Olmert), e in procinto di prendere una decisione su Liberman, che può essere molto più influente delle malignità politiche (naturalmente Levy è il primo a sostenere che Liberman sia “fascista”). Ma se non hanno nulla di concreto da denunciare, declamano, come fa Levy e in generale Haaretz. Vorrebbero un’altra politica, un’altra Kneset, altri parlamentari e ministri. Nell’attesa, dato che se li è scelti l’elettorato, fanno come quel comitato centrale del partito comunista della Germania Est preso in giro da una poesia di Brecht, che, avendo il popolo espresso sfiducia nei confronti del governo, dichiararono sciolto… il popolo.
Ugo Volli, semiologo