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sacrilegio…

Ha fatto molto bene Alberto Cavaglion a segnalare la stranezza dell’uso della frase di Hillel (“Se non ora, quando?”) che è stata “scomodata” come slogan per la manifestazione di domenica prossima contro il capo di governo. Ma non condivido la sua denuncia di “sacrilegio” o di basso sfruttamento del titolo di un libro di Primo Levi. Perché già in questo libro di Levi il paradosso è grande; l’autore, che era molto critico della politica militare del governo israeliano e dubbioso sulla saggezza talmudica (ne ho le prove), scriveva un libro che è un inno alla vendetta ebraica, con un titolo preso dalla Mishnà; e la sinistra anche radicalmente israeliana faceva e fa di quest’opera un cult. Posso citare un altro esempio dell’uso strano della frase. Dopo la morte di Emilio Sereni (Mimmo, il fratello di Enzo), l’Unità pubblicò un suo scritto autobiografico in cui raccontava come decise di diventare un militante comunista; guarda caso il titolo era “Se non ora, quando?” Sereni citava la frase per dire che per prendere la sua decisione aveva usato le sollecitazioni che gli venivano da precedenti esperienze culturali. Che queste esperienze fossero state il sionismo e l’osservanza religiosa però non lo diceva. Insomma: una continua mediazione da tempi remoti fino ad oggi ha trasportato nella cultura generale parole, concetti e istituzioni ebraiche (si pensi al Sabato, ai nomi di persona, all’arcobaleno e al ramoscello d’ulivo ecc.), molto spesso stravolgendone il senso originario (ammesso che esita un solo senso originario). Quello che dobbiamo fare non è tanto denunciare il sacrilegio, ma piuttosto non dimenticarci dell’origine ebraica di certe cose, rivendicarne – spiritualmente – il copyright e spiegare la differenza. Se non ora, quando? .

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma