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Il miracolo di Grossman

C’è qualcosa di straordinario nel modo in cui i lettori italiani accolgono David Grossman. Non solo per l’affetto e il calore che lo circondano, ma anche perché almeno di fronte a lui si lasciano da parte una volta tanto le discussioni, i litigi e le polemiche sulla politica mediorientale e si parla dei suoi libri. Pare quasi che i lettori si dimentichino che è israeliano e vedano in lui semplicemente un grande scrittore. Mi ha colpito per esempio una classe di miei allievi: di fronte alla proposta (venuta da loro) di leggere tutti insieme un libro di Grossman abbiamo dovuto risalire a Ci sono bambini a zigzag del’94 perché molti di loro avevano già letto tutti i più recenti, e nella discussione che ne è seguita non si è sentito nessuno dei commenti un po’ malevoli verso Israele che pure erano venuti fuori ampiamente nel contesto non meno inopportuno della Giornata della Memoria. Ancora più straordinaria è stata ieri sera al Circolo dei lettori di Torino la presentazione del suo ultimo libro, Caduto fuori dal tempo. In un momento così difficile per Israele, in cui, tanto per cambiare, nessuno risparmia critiche feroci, confesso di aver temuto che la presentazione di Grossman sarebbe stata contestata o almeno trasformata in una discussione politica. Invece per fortuna non è accaduto nulla di tutto questo. Forse anche perché la grande affluenza di pubblico (più di un’ora di coda non bastava a garantire l’ingresso nella sala principale) ha selezionato i lettori più affezionati e tenuto fuori eventuali partecipanti occasionali pronti ad attaccar briga. Forse in parte anche per rispetto verso la terribile esperienza della perdita di un figlio vissuta dallo scrittore, e forse anche perché il libro parla proprio di quello. Ma c’è di più: con i miei allievi – e ancora di più ieri sera – ho avuto l’impressione che a Grossman sia riconosciuta una grandezza che va al di là di ogni identità e appartenenza specifica, una capacità, propria dei grandi scrittori, di parlare a tutti in ogni luogo e in tutte le epoche (del resto lo scrittore stesso ha presentato come uno dei vantaggi del proprio mestiere la possibilità di immedesimarsi in personaggi diversi con diverse identità). Una capacità che si è percepita in modo evidente dal silenzio assoluto, quasi palpabile, che ha accompagnato la lettura da parte di due attori delle pagine iniziali, bellissime e terribili. Anche una pagina in ebraico letta da Grossman stesso è stata accolta in un silenzio religioso, come se quelle parole, pur incomprensibili per quasi tutti, avessero in sé una forza misteriosa. Proprio da una parola ebraica è partita la presentazione: “shakul”, che indica chi ha perso un figlio, parola inesistente in molte lingue (tra cui la nostra); forse – dice Grossman – non è stata coniata perché si pensa che sia troppo terribile. Il tema delle parole è tornato più volte: per l’autore la stesura del libro, trovare le parole, è un modo per togliere lo straniamento tra lui e ciò che è successo, per autodeterminarsi, per rendersi conto che c’è uno spazio di manovra. Tra le altre cose, a proposito di identità, lo scrittore ha messo in guardia dal il rischio di autodefinirsi sempre in relazione a qualcun altro (così la frase è stata tradotta, ma in inglese suona contro qualcun altro, che è ancora più forte); un monito che merita di essere tenuto presente in molti contesti.

Anna Segre, insegnante