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DafDaf, Giardino e La quinta verità

Dopo alcuni giorni in cui Bologna si è man mano riempita di gente grazie al programma di “Aspettando Bilbolbul” finalmente è arrivata la grande giornata di apertura del programma ufficiale, con gli eventi principali del grande festival internazionale del fumetto.
Nonostante il tempo, che sicuramente non invogliava a passeggiare per la città nonostante l’abbondanza dei portici, mai amati come in questa fredda giornata di pioggia mista a neve, sono state numerosissime le persone accorse: in mattinata la premiazione di due concorsi – Un fuoco dentro e Noi e gli altri – e all’inizio del pomeriggio uno dei due eventi clou di tutto il festival: l’incontro con Vittorio Giardino, finalmente protagonista di una grande mostra nella sua città. La grande aula universitaria era già piena prima dell’inizio, e al suo arrivo il protagonista – un inedito Vittorio Giardino in giacca e cravatta – è stato accolto con un grande applauso e subito messo davanti a un fuoco di fila di domande da Emilio Varrà, uno dei fondatori di Hamelin, l’associazione culturale artefice, tra altre cose, di Bilbolbul.
E la prima confessione dell’autore è quella di non essersi in realtà reso conto di quanto grande fosse il rischio, quando ha deciso di abbandonare la professione sicura (Giardino ha lavorato per una decina d’anni come ingegnere elettronico) per dedicarsi interamente ai fumetti: “E’ stata una totale follia, non avevo idea delle probabilità che avevo contro”. Ma lavorare di giorno e disegnare di sera non era una scelta sostenibile, fare fumetti è una cosa impegnativa, seria, e non bastano i ritagli di tempo. Sicuramente non possono bastare a un autore come Giardino (nell’immagine a fianco), che ha proseguito spiegando come il suo modo di raccontare disegnando sia una scelta precisa: parole e disegni non solo devono convivere, ma sono simbiotici, al punto che i disegni da soli, o le parole da sole, non hanno – e non devono avere – la capacità di far comprendere una storia. Perché tutto è importante, i minimi dettagli delle tavole sono studiati, con quella che lui stesso definisce “l’ossessione Giardino”. Dopo un appassionato racconto di quali siano i suoi riferimenti, che spaziano dai grandi autori greci – in primis Omero, la cui antiretorica lo ha portato a ragionare sulla necessità di raccontare le cose onestamente, senza farsi trascinare in convenzioni letterarie che possano sfociare in luoghi comuni – a Carl Barks, inventore di Paperone e autore e disegnatore delle più belle storie della saga dei paperi, il grande autore bolognese rallenta il ritmo e sembra abbassare il tono, quasi a cercare una verità ancora più profonda. Le sue parole si accompagnano a uno sguardo differente, in cui il guizzo ironico sempre presente sembra messo da parte: “La storia, nei miei fumetti è protagonista rispetto ai personaggi. Le avventure che racconto sono sempre storicamente molto determinate, si svolgono in periodi storici complessi, di transizione. Per questo il qui e ora è determinante, e non è un caso che molti dei miei protagonisti siano ebrei, perché gli ebrei erano, in quei contesti storici, straordinariamente sotto pressione.” E in una delle divagazioni che si è concesso durante le oltre due ore in cui si è generosamente raccontato, Giardino ha anche messo in guardia i tantissimi ragazzi presenti dalla tentazione di individuare in una persona o in un personaggio storico il male assoluto: “Si tratta di un sistema semplice per liquidare le cose difficili o scomode, meglio analizzare, capire le ragioni in lotta. Se voglio combattere un nemico devo capire bene chi è”
E la cura dei dettagli è protagonista di una bellissima carrellata di immagini, mostrate sul grande schermo dell’aula universitaria, in cui il racconto di come abbia cercato riferimenti iconografici precisi è anche diventato l’occasione per ragionare sull’importanze della precisione, su come a volte uno decida di “fare sul serio”, per il semplice piacere di andare a fondo delle cose, non perché sia necessario ma per una personale valutazione di cose sia giusto e rispettoso dei lettori, altro tasto su cui Giardino è evidentemente molto sensibile.
Una sensibilità a tutto campo, mostrata anche nella sua volontà e curiosità di incontrare le persone, di dedicare loro tempo per parlarsi, e ascoltare, molto evidente quando nonostante il programma fittissimo della giornata, si è preso il tempo di partecipare all’inaugurazione della mostra di DafDaf, che dopo l’incontro dei giorni scorsi apriva ufficialmente le porte proprio nella giornata di apertura di Bilbolbul, con un incontro dedicato al rapporto fra illustrazione, fumetto e cultura ebraica, intitolato Comics & Jews, come il dossier che ogni anno la redazione di Pagine Ebraiche dedica a questo mondo.
Dopo una visita guidata alla mostra degli illustratori di DafDaf il pubblico presente è stato introdotto dal professor Franco Bonilauri, direttore del Museo Ebraico di Bologna che ospita la mostra, al tema dell’incontro, su cui si sono confrontati, oltre Vittorio Giardino, il direttore di Pagine Ebraiche Guido Vitale, il disegnatore e Giorgio Albertini, illustratore e docente di Storia del fumetto e Ada Treves, responsabile di DafDaf e curatrice della mostra. Soffermarsi sulla storia della stampa ebraica in Italia è stato così anche un modo per ragionare su come anche esperienze piccole, come quella di un giornale ebraico per i bambini destinato a un pubblico minuscolo nei numeri, possano essere una grande lezione di coesistenza, di integrazione senza dispersione; anche attraverso il modo in cui vengono recepite, accettate e garantite le minoranze si misura la democrazia di un paese. E il rapporto fra i disegnatori noti che hanno regalato le loro opere a DafDaf e i giovanissimi che ogni mese permettono di fare un giornale sempre più ricco promette di stringersi ancora di più, e camminando insieme verso l’inaugurazione della grande mostra dedicata all’opera di Vittorio Giardino non sono mancate le idee, grazie anche all’attenzione con cui il grande disegnatore, autore anche della copertina dell’ultimo numero di DafDaf, ha voluto conoscere e ascoltare le storie di Katia Ranalli e Sonia Biscella, autrici di numerose illustrazioni per il giornale ebraico dei bambini.
Al Museo archeologico di Bologna la folla era quella delle grandi occasioni, in attesa di aprire – seppure nel modo informale che contraddistingue le inaugurazioni di Bilbolbul – La quinta verità, mostra che l’autore pur evidentemente commosso ha commentato dicendo, in un lampo ironico “A me è andata meglio di altri: poteva capitare come a miei illustri colleghi, come Magnus. Almeno io sono ancora vivo. Sono molto contento”.
E alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni locali – oltre all’assessore alla cultura Alberto Ronchi anche il sindaco di Bologna, i rappresentanti di Provincia e Regione non hanno voluto mancare l’occasione – finalmente le porte delle sale sono state aperte e la grande folla convenuta ha potuto vedere le 250 tavole scelte per la mostra: i curatori hanno voluto inserire le produzioni più drammatiche, il noir di Sam Pezzo, o quelle legate alla grande storia, il nazismo, lo stalinismo o la guerra civile spagnola. Sono stati esclusi i fumetti più leggeri, a cui pure l’autore è molto legato. Non mancano anche gli inediti e una sezione a cui Vittorio Giardino tiene molto: i manifesti realizzati per sostenere campagne o iniziative locali. Sono esposte anche le tantissime edizioni straniere, più di 150, che mostrano come l’autore sia apprezzatissimo anche all’estero. Mentre invece, purtroppo, le edizioni italiane sono ormai difficili, se non impossibili da trovare. Ma il terzo e ultimo volume delle avventure di Jonas Fink sta nascendo, giorno dopo giorno, e chissà che in concomitanza con la conclusione della sua avventura non si decida di ripubblicare almeno qualcuna delle avventure di Maximilien David Fridman, quel Max Fridman alter ego del suo autore.