Nugae – Robert Doisneau

L’espressione soddisfatta di una turista con un buffo cappellino di fronte alla Gioconda, l’impeccabile Coco Chanel riflessa nell’intima maestosità dei suoi specchi e il sorriso contagioso di Yves Saint Laurent che veste la ballerina Zizi Jeanmarie, una sedia in equilibrio su un mento che intrattiene a tarda notte i frequentatori di un locale della periferia parigina, Robert Queneau che per farsi ritrarre sceglie apposta una strada anonima. È fatto di tutti questi aspetti diversi il “mondo dove avrei trovato la tenerezza che mi auguravo di ricevere”, quello di Robert Doisneau, meraviglioso fotografo, ma pure un po’ filosofo, della Parigi del dopoguerra. I suoi rullini sono il risultato allo stato solido di una dedizione istintiva che l’ha sospinto incessantemente, a ogni ora del giorno e della notte, in ogni zona della città, per ricercare l’arte nella vita dei suoi abitanti, illustrissimi sconosciuti o amici intellettuali. Talvolta esplodeva in un bacio in una piazza affollata, altre volte invece bisognava scovarla in un solitario pattinatore su rotelle in giacca e cravatta. La sua macchina fotografica è stata anche lo strumento di un lavoro privo di stimoli, quello per le pagine luccicanti di Vogue, e della sua passione politica, che negli anni della guerra l’ha spinto nella Resistenza a produrre documenti falsi per gli ebrei in fuga. Ma la vera compagna della vita di Doisneau, l’unica senza cui non ci sarebbe nessuno scatto ispirato, è stata lei, Parigi, e gli anni ’50 le donano ancora più fascino. Parigi con i suoi mercati esplosivi, i suoi viali alberati popolati di cani al guinzaglio, i suoi simboli irrinunciabili: “Salire sulla Tour Eiffel permette di scoprire un immenso panorama parigino – che però appare irriconoscibile, poiché manca l’indispensabile silhouette della Tour Eiffel”. E così basta ritagliarsi finalmente un pomeriggio di fresca solitudine per non perdere quella mostra che è lì da mesi, ma accidenti non c’è mai tempo (o forse non lo si cerca abbastanza?), e immergersi in un mondo di poesia in bianco e nero: “Ci sono dei giorni in cui si sente semplicemente di vivere come in una vera felicità. Ci si sente così ricchi che viene voglia di condividere con gli altri una gioia tanto grande. Il ricordo di questi momenti è ciò che possiedo di più prezioso. Forse a causa della loro rarità. Un centesimo di secondo qui, un centesimo di secondo là, messi vicini, non compongono mai altro che uno, due, tre secondi sottratti di nascosto all’eternità”.

Francesca Matalon, studentessa di lettere antiche twitter @MatalonF

(5 maggio 2013)