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Qui Roma – Quando l’Italia diventò razzista

Roberto Olla, Amedeo Osti Guerrazzi, Mario Avagliano e Marco Palmieri Il re è nudo, viva il re. Come nella favola di Andersen, in Italia c’è un tema su cui a lungo gli occhi sono rimasti chiusi o lo sguardo è stato distolto: le responsabilità italiane nella Shoah e nella politica antisemita dello scorso secolo. Italiani brava gente, racconta la vulgata. Le leggi razziste del 1938 da noi in fondo furono applicate all’acqua di rose. Insomma, un’amnistia generalizzata delle proprie responsabilità di fronte alla storia. “Di pura razza italiana -La reazione degli italiani «ariani» ai provvedimenti contro gli ebrei (1938-1943)” di Mario Avagliano e Marco Palmieri, libro edito da Baldini e Castoldi presentato ieri a Roma, decostruisce il pensiero diffuso dell’innocenza italiana nella persecuzione antiebraica. “Dal nostro lavoro è venuta fuori un’Italia piccola, in cui sciacallaggi, delazioni, campagne antisemite, indifferenza erano regola più che eccezione”. Il re è nudo, gridava sbigottito il bambino di Andersen, risvegliando i suoi concittadini dall’ipocrisia. Il re è nudo denunciano oggi Avagliano e Palmieri. Attraverso una approfondita ricerca d’archivio lungo tutta la penisola, gli autori, come sottolinea il giornalista del Corriere della Sera Aldo Cazzullo, “smascherano la falsa vulgata sul fascismo buono, sulla dittatura da operetta e il Mussolini bravo fino all’errore dell’alleanza con i nazisti”. A riflettere sullo squarcio che questo libro apre sull’autoassoluzione collettiva verificatasi nel nostro paese, con gli autori e Cazzullo, il giornalista Roberto Olla e lo storico Amedeo Osti Guerrazzi. In apertura l’intervento del presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici che ha chiesto da parte delle istituzioni una presa di coscienza forte, “l’Italia non ha mai chiesto scusa agli ebrei. In Germania e in Francia è stato fatto. E’ il momento che anche il nostro paese faccia questo passo”. Un Italia che nel 1938 rimase inerte e passiva davanti all’introduzione delle leggi razziste. “Alla Camera fu approvato per acclamazione – ha ricordato Pacifici – mentre al Senato di fatto nessuno si oppose”. Nel silenzio generale l’Italia tradiva la minoranza ebraica. E non fu un atteggiamento semplicemente passivo: ci fu, come racconta Di pura razza italiana, chi con zelo mise in pratica la normativa antiebraica, persino prima che fosse pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 19 novembre di 75anni fa. Aziende che licenziavano dipendenti, maestre che cacciavano bambini dalla classe, sciacalli che depredavano negozi, delatori che denunciavano vicini o concorrenti, il tutto davanti a un esercito di indifferenti. “Una galleria degli orrori dimenticata – nella definizione di Osti Guerrazzi – L’Italia ha accettato le leggi razziste ma non ha mai accettato di essere razzista. Commercianti, burocrati, pseudoscienziati e intellettuali si prestarono alla campagna antisemita, chi motivato dall’ideologia chi per far carriera”. Attraverso le relazioni dei fiduciari della polizia politica e del Minculpop, delle spie dell’Ovra, dei prefetti e dei funzionari del Pnf, due anni di ricerca nelle sezioni dell’Archivio di Stato, Avagliano e Palmieri ricostruiscono un volto diverso dell’Italia di allora: un paese meno innocente da quanto si professerà poi nel dopoguerra, colluso, responsabile o comunque sordo alla sofferenza dei concittadini ebrei. Ci furono delle eccezioni ed è giusto ricordarle ma furono appunto eccezioni. Invece si impose il filone di pensiero, sposato dallo storico Renzo De Felice, di “italiani brava gente”; che il popolo in fondo non ebbe nessun ruolo nella Shoah, di cui furono unici responsabili i nazisti.
Con la caduta del fascismo non si ebbe la presa di coscienza e l’analisi che in Germania ha portato alla piena consapevolezza delle proprie responsabilità. Nella sintesi di Olla, gli italiani che non furono antifascisti si identificarono nei “non antifascisti”: una terza via per evitare di confrontarsi con il passato. Su questa ambiguità rimasta in piedi per decenni, si inserisce l’opera che, sottolinea Avagliano, è nata dall’impulso di Michele Sarfatti, tra i massimi studiosi del tema della persecuzione. “E’ stato lui a proporci di analizzare le reazioni dell’opinione
pubblica non ebraica”. E così è venuto fuori un lavoro che desta grande impressione e indignazione. “Leggendo il libro emerge forte il senso di indignazione degli autori per il materiale, i documenti, le testimonianze recuperate – ha affermato Olla – Un’indignazione più che condivisibile”.
“E’ importante abbattere il muro di silenzio che circonda il periodo storico che abbiamo preso in considerazione – ha affermato Marco Palmieri nell’arco della presentazione – e per questo è importante divulgare nelle scuole e tra gli studenti testi e fonti che aiutino i giovani ad avere gli strumenti critici per analizzare il passato. A maggior ragione di fronte alla proliferazione su internet di materiali senza alcun fondamento storico. C’è già stato un vuoto di memoria e ora dobbiamo colmarlo prima che il tempo si dilati ancora”.

Daniel Reichel

(21 novembre 2013)