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Periscopio – Shoah

lucreziNell’approssimarsi delle manifestazioni per il Giorno della Memoria, mi permetto di ribadire un concetto che ho già avuto modo di comunicare, su queste stesse colonne, e che mi pare importante, ossia la convinzione che ci sono due modi, opposti ma ugualmente nocivi, di distorcere la lezione della Shoah: il primo è quello di negarne l’unicità, appaiandola alle diverse altre forme di sterminio che sono o sarebbero avvenute nelle varie epoche, inserendola in uno qualunque dei tanti scaffali della nutrita libreria del male; il secondo è quello di trasformarne l’unicità in una sorta di astoricità, non collegando adeguatamente ciò che è accaduto con quanto registrato nei secoli precedenti e nei decenni successivi.
Alcuni protestano quando qualcuno fa dei paragoni tra ciò che è successo in Europa negli anni ’40 e ciò che molti, in altre parti del mondo, auspicano che accada di nuovo agli ebrei. Spesso queste proteste sono giuste, perché la parola Shoah ha un significato ben preciso, indica una cosa molto particolare, e può risultare fuorviante accostarla a fenomeni diversi, precedenti o successivi, di diversa natura ed entità. Ma la Shoah non nasce dal nulla e non si dilegua nel nulla, e credo che andrebbero sempre ricordate le parole di Primo Levi: “è accaduto, quindi può accadere di nuovo. E’ questo il senso del mio racconto”.
Ciò che non accetto, soprattutto, è il fatto che, di fronti agli espliciti auspici di una “nuova Shoah”, le reazioni siano sempre accuratamente selettive. Per esprimere condanna o esecrazione, bisogna prima sapere chi è che ha fatto tali esternazioni, e solo dopo ci si regola su come commentare. E ciò, si badi, avviene soltanto in casi come questo: di fronte, per esempio, alla notizia che un tale ha dato benzina e ha appiccato fuoco a un barbone che dormiva su una panchina, credo che nessuna persona normale subordinerebbe il proprio giudizio a una verifica della nazionalità del responsabile, del colore della sua pelle o della sua religione. Ma per gli ebrei, e per la Shoah, non funziona così.
A dimostrazione di ciò, proporrei un piccolo esperimento. Circola, da alcuni giorni, l’immagine di un sito Facebook, che riproduce una montagna di teschi, su cui figura incisa una stella di Davide, e sulla cui vetta sventola una bandiera. Il riferimento alla Shoah mi pare ben evidente, così come il fatto che i gestori del sito – rappresentati dalla citata bandiera – ne desiderano, o ne promettono, una reiterazione. Proviamo a chiedere a una rappresentanza di uomini politici – o di giornalisti, commentatori, semplici cittadini – europei, di ogni collocazione – destra, centro, sinistra -, cosa pensano di tale immagine. Credo che sarebbe difficile ricavarne una dichiarazione, senza che abbiano prima chiesto a chi appartengano il sito e la bandiera. Diciamo loro, a questo punto, che il sito e la bandiera sono di una di queste tre organizzazioni, senza però svelare quale: a) un gruppo neonazista; b) l’ISIS; c) al Fatah, ossia il partito dell’Autonomia Palestinese. Ritengo, ancora, che la maggioranza degli interpellati, prima di rilasciare un loro commento, insisterebbe per conoscere l’identità dei responsabili. Chi sono, quelli dell’ipotesi a, b o c? Una volta ottenuta la risposta, farebbero sapere quello che pensano, ma prendendo la dichiarazione da tre caselle ben distinte del loro personale archivio politico-morale: la prima per l’ipotesi a, la seconda per la b, la terza per la c.
Non dico che le risposte sarebbero tutte uguali, ovviamente, ma quelle di ciascuna casella sarebbero, in ogni caso, molto diverse da quelle delle altre, perché ogni casella è piena di giudizi “ad hoc”, validi solo per essa. La prima contiene risposte del tipo: “è una vergognoso gesto antisemita, bisognerebbe avvertire la polizia postale”, oppure: “sono scherzi di cattivo gusto” ecc. La seconda, frasi come: “è un pericolo concreto, una minaccia per tutti”, “si dovrebbe intervenire sul piano politico o militare” ecc. La terza, giudizi di questo tenore: “è una risposta ai soprusi subiti”, “è il segno di una radicalizzazione del conflitto”, “bisogna lavorare per la pace”. O, più probabilmente: “non ho niente da dire”.

Francesco Lucrezi, storico

(7 gennaio 2014)