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Ticketless – L’inatteso

cavaglion Nella storia della Shoah in Italia, il periodo più drammatico e sanguinoso è quello compreso fra 8 settembre e primi di dicembre 1943, quando regnava il caos ovunque, non soltanto in Valle d’Aosta, dove si rifugia e verrà arrestato Primo Levi. In un Ticketless intitolato ‘Diversamente‘ (4 febbraio scorso), che suscitò parecchie reazioni di lettori, riportavo una frase – proprio di Levi – di non semplice interpretazione: “In Italia le cose sono andate diversamente”. Che cosa in due mesi si potesse capire di quanto stava accadendo è domanda cui credono di saper rispondere solo gli storici saputelli che si cullano nel tranquillizzante senno del poi. È sempre cosa ardua, per chi s’occupa di storia, misurare l’inatteso. Da fine dicembre in poi, per così dire, la situazione sarà diversa, le possibili vie di fuga o di rifugio saranno individuate, anche se le peggiori razzie s’erano già consumate.
Documento  Cavaglion Il documento riprodotto qui a fianco è in tedesco, indirizzato al Comando militare tedesco di Cuneo. Lo anticipo qui, in attesa di pubblicarlo e commentarlo come si deve, insieme ad altra documentazione analoga, perché forse aiuterà a capire il senso di quell’avverbio, “diversamente”. Il foglio traduce un verbale di constatazione, datato 11 novembre 1943, redatto da un Regio Notaio su richiesta di un ebreo italiano, recluso nel campo di concentramento di Borgo S. Dalmazzo e appena liberato per intervento delle autorità italiane (a differenza degli “stranieri”, che il 21 novembre, ovvero dieci giorni dopo quel verbale, da Borgo saranno deportati ad Auschwitz). Il Notaio, su richiesta dell’interessato, non ha difficoltà a recarsi con due testimoni nella casa svaligiata da sconosciuti nei giorni in cui l’ebreo con la sua famiglia era internato nel campo. Il Notaio redige un elenco di quattro pagine con l’elenco delle cose mancanti, camera per camera. Non trascura nulla: materassi, lenzuola, scendiletti, quattro seggiole di tipo Vienna, due impermeabili. Non pago di questo fa tradurre il suo verbale e ne manda copia “An die Deutsche MilitarKommandantur” pensando di ottenere chissà cosa dagli uomini di Peiper, che un mese mezzo prima avevano bruciato Boves.
Una vicenda quasi surreale, all’insegna dell’ingenuità: della vittima, del notaio, dei testimoni, dell’anonimo traduttore del verbale.
Qualche storico moralista – mi sembra già di ascoltarlo – passerà oltre, senza farci caso, liquidando con stupido sussiego la misura dell’inatteso che sconvolse le vite dei singoli. La lezione che invece se ne ricava è che un episodio del genere è impensabile in nessun altro luogo occupato dai nazisti.
Ammesso e non concesso che qualcuno potesse uscire dal Vel d’Hiv, ve lo immaginate un ebreo di Parigi che corre da un notaio a denunciare chi ha saccheggiato la sua abitazione durante la sua assenza?
Ve lo immaginate un verbale di constatazione come questo redatto a Varsavia? Ecco, forse, un documento come questo chiarisce che cosa Levi voleva dire con quell’avverbio. Diversamente.

Alberto Cavaglion

(6 maaggio 2015)