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Je suis Paris – Le analisi da Israele
Terrorismo, le strategie europee
e il dilemma delle frontiere

Schermata 2015-11-15 alle 13.09.52Non solo la Francia ma l’Europa intera deve cambiare rotta sulla sicurezza se vuole prevenire ulteriori attacchi terroristici, che comunque continueranno. Dovendo sintetizzare il pensiero delle diverse analisti pubblicate in queste ore dai media israeliani riguardo ai fatti di Parigi, si potrebbero parlare di appelli e al contempo moniti al Vecchio Continente di cambiare strategia. “L’Europa dovrà prendere il pieno controllo dei suoi confini e dovrà affrontare in modo coraggioso il dilemma che contrappone la tutela dei diritti umani e individuali a una generalizzata necessità di sicurezza – scrive su Yedioth Ahronoth l’analista Ron Ben-Yishai – Finora i paesi dell’Unione Europea hanno preferito, e non possono essere condannati per questo, la libertà individuale dei propri cittadini rispetto alla difesa contro il terrorismo”. “Ora l’Europa – spiega Ben-Yishai – e in particolare la Francia dovranno comprendere che il più importante diritto individuale è il diritto alla vita”. Nelle scorse ore il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon, intervistato dalla radio dell’esercito, ha affermato che i paesi dell’Ue devono adottare un provvedimento simile all’americano Patriot act, legge approvata da George Bush all’indomani dell’11 settembre e molta discussa per gli ampi poteri di sorveglianza concessi alle autorità Usa. Il ministro ha poi sottolineato che una delle questioni chiave è il controllo delle frontiere, in particolare alla luce delle recenti grandi migrazioni verso l’Europa da paesi del Medio Oriente e dagli instabili stati africani. “I più recenti attacchi terroristici sono stati compiuti da chi ha combattuto in Siria e in Iraq, tornandone addestrato e organizzato. In questo caso sono stati persino inviati direttamente dallo Stato islamico”. “I terroristi – ha concluso Yaalon – devono essere fermati prima di entrare in Turchia e dalle altre porte per l’Europa”.
Perché di nuovo la Francia, già colpita a gennaio dagli attentati a Charlie Hebdo e all’Hypercasher? A renderla un obiettivo sensibile, spiega Ashel Pfeffer di Haaretz, “la combinazione delle frontiere aperte con altre nazioni europee, lo stretto coordinamento tra centinaia, forse migliaia, di jihadisti francesi e belgi che tornano dalla Siria con l’esperienza e l’aspirazione al martirio oltre al problema mai sopito della gioventù musulmana francese, il cui senso di emarginazione la rende suscettibile al radicalismo”. Ma soprattutto, almeno secondo una delle più autorevoli firme israeliane, Nahum Barnea, la Francia è direttamente impegnata nella guerra in Siria. “La tragedia di Parigi è così grande, il bilancio dei morti è così difficile, le ramificazioni così ampie che tendiamo a dimenticarci che quanto accaduto è in primo luogo e soprattutto una ritorsione. La Francia è l’unico paese europeo a bombardare in Siria, a parte la Russia – scrive Barnea – La Russia ha perso un aereo civile carico di passeggeri nei cieli del Sinai. La Francia è stata colpita a Parigi. Sembra che lo Stato islamico, o la sua estensione, non sia così folle come qualcuno potrebbe pensare ed è molto più pericoloso. Il fatto è che in entrambi i casi non vi erano informazioni in grado di preoccupare le agenzie di sicurezza dei paesi ostili all’Isis, da Washington, a Londra, Parigi e Berlino, fino a Mosca, Riad, Teheran e ancora Gerusalemme”. La modalità con cui sono stati compiuti gli attacchi terroristici parigini, sette in tutta la città, dimostra come vi fosse un progetto elaborato e studiato a tavolino dietro gli attentati di venerdì notte. Non si tratta di una cosa improvvisata, spiega Ben-Yishai, ma per agire in quel modo serve un piano, servono armi ed esplosivo, bisogna scegliere l’obiettivo, prendere informazioni e reclutare terroristi disposti a morire in un attacco suicida. Ci vogliono mesi sul territorio per preparare tutto questo. Più volte Olvier Roy, tra i più apprezzati analisti in materia di Medio Oriente, aveva avvisato di come l’Isis avesse strutture e cellule ben organizzate sul territorio europeo (seppur avesse pronosticato ). Gli attacchi di Parigi sembrano esserne una dimostrazione. Inoltre le tecniche utilizzate, l’analisi dell’ex colonnello di Tsahal Gidi Netzer, sono molto simili a quelle adoperate dai miliziani del Califfato in Siria e in Iraq. Conoscono i luoghi, agiscono in piccoli gruppi, simultaneamente e su diversi obiettivi. “È un modello di cooperazione che si sta sviluppando sul campo, segreto quanto letale”, la valutazione di Netzer. Una cooperazione che invece manca sul fronte della sicurezza europea, ancora lontana dal creare un unico ente di contrasto al terrorismo. Per i diversi analisti, l’Unione europea deve costruire un sistema di controllo molto più capillare e severo. Ma l’interrogativo rimane quello posto da Barnea così come da un editoriale di Haaretz: qual è il limite di eventuali nuove misure di sicurezza? Non saranno sacrificati i valori su cui si fonda la democrazia europea in caso di una versione, magari più attenuata, del Patriot act americano? Quanto fatto fino ad ora non sembra funzionare. Serve una nuova strategia, perché l’Isis ha trovato la sua. È funziona tragicamente bene.

Daniel Reichel

(nell’immagine, la manifestazione tenutasi a Tel Aviv in solidarietà alle vittime di Parigi)