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…islamofobia

Se guardiamo con sguardo retrospettivo alla nascita e allo sviluppo dell’antisemitismo come ideologia politica, siamo in grado di ricostruire due linee essenziali che ritroveremo nel corso di tutta la storia del Novecento, fino ad oggi.
La costruzione di un’icona dell’ebreo e del mondo ebraico del tutto immaginaria (cioè priva di riferimenti se non fittizi con la realtà delle comunità ebraiche) contro cui lanciare una campagna di ostilità facendo leva su pregiudizi stratificati.
L’organizzazione di un discorso attraverso un linguaggio riconoscibile e valido trasversalmente, nel quale si potevano riconoscere il nazionalista come il sindacalista rivoluzionario, il cattolico intransigente come il liberale. In questo linguaggio trovava spazio la critica teologica (no al “popolo eletto”), ma anche lo sfruttamento del pregiudizio stratificato (gli ebrei sarebbero tutti ricchi e usurai), fino ad arrivare alla costruzione di una narrazione immaginaria ma credibile che vedeva gli ebrei come animatori di un complotto per la conquista del mondo.
Questi due modi di organizzare il discorso antisemita hanno fatto lunga strada e si sono dimostrati assai utili e maneggevoli per le più svariate situazioni politiche nel corso di tutto il secolo e oltre. Utili in Europa fra le due guerre, utili naturalmente sotto il fascismo e il nazismo. Ma utili anche nella Russia zarista, in quella comunista e in quella post-comunista. E ancora utilissimi nel mondo arabo, dove allo schema ottocentesco europeo del linguaggio antisemita si è sovrapposta l’immagine di Israele come strumento e nel contempo motore di un progetto imperialista fondamentalmente antiarabo e più specificatamente (nella polemica più recente) anti-islamico.
Sia chiaro, non è che la società israeliana e in genere il mondo ebraico siano immuni dalle sirene dell’odio etnico e dell’islamofobia. Un certo fondamentalismo ebraico ha ampiamente sottoscritto una aperta campagna di odio antiarabo. E un certo sguardo di “superiorità” di stampo europeo non mancava nei padri del sionismo (anche i più sinceri e democratici, spesso politicamente progressisti). È noto che Golda Meir si riferiva ai palestinesi con il deprecabile epiteto di “bipedi”. Tuttavia, un conto è guardare a Israele come a una società “normale” in cui serpeggiano (come in tutte le società moderne) sentimenti di pregiudizio (anche rivolti all’interno della società ebraica stessa: si pensi al difficile inserimento nella società israeliana degli ebrei di origine yemenita o etiope), e un conto è dipingere Israele semplicisticamente e strumentalmente per quello che non è, cioè una società nata e operante con il solo scopo di opprimere il mondo arabo e l’Islam. Chi fa così, non fa altro che applicare a Israele un vecchio e rodato schema antisemita.
Si può articolare un medesimo discorso a proposito dell’islamofobia? In Occidente siamo di fronte a un fenomeno nuovo, legato strettamente alle migrazioni e al rapporto diretto con nuovi gruppi umani allogeni, spesso provenienti da paesi islamici. A confronto, quindi, con la questione antisemita, ci troviamo di fronte a una forte diacronia, un elemento rilevante per chi di mestiere fa lo storico. Questo non ha impedito, anche nel caso dell’islamofobia, di utilizzare la storia come strumento di polemica politica: c’è chi di recente ha voluto paragonare il fondamentalismo islamico (quando non addirittura l’Islam nella sua essenza irriducibile) con il nazismo. L’ha fatto qualche tempo fa Oriana Fallaci, proponendo una lettura che se per conto mio è discutibile nel suo impianto politico, è decisamente improponibile sul piano storico. La storia non ritorna. Diverse le situazioni, diversi i contesti, le cause, le conseguenze, i protagonisti. Certo, il sangue versato è tragicamente lo stesso, e fa male, e provoca dolore; ma chi dà del nazista a qualcun altro nel 2015 non sa letteralmente di cosa parla e offende inutilmente la cenere di chi dovrebbe essere lasciato riposare in pace. Richiamare il nazismo oggi significa voler eludere la rilevanza del problema contingente proiettandosi in un passato cupo ma rassicurante, in cui era chiaro chi rappresentava il bene e operava nel giusto, e chi – come i nazisti e i loro alleati – era il male assoluto. Era talmente chiaro a tutti, che perfino un anticomunista viscerale come Winston Churchill accettò di allearsi con Stalin.
Ma torniamo all’islamofobia; possiamo dire che essa ha una genesi – nelle sue forme attuali – piuttosto recente. Non che l’ostilità anti-islamica non sia in Occidente ampiamente stratificata. Se per l’ebreo vale l’immagine pregiudiziale dell’avaro, dell’usuraio, con le sue ben visibili origini storiche e ricadute culturali, per il musulmano vale la tradizionale paura del “moro”, del “turco”. L’uomo dal volto scuro, con una religione differente o – più spesso – l’“infedele”, incontrato una prima volta a Poitiers e nella letteraria “Roncisvalle”, poi nelle crociate, e in seguito combattuto e temuto mentre assaltava le navi e le coste dell’Occidente cristiano. Un eminente politico italiano recentemente evocava la necessità di una nuova Lepanto, proponendo una sacra alleanza fra gli stati occidentali per sconfiggere i musulmani (allora i Turchi, oggi l’Isis). I musulmani sono stati visti per secoli in Occidente come estranei e potenzialmente pericolosi, tanto che quando solo vent’anni fa si è perpetrato un massacro di proporzioni inimmaginabili contro i musulmani di Bosnia (qui in Europa, nel cortile di casa) sono state necessarie forti pressioni soprattutto americane perché ci si decidesse ad intervenire, affinché ci si rendesse conto che la cosa ci riguardava ed era intollerabile.
Sono però ancora molti nella società italiana ed europea a non prendere atto della storia e dei suoi insegnamenti anche recenti. E così, come per il modello del linguaggio antisemita, va strutturandosi anche un linguaggio islamofobo, per il quale l’Islam, il musulmano, non è descritto per quello che è nella sua articolata identità religiosa, culturale, umana, ma è quell’icona che la propaganda islamofoba vuole che sia: il fondamentalista misogino assetato di sangue cristiano ed ebraico. Certo, è vero, i leader dell’ISIS o di Al Qaeda non si allontanano granché da questa descrizione. E certo non fanno nulla per indebolire questi stereotipi i regimi e le élites del mondo arabo che coltivano il linguaggio antisemita (e a volte anticristiano) nei loro paesi. Tuttavia, nessuno minimamente dotato di raziocinio – o per lo meno di onestà intellettuale – potrà accreditare l’idea che “tutti i musulmani sono così”. Eppure nella propaganda demagogica della politica quotidiana questo messaggio viene utilizzato, e si notano forti e comprensibili difficoltà da parte del ceto politico a stabilire in forma giuridica un patto di convivenza con la minoranza musulmana in Italia e più in generale in Europa. Questa indecisione mi sembra figlia delle contraddizioni insite nella cultura politica della società europea, nella quale da secoli si confrontano idee di società anche fortemente divergenti. Ma è anche figlia di una certa diffidenza radicata per una presenza allogena massiccia: in fondo il neocolonialismo è fenomeno di pochi decenni fa, e il mutamento delle mentalità umane ha bisogno di tempo per radicarsi. Ecco quindi che troviamo difficoltà a relazionarci con problemi per noi nuovi, dal velo islamico alle rivolte delle periferie francesi. Tutto questo è comprensibile e anche un po’ banale, se si vuole. Ma se le difficoltà di rapporto con la nuova massiccia presenza dell’Islam in Europa viene utilizzata in maniera strumentale, ecco che si materializza un ulteriore parallelo fra antisemitismo come linguaggio politico e islamofobia: entrambi vengono utilizzati per catturare le simpatie di settori della popolazione particolarmente insicuri, nei quali domina la paura, l’insicurezza, soprattutto il timore di perdere uno status, uno standard di vita sociale magari conquistato da poco tempo. In tutto questo gioca certamente un ruolo fondamentale l’ignoranza, l’incapacità di leggere la propria condizione come frutto di enormi trasformazioni socio-culturali figlie di secoli di storia, prima ancora dell’incapacità di conoscere la cultura e la tradizione islamica. Come reagirà la “casalinga di Voghera” (padana doc) quando scoprirà andando a comperare dei pantaloni, che la parola pantaloni (magari pronunciata “pantalùn”, alla lombarda) viene dall’arabo “bantalun”, o che quando al negozio di alimentari compra dello zucchero pronuncia una parola che ci hanno trasmesso gli arabi: qualcuno dovrà spiegarle – non so con quali esiti politici – che la nostra società è meticcia da secoli se non da millenni, e che per conoscere e relazionarsi con l’ “arabo”, con l’ “ebreo”, con il “diverso” in generale, bisognerebbe compiere prima di ogni altra operazione una semplice azione che quotidianamente svolgiamo distrattamente: guardarci allo specchio.
Il pericolo reale, insomma – e mi rivolgo qui alla responsabilità della politica – è che come in passato l’antisemitismo è stato utilizzato come linguaggio polemico trasversale per operazioni che hanno poi pesato in modo decisivo sulla nostra storia, oggi ci si dedichi a costruire un generico linguaggio anti islamico, senza istituire le doverose differenze fra la grande tradizione islamica generatrice di un’intera civiltà, da contrapporre al rampante fondamentalismo islamico razzista, sessista e massacratore, che ha solo flebili connessioni con la cultura e la fede da cui sostiene di provenire e nel nome della quale pretende di agire.

Gadi Luzzatto Voghera, storico

(27 novembre 2015)