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Wiesel…

Quando si pensa a Elie Wiesel z.l. la nostra mente va subito alla drammatica questione dell’eclisse di Dio durante la Shoah. Cosa abbiamo imparato di essenziale dalla frequentazione del messaggio di Wiesel? In primis, che alcune domande come: “Credi in Dio? Dio esiste o no?”, sono domande non ebraiche e semmai di altre tradizioni religiose. Per un ebreo la vera protesta è inscindibile dalla fedeltà alla Torah. A Dio possiamo dire tutto, ripete Elie Wiesel nelle sue opere, purché sia dall’interno dell’ebraismo. Abbiamo il diritto di domandarci se è normale che la tradizione ebraica non sia stata assolutamente scossa dalla Shoah, come i nostri antenati lo furono dalla distruzione del Tempio e dall’esilio. È soprattutto nel libro “Giobbe o Dio nella tempesta”, scritto con Josy Eisenberg, che Elie Wiesel affronta il tema del Male e le sue cause, le sue conseguenze, filosofiche, teologiche, storiche. In virtù della sua passione per lo studio, il suo interrogare senza posa i testi, il suo pensiero, la sua intelligenza del cuore, mossi dalla sua propria esperienza, dalla sua prova del Male e dell’Esilio, dell’assurdo, del nulla e della morte, Elie Wiesel è stato un Maestro che ha incarnato il dovere del Talmid Chakham, che è quello di insegnare, di studiare, di invitare allo studio. Elie Wiesel non è stato solo un testimone della Shoà, ma un grande divulgatore di Torah nelle sue varie declinazioni, soprattutto in quella del mondo chassidico nel quale era nato e cresciuto. Venticinque anni fa in una mirabile lezione nella Sinagoga Spagnola di Venezia, dopo averci esternato la sua emozione per insegnare da quello stesso pulpito dal quale avevano predicato tanti autorevoli Maestri, soprattutto nel 17° secolo, Elie Wiesel parlò sul duplice mistero del silenzio di Dio e del silenzio dell’uomo, e su come i due misteri si fondono in quello del confronto tra Dio e l’uomo. Ribadì che la teologia non è ebraica, e il motivo per cui l’ebreo preferisce parlare a Dio, piuttosto che di Dio. Contrariamente all’ateismo, questa suprema protesta conferisce alla fede la sua espressione tragica ma irriducibile. In molte sue lezioni emerge quella dialettica traumatica con Dio espressa in un mirabile detto chassidico che l’ebreo può stare con Dio, in Dio, e perfino contro Dio, ma mai senza Dio.
Mi sheenò behester panìm enò mehem, chiunque non si trova nella dimensione dell’eclisse di Dio, non è parte di loro (del popolo di Israele). (Talmud bavlì Chagirà 5a)
A quanti lo hanno letto veramente e a quanti hanno assistito alle sue lezioni o alle conferenze sui grandi Maestri del Talmud, come Rabbi Akiwa, Rabbi Hanina Ben Teradion, ma anche su Elishà Ben Abuya, il famigerato apostata, appare evidente che Elie Wiesel è tutt’altro che uno specialista della Shoah. Sicuramente è un Maestro della Memoria, nella misura in cui è un Maestro tout court, i cui libri sono un messaggio di vita, una lotta per la vita. Lotta per estirpare la speranza dalla disperazione, per rompere la crosta del male che imprigiona il bene, per sradicare l’indifferenza dal cuore dell’uomo. Sul suo libro “Celebration bibliche” a proposito della figura di Adamo, Elie Wiesel scrive:
“Adamo il primo uomo, morirà, Adamo ci trasmetterà la sua morte – la sua morte, e non il peccato. Ecco perché l’idea del peccato originale è assente nella Tradizione ebraica. Noi non ereditiamo i peccati dei nostri antenati, anche se ne subiamo il castigo. La colpa non si trasmette. Siamo legati ad Adamo soltanto attraverso la sua memoria – che diventa la nostra – e attraverso la sua morte che annuncia la nostra. Ma non attraverso il suo peccato. Cacciati dal paradiso, Adamo ed Eva non si rifugiano nella rassegnazione. Messi a confronto con la morte, decidono di combatterla dando la vita, conferendo alla vita un significato. Dopo la caduta si misero a lavorare, a operare per l’avvenire, e gli impressero un volto umano insegnandoci che un istante di vita ha in se l’eternità, un istante di vita vale l’eternità…. Anche in questo Adamo differisce dalla maggior parte delle figure mitologiche. Vinto da Dio, egli non si adagerà nella mortificazione. Ha il coraggio di rialzarsi, di ricominciare. Comprende che, condannato fin dall’inizio, l’uomo può e deve agire liberamente forgiando il proprio destino. Malgrado la sua caduta Adamo muore vittorioso. Per tutto il tempo che visse anche lontano dal paradiso, anche lontano da Dio, è lui a trionfare, lui e non la morte. Secondo la Tradizione ebraica, la creazione non finisce con l’uomo, al contrario comincia con l’uomo. Creando l’uomo, Dio gli ha fatto dono del segreto, non del principio, ma del ricominciamento….”
In altre parole: all’uomo non è dato di creare dal nulla; questo potere lo ha soltanto Dio: ma a ognuno è concessa la possibilità di cominciare, ricominciando da capo e da capo. Ogni uomo, ogni Adamo ricomincia tutte le volte che decide di allinearsi dalla parte della vita. Elie Wiesel ha continuato a procedere su questo solco tracciato dai grandi Maestri di Israele che nelle più tremende sofferenze come sotto l’occupazione romana o nei campi di sterminio hanno sempre continuato a studiare la Torah nella convinzione che questo fosse l’unico modo di ascoltare la voce di Dio. Che la sua anima resti legata al fascio della Vita.

Roberto Della Rocca, rabbino

(5 luglio 2016)