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“Populismo, protezionismo e fascismo”

francesco-bassanoSono state molte le riflessioni e i commenti, nel mondo ebraico e non, seguiti alla vittoria elettorale di Donald Trump negli USA. Nella maggior parte di esse domina un senso di incertezza, di paura, se non di fine di qualcosa. C’è anche chi esulta, come i Grillo e i Salvini nostrani, Le Pen in Francia, Putin in Russia, Orban in Ungheria e addirittura non sono mancate neanche le vive congratulazioni di Erdogan. Sembra che sia questo il nuovo scenario che si profila all’orizzonte: una revisione delle alleanze storiche e il consolidamento di un blocco politico che nel nostro futuro avrà probabilmente un peso sempre più consistente, destinato a subentrare alla vecchia destra liberal-conservatrice. Un nuovo blocco fondato sulla xenofobia e sul populismo, il quale come ha affermato recentemente l’imprenditore Carlo De Benedetti ricordando le parole del padre Rodolfo – entrambi perseguitati nel 1943 dalle leggi razziste – , “populismo, protezionismo e fascismo sono parte spesso della stessa catena”. Significativo dunque, che attenendosi agli exit polls, il 76% degli ebrei americani avrebbe votato contro Donald Trump – una percentuale superiore anche a quella degli ispanici, più volte attaccati dal neo-presidente, il quale l’avrebbero scelto al 29% -, una conferma della propria tendenza “liberal”, ma anche un segnale che una nazione meno inclusiva verso le minoranze e più segregata sotto tutti i punti di vista, potrebbe rivelarsi insicura anche per una componente ben integrata come quella ebraica. Come ha scritto Chemi Shalev su Haaretz, “Trump è stato entusiasticamente sostenuto dai più fanatici oppositori dell’aborto, dei diritti civili, dei matrimoni tra omosessuali, della divisione tra stato e religione” tutte battaglie che gli ebrei americani hanno combattuto per anni; così come è sottinteso il sospetto da parte ebraica di incarnare gran parte di quegli stereotipi sull’establishment mediatico, finanziario e culturale degli USA che i sostenitori di Trump detestano e vorrebbero sovvertire.
In questo voto, come del resto nel “leave” del Regno Unito, è difficile non avvertire la scelta di dare priorità alla difesa del proprio “cortile”, isolandolo dal mondo esterno, piuttosto che pensare utopisticamente alle esigenze dell’intera comunità che vive su questo pianeta. A tal proposito, il riferimento riguarda anche la rischiosa politica ambientale ed energetica proposta da Trump in campagna elettorale, in netta opposizione agli ultimi accordi internazionali raggiunti sul clima e sulla riduzione delle emissioni di CO2, incentivati soprattutto dall’amministrazione di Barack Obama. In questi giorni nei quali viene letto Bereshith, potremmo riflettere più a fondo anche sul senso e sul destino dell’opera della creazione, con il fine di cercare di preservare e proteggere ad ogni costo il suo delicato equilibrio ed ecosistema, e qualunque scelta politica non dovrebbe trascurare questo problema. Non dimentichiamolo, e conserviamo la speranza che la presidenza di Donald Trump sia differente da ciò che la campagna elettorale lasciava presagire, se così non sarà potremmo sempre rifugiarsi nell’idea un po’ messianica che da tempi duri, e dal caos, non potranno che giungere tempi migliori per l’umanità, e magari l’emergere di una maggiore coscienza critica.

Francesco Moises Bassano

(11 novembre 2016)