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…Memoria

Anche quest’anno abbiamo rimesso la memoria nel cassetto, in attesa di riaprirlo l’anno prossimo, un po’ più impolverato.
E con sempre maggior insistenza, anno dopo anno, si scoprono salvatori e i giusti, che con eroismo hanno dato rifugio a ebrei perseguitati, a ebrei in fuga. Giustissimo riconoscerli. Giustissimo farli conoscere. Si ha, in qualche modo, il sospetto di star premiando la semplice umanità, visto che troppo spesso aveva prevalso la disumanità. Si premia il normale, perché allora aveva prevalso l’anormale.
Si ha però la chiara sensazione di un cambiamento graduale di percezione: sempre più, chi è chiamato a parlare di memoria dà per scontata la Shoah, con le sue cause, i suoi metodi, le sue conseguenze, e sempre più vengono messe al centro le individuali esperienze dei sopravvissuti, dei fortunati. Si rischia di soprassedere al racconto della tragedia, forse perché troppo dolorosa, o troppo complessa: troppo difficile spiegare l’inspiegabile a tanti anni di distanza. Quasi che chi la ascolta la potesse reputare non credibile. Quasi ce ne vergognassimo. Noi e non gli altri.
E si dipana, così, al posto della Shoah, il racconto della salvezza. Come se la Shoah fosse stato un grande fenomeno generalizzato di altruismo, di generosità del genere umano. ‘Molti sono morti, ma tanti si sono salvati’, sembra sia il motto a cui ispirare la nostra residua memoria. Mentre il motto dovrebbe essere invertito: ‘Molti si sono salvati, ma sei milioni sono stati massacrati’. Giusto per non deformare la percezione di chi ascolta con l’illusione della bontà infinita del genere umano.

Dario Calimani, anglista

(7 febbraio 2017)