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JCiak – Nel mare della Diaspora

Una foto come tante, ritrovata un vecchio album. Gli uomini posano seri in giacca e cravatte, le signore sorridono allegre e la bambina in basso a destra sgrana gli occhi e spalanca la bocca come per dire qualcosa. Sono le famiglie Piperno, Sonnino, Fornari, Bises e Di Segni, riunite nella casa dei Piperno ad Anzio. Sarebbe una foto come tante se non fosse che siamo nell’autunno del 1938 e dopo quest’incontro nulla sarà più come prima.
È la vicenda che, ottant’anni dopo, trova voce e immagini in Diaspora, ogni fine è un inizio di Marina Piperno (la bimba che nella foto sgrana gli occhi) che con Luigi Monardo Faccini, compagno di avventure cinematografiche, per tre anni ne ha seguito le tracce fra gli Stati Uniti, Israele e l’Italia. Nell’arco di quattro ore e quaranta minuti, il film – in questi giorni in presentazione al Salone internazionale del libro di Torino – intreccia storia e memoria famigliare in una saga che attraversa snodi centrali della nostra storia soffermandosi sull’identità ebraica e sulle lacerazioni inferte dalle persecuzioni.
“Nella foto avevo tre anni e appaio stupita, forse spaventata”, spiega Marina Piperno, prima donna produttrice d’Italia e fondatrice nel 1962 di Reiac Film. “L’aria che si respirava e che emanavano gli adulti, nonostante i sorrisi aperti di qualcuno, era quella dell’insicurezza. Credo fu proprio quello il momento in cui i componenti della famiglia decisero di emigrare in America per sfuggire alle leggi che li avevano isolati dal resto della società solo perché ebrei”.
Attraverso immagini d’epoca, musiche, interviste e altre invenzioni visive, Diaspora, ogni fine è un inizio rimette assieme con pazienza i frammenti di un quadro che le persecuzioni avevano infranto fra gioie e tragedie, fughe e nuovi mondi. Dopo il ritrovo ad Anzio, vi sono lunghi viaggi per mare allo scopo di organizzare l’emigrazione. I Fornari, i Sonnino e i Bises partono, chi per l’America e chi per Israele. Altri rimangono e si convertono al cattolicesimo. Il padre di Marina resta per non lasciare sola la vecchia madre Rachele, rifiutata dalle autorità americane perché troppo anziana e non più produttiva, rischiando la sua vita e quella dei famigliari fino all’entrata a Roma degli americani il 4 giugno 1944.
“Ho passato un’infanzia all’insegna della separazione, della diversità e dell’esclusione”, racconta Marina Piperno. “Dovevo studiare nella scuola per soli ebrei e avevo come voti tutti lodevoli, persino in storia del fascismo. Che vergogna. Dicevano che gli ebrei erano il male del mondo, ci isolavano, ma ci obbligavano a studiare Storia del fascismo”.
Quando il 16 ottobre 1943 gli ebrei di Roma sono arrestati e deportati dai nazisti, la famiglia Piperno è avvertita della retata e s’incammina alla ricerca di un rifugio. “Percorremmo una strada lunga e stretta fino a che una porta si aprì e venimmo ospitati da una famiglia che ci fece dormire su dei letti di fortuna. Io non capivo e volevo uscire. Fu allora che ricevetti da mio padre l’unico schiaffo della mia vita”, ricorda Marina.
Suddiviso in sei capitoli, Diaspora, ogni fine è un inizio è un viaggio fra passato e presente dai profondi risvolti affettivi, capace di entrare nel vivo dell’identità ebraica e delle sue diverse declinazioni e dare voce alla nostalgia dei cugini americani, ormai di seconda e terza generazione, per il paese in cui i loro antenati sono nati e cresciuti.

Daniela Gross

(18 maggio 2017)