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…complessità

Il libro di Liliana Picciotto, Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah 1943-1945 (Einaudi 2017) è il prodotto di una lunga ed accurata ricerca documentaria e di una straordinaria opera di raccolta di testimonianze orali. Un libro che offre al lettore una serie importante di spunti di riflessione in un momento storico particolare, quello che viviamo ora, in cui molti nodi della storia sembrano riaffiorare dal passato e richiedono capacità critica e soprattutto uno sguardo non stereotipato, disposto a cogliere le articolazioni di una realtà complessa. Nel periodo 1943-45 in Italia e in tutto il mondo interessato dal tragico conflitto mondiale ci furono i cosiddetti giusti, e ci furono gli ingiusti. Ci furono atteggiamenti che oscillavano fra questi due estremi (anche nelle stesse persone) e ci furono tanti indifferenti, o inconsapevoli, o silenti, o altro ancora. Il giudizio storico sull’atteggiamento dei singoli deve essere sempre cauto e formulato, quando necessario, sulla base di documentazione certa. E deve, credo, essere mediato da quella pìetas umana che è necessaria quando noi, dai nostri letti caldi e dalle nostre confortevoli abitazioni, ci accingiamo a esprimere giudizi sul comportamento dei singoli in situazioni estreme. Non che non ci si possa pronunciare, naturalmente, ma la distanza storica e ambientale deve essere tenuta nella giusta considerazione.
Quando però si passa ai giudizi collettivi il discorso cambia. In questo senso, la recensione che Antonio Ferrari ha voluto dedicare al libro in uscita sulle pagine del Corriere della Sera indirizza il lettore in una direzione che non solo non rispecchia il quadro teorico nel quale si inquadra la ricerca di Liliana Picciotto, ma dimostra di non tenere in nessuna considerazione il ricco dibattito storiografico che da più di trent’anni si incentra sulla favola pseudo antropologica degli “italiani brava gente”. “L’italiano non è e non sarà mai un carnefice”, come si legge nell’articolo, è un’affermazione che si commenta da sola per la sua assurdità storica, ma che non sarebbe presa bene se pronunciata, che so, alle orecchie di qualche etiope di buona memoria, o fra le dune della Libia e della Cirenaica, per non parlare – se vogliamo rimanere in tema – degli ebrei arrestati da italiani (la maggioranza) proprio negli anni oggetto della ricerca recensita. Affermare poi che Mussolini “si adeguò” alle leggi razziali “con qualche mal di pancia” è semplicemente un falso storico (che lo stesso Mussolini rifiuterebbe di sicuro con sdegno). È infatti noto e documentato il suo coinvolgimento diretto e per nulla “suggerito e caldeggiato da Hitler” (che non si espresse mai in questo senso per la situazione italiana) nell’elaborazione teorica e poi pratica delle legislazione razzista del 1938. Ma, quel che è peggio, è del tutto palese la sua mano nella legislazione della repubblica sociale italiana che condannava sostanzialmente a morte tutti quegli ebrei che poi – seguendo percorsi personali fortunosi – riuscirono per l’appunto a “salvarsi”. L’appiattimento su giudizi storiografici collettivi autoassolutori non ci aiuterà a fare veramente i conti con il passato (in un momento in cui si discute molto di musei del fascismo e della resistenza), e non ci aiuta certo a guardare con il dovuto acume alla complessa e articolata realtà che ci troviamo a vivere, nella quale gli italiani – come nel corso di tutta la loro storia – non sono collettivamente né gente brava né gente non brava, ma una realtà composita che segue comportamenti diversificati, come in tutte le società complesse.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC

(29 settembre 2017)